Vetri elettrici e bluetooth, questo sì che è progresso

Bianchina In principio era l’auto. Una scatola con quattro ruote, quattro marce, quattro posti e quattro cilindri nel motore. Molto acciaio, dentro e fuori, paraurti cromati, cruscotto semplice con due o tre indicatori, tachimetro, livello benzina e temperatura del liquido di raffreddamento. Ebbe un grande successo perchè, promettendo spostamenti più rapidi, fu associata, un po’ troppo pretenziosamente, all’idea di libertà. In realtà cominciava a restringerla, ma fu amore a prima vista e l’Italia si ritrovò motorizzata nel giro di due decenni, a partire dagli anni Cinquanta. L’auto era robusta, fatta per durare, semplice, nessun aiuto idraulico o elettrico alla guida, nessun accessorio o gadget, solo un sistema rudimentale di ventilazione e il posacenere. Alcune avevano belle linee, disegnate per affascinare e sedurre l’acquirente. Libertà e bellezza, ma anche il progresso della tecnica, mentre il cinema ne rafforzava il mito. Quelle auto erano costruite bene, l’equilibrio fra cura nella costruzione, fiducia in quello che si faceva e nel futuro, o forse soprattutto semplicità, rendevano il prodotto valido e durevole. Pure troppo per chi le costruiva… con il rischio che gli acquirenti si affezionassero alla propria vettura e smettessero di comprarne di nuove.

Bisognava innovare, non per progedire, ma per stimolare il desiderio dell’acquirente. Che se non gli presenti davanti agli occhi un oggetto sempre più nuovo, più bello e moderno, più tecnologico e migliore del precedente, si tiene quello che ha, mica è scemo. Soprattutto se per comprarlo ha dovuto lavorare molto. E così, per mantenere il prodotto attraente, si attinse alla tecnologia, braccio destro dell’industria, capace di offrire soluzioni e innovazione in quantità crescente, a ritmi sempre più serrati. Arrivarono motori più potenti che rendevano le auto più veloci, anche se non ce n’era alcun bisogno,  e la velocità divenne sinonimo di abilità alla guida, destrezza, fascino, successo. Ad essa si accompagnarono, però, anche una serie di difficoltà e pericoli. Le strade si dovettero allargare e asfaltare, le auto irrobustire. Si resero necessari un sistema frenante più potente, uno sterzo più preciso, un telaio più rigido. Una nuova generazione di automobili invase il mercato. Crebbe il numero di incidenti dovuti all’alta velocità e all’inesperienza dei guidatori; le infrastrutture e le regole si moltiplicarono per venire incontro al traffico più intenso e rapido, ai rischi accresciuti. La velocità, oltre un certo limite, fa più danni che altro; spesso è ingiustificata, la gente corre solo perchè ha fretta e ha fretta perchè è abituata ad andare di corsa. Eppure ci vollero anni per rendersi conto dei pericoli insiti nella velocità, ma piuttosto che ridurre la potenza dei motori, si ricorse a una serie di innovazioni tecnologiche sviluppate nel frattempo e pronte ad essere implementate: gli airbag, telai ancora più solidi, l’abs per i freni, i crash test, i test di stabilità, i test di tenuta, ecc., e tutto questo face invecchiare di colpo le nostre vetture, stimolando ancora una volta il rinnovamento del parco circolante.

Ricapitolando: l’auto era già sufficientemente veloce, soprattutto se paragonata ai carri trainati dai cavalli. Sarebbe bastato accontentarsi, porre un limite, un po’ di buon senso. Si decise invece di farla più rapida ma con ciò iniziarono i guai e il problema della sicurezza; questo fu affrontato ricorrendo a soluzioni tecnologiche appositamente sviluppate per risolvere una questione che non si voleva in realtà risolvere: perchè l’unica soluzione sarebbe stata limitare la velocità. Nacque il business della sicurezza e tutta la campagna informativa che ne seguì: un’auto ora era bella perchè sicura. Ieri era bella perchè veloce. Ma non è che oggi sia lenta… avanti allora con pubblicità che presentano auto potenti e sicure, un ossimoro, che trasportano nella massima serenità famigliole sorridenti con figli piccoli. Ecco l’idea del controllo totale, che è soltanto l’ennesimo slogan che fa presa sulle menti prive di ogni traccia di spirito critico.

Ma la sicurezza da sola, quel problema di facile soluzione non risolto, non ha rappresentato l’unica leva utile a sorreggere le vendite. La nostra scatoletta doveva apparire più bella e originale, divertente da guidare e da vivere, per essere più attraente, perchè il proprietario si stancasse prima di quella già posseduta, la rottamasse e ne comprasse una nuova, al passo con i tempi e alla moda. I gadgets elettronici, come al solito messi a disposizione con solerzia dall’innovazione tecnologica, sempre lei, il braccio destro dell’industria, erano pronti a soddisfare questo “bisogno”. I vetri elettrici sono forse l’esempio più naïf e allo stesso tempo assolutamente riuscito di bidone venduto come accessorio irrinunciabile: perfettamente inutili (alziamo ancora pesanti tapparelle in legno in casa, qualche etto di vetro non dovrebbe rappresentare un ostacolo) e soggetti a continue rotture, hanno rappresentato da subito lo spartiacque fra l’automobilista rozzo e quello che, invece, non si accontenta. Quanta pubblicità ci siamo subiti che promuoveva il consumatore incontentabile, sempre alla ricerca di “qualcosa in più…”. Un’auto di un certo livello, da quel momento, doveva disporre di sempre più elettronica. Arrivarono i computer di bordo, giocattoli ancora più malfunzionanti dei vetri a comando elettrico, che ci intrattenevano comunicandoci alcuni parametri “fondamentali” (sic) sullo stato di funzionamento della vettura, quali la temperatura dell’aria. Ma qui siamo ancora negli anni Ottanta: si offrivano sciocchezze che facevano presa solo perchè erano nuove. Il pubblico nel frattempo si è apparentemente evoluto e così il business, che ha coniato il termine infotainment, fusione di informazione ed entertainment, a cui corrisponde un’offerta di sistemi bluetooth, navigatori sempre più complessi, schermi ad alta definizione, veri e propri computer che affollano le plance delle nostre vetture su cui girano applicazioni di tutti i tipi; sistemi che costano e non servono a nulla, se non a questo scopo: mantenere viva l’illusione che la vita sia facile e divertente; che tutto è a portata di mano, o di click, sotto il nostro controllo, basta volerlo;  che siamo al passo con i tempi, proiettati in un futuro sicuramente fantastico, ancora più immediato e ricco di novità da acquistare. Ma tutto ciò contrasta con la semplice realtà e cioè che siamo fermi ad aspettare il semaforo verde, per l’ennesima volta sprechiamo tempo imbottigliati nel traffico, e siamo soli, isolati all’interno di una gabbia dorata, piena di distrazioni e futilità, e con quattro ruote. Quelle sono rimaste quattro, sì.

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Una risposta a Vetri elettrici e bluetooth, questo sì che è progresso

  1. Emme ha detto:

    Ciao Fabio, ti ho nominato per il Liebster Award 🙂
    Un saluto!
    https://traunanno.wordpress.com/2015/05/31/liebster-award/

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