Segare il ramo su cui siamo seduti

illustrazione di Pawel Kuczynski. Per vedere una sua galleria sulle contraddizioni del genere umano, cliccare qui: http://www.boredpanda.com/satirical-illustrations-pawel-kuczynski/

Domenica sera ho seguito una bella e interessante puntata di Report, in cui si è parlato soprattutto di due problemi: del malaffare italiano, grazie al quale dal confronto dei costi per la realizzazione di un km di TAV è emerso che in Italia si spendono dai 35 ai 55 milioni di euro mentre in Francia dai 5 ai 15, e della crisi ecologica in Indonesia, provocata dalla sostituzione delle foreste vergini (e della conseguente eliminazione delle specie animali che le popolavano) con sterminate piantagioni di olio di palma.

Nel primo caso si è affrontato il tema delle opere pubbliche, delle modalità discutibili con cui vengono programmate, dei costi esorbitanti delle stesse e, spesso, della loro inutilità, come nel caso dell’autostrada di Brebemi, una specie di cattedrale nel deserto che ha avuto il merito di costare un sacco, tagliare in due quel che rimane della campagna e non servire a nulla, visto che non è ben collegata ai servizi, non dispone di aree di sosta e rifornimento (nessuna compagnia petrolifera ha ritenuto vantaggioso investire), il biglietto è più caro ed è praticamente deserta, con un traffico molto al di sotto delle previsioni. Riguardo al prezzo della TAV, invece, secondo gli intervistati questo sarebbe giustificato dalla particolare morfologia del territorio, eppure anche nella Pianura Padana che, morfologicamente parlando, è decisamente piatta e noiosa, un tratto di ferrovia costa svariate volte più che in Francia. Le opere pubbliche, in Italia, hanno ben poco di pubblico ormai: non vanno incontro alle esigenze della popolazione (ad esempio, il 94% dei pendolari che si sposta in treno viaggia su mezzi scassati e sporchi, perennemente in ritardo, eppure è di qualche giorno fa la notizia dell’uscita del nuovo ETR da 360km/h, riservato evidentemente al rimanente 6% di popolazione), non migliorano il territorio e lo imbruttiscono, danneggiando in modo irreparabile l’ecosistema e dissestando i conti pubblici; questi, a differenza delle opere, pubblici lo sono per davvero, ne senso che siamo noi a rimpinguarli con le nostre tasse, affinchè i soliti (im)prenditori all’italiana ne possano beneficiare per i propri affari, scaricando sulla collettività un possibile fallimento e trattenendo per sè la maggior parte del profitto nel caso di successo dell’operazione. Così compiute, le opere pubbliche non possono più essere considerate una cosa buona, sono sporche nella concezione e nella realizzazione.

Il colpo di grazia lo ha fornito la seconda parte della trasmissione, che ha mostrato un’Indonesia devastata dal taglio sistematico delle foreste verigini, per fare posto alla coltivazione delle palme, da cui viene ricevato l’ormai famoso olio, una sostanza presente in moltissimi prodotti raffinati industrialmente che costa davvero poco e non fa affatto bene (la sua lavorazione chimica produce la perdita delle sostanze utili all’organismo come gli antiossidanti ma lascia lì i grassi saturi). Però è molto gettonato, soprattutto dalle multinazioni più potenti. Per produrne sempre di più, l’Indonesia ha distrutto il proprio patrimonio boschivo al ritmo di 300 campi da calcio al giorno, raggiungendo una superficie disboscata pari all’Italia, la Svizzera e l’Austria messe assieme. Per una direttiva europea, fino a pochi mesi fa l’olio di palma finiva sotto la voce “grassi vegetali” sulle etichette degli alimenti, ma adesso il suo uso deve essere dichiarato, anche se non sussiste ancora l’obbligo di specificarne la quantità. Noi possiamo decidere di non acquistare più certi prodotti, non solo per la nostra salute, ma per non essere complici della distruzione del pianeta. E qui arrivo al punto: come cambiare le cose?

Questi due fatti rappresentano solo una piccola parte della deriva di un sistema, quello capitalistico, che si basa su un presupposto che a lungo andare non è possibile sostenere: quello della crescita infinita in un sistema finito, ossia la Terra. Ma si tratta, appunto, di deriva, ossia la rappresentazione della degenerazione di un sistema al cui interno è già incluso un peccato originale (quello della crescita infinita, che anche i bambini considerano impossibile). Per combattere questo meccanismo non servono le armi,  non serve manifestare il dissenso, non serve andare in piazza con gli striscioni. L’unico modo per fermarlo è cambiare noi stessi, smettendola di partecipare all’orgia consumistica, su cui il sistema si fonda, e diventando più forti, recuperando la facoltà mentale di scegliere autonomamente ciò che ci serve e non farci più guidare più o meno consapevolmente dalla pubblicità, rinunciando ad acquistare i beni superflui e iniziando ad autoprodurre e scambiare il più possibile quelli necessari. Abbiamo bisogno di sviluppare, in ognuno di noi, una nuova autocoscienza ecologica, un più elevato livello di responsabilità, una nuova scala di valori su cui basare le nostre vite; dobbiamo superare l’appiattimento morale che ha limitato e tuttora limita le nostre esistenze all’inseguimento esclusivo di beni materiali e di prestigio sociale. Solo così, modificando le nostre abitutidini, riusciremo a costruire un’alternativa ecologica e a misura d’uomo e d’ambiente.

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