Più Stato o più proprietà privata? Più beni comuni

open field

I beni comuni sono risorse, tipicamente ma non necessariamente, naturali e condivise dai membri di una specifica comunità. E’ possibile considerare beni comuni quelle risorse per cui valgono i principi della escludibilità, secondo cui è difficile o impossibile delimitarne l’uso precludendo l’accesso a terzi, e della sottraibilità, che si verifica quando l’appropriazione da parte di un attore riduce le possibilità di consumo da parte degli altri membri della collettività. I beni comuni sono collocati al di fuori del mercato e all’interno dell’economia informale, ovvero quella dell’autoconsumo, del volontariato, della raccolta libera, della condivisione e del dono.

Alcuni esempi di questa categoria di beni sono: la terra, con le zone coltivabili, i boschi, i pascoli; i fiumi e i torrenti, che offrono acqua, pesci e vie di comunicazione e trasporto; alcune zone della città, che costituiscono la dimensione della socialità e consentono il commercio, come le piazze, i punti di aggregazione, i centri culturali, le aree verdi; anche Internet può essere incluso nella classificazione.

 

Il Medioevo: la vita in una società ecologica e qualitativa

L’economia medioevale era molto diversa da quella moderna fondata sul libero mercato. Costituiva un’economia di sussistenza, che non aveva come fine l’arricchimento personale, semmai il soddisfacimento dei bisogni essenziali di tutti i membri della comunità attraverso la pratica della solidarietà, della cooperazione, della condivisione e del dono. Era basata sul commercio o, più frequentemente, sul baratto, dei beni di base e sul consumo delle risorse naturali come fonte primaria. Non si ricorreva ai contratti per regolare le forme di collaborazione, che erano fondate invece sul dovere che l’individuo aveva, in relazione al proprio status, nei confronti della famiglia e del prossimo.

La proprietà privata esisteva ovviamente e, sottoposta a vincoli e limitazioni, includeva i seguenti tre modelli di proprietari:

  • Il sovrano, considerato in Inghilterra il proprietario di tutto il territorio nazionale
  • I grandi proprietari terrieri
  • La gente del popolo (commoners), a cui rimanevano i terreni comuni in condivisione e che poteva coltivare i terreni di proprietà del signore feudale

 

I campi, che fossero di proprietà oppure condivisi, erano aperti, ossia non recintati, e costituivano un sistema, l’open field system, in cui alla proprietà privata si affiancava la gestione comune. I terreni di proprietà privata erano assegnati al contadino che, assieme alla propria famiglia, li coltivava e aveva esclusivo diritto al primo raccolto, ma chiunque, dopo la trebbiatura, poteva entrare per la spigolatura. Il common, invece, era un apprezzamento di terreno con minore vocazione arabile fra quelle appartenenti al villaggio; forniva legna, frutti di bosco, aree di pascolo ed era accessibile a tutti quei membri della comunità che godevano dei diritti di sfruttamento secondo regole che generalmente permettevano l’accesso su base ereditaria. L’open field system costituiva, in pratica, un metodo di gestione integrata delle risorse agro-pastorali che, affiancato ai terreni comuni, permetteva una gestione sinergica delle risorse con benefici maggiori rispetto a quelli che si hanno con un diverso assetto proprietario delle terre. Nonostante i terreni fossero di proprietà privata, inoltre, su di essi non si poteva coltivare liberamente ma si rispettava il sistema tradizionale di rotazione agraria, pianificato dalla comunità.

Un sistema di questo tipo costituiva una fondamentale base di sostentamento dei ceti contadini e artigiani che, per la propria gestione, richiedeva un’attività politica partecipativa che si manifestava in un vero e proprio autogoverno esercitato dalle popolazioni autoctone.

La dimensione relazionale, soprattutto al livello più basso e numeroso, prevaleva largamente rispetto a quella materiale dell’avere; l’avere in comune era condizione normale, in opposizione all’avere individuale, che costituiva una eccezione riservata a pochi. La vita si svolgeva in una dimensione ecologica e qualitativa:

  • ecologica perché la comunità, nata con l’esigenza di soddisfare le esigenze comuni, era in equilibrio con le risorse e con le altre comunità e non costituiva una semplice somma algebrica degli individui che la componevano, ma, avendo uno scopo comune e dotandosi di mezzi e strategie per raggiungerlo, dava vita ad una intelligenza collettiva capace di scelte lungimiranti a favore di tutti
  • Qualitativa perché i rapporti fra gli individui non erano resi “oggettivi” (e quindi limitati, regolati, standardizzati, spersonalizzati, impoveriti) dai contratti e dal denaro e infatti, sfuggendo alla logica dell’accumulo di capitale, erano “vivi” e caratterizzati da elementi relazionali unici e soggettivi (amore, amicizia, odio, rispetto, gelosia, ecc.). Nello scambio prevaleva quindi il “valore d’uso”, rappresentato dall’effettiva utilità dell’oggetto scambiato, e poco peso assumeva il “valore di scambio” (determinato invece dalle leggi di mercato), perché il denaro non costituiva ancora un fine ma un semplice strumento di mediazione

La comunità medioevale era fondata sull’essere insieme nell’interesse di tutti, anche dei più deboli (si pensi al fatto che il mendicante non era considerato un reietto, ma anzi si credeva che fosse in qualche modo capace di una comunicazione esclusiva con Dio).

Sul territorio si esprimeva un pluralismo delle fonti del diritto, fra loro scarsamente coordinate e in rapporto non gerarchico. In parte erano locali, emanate dai piccoli signori feudali oppure basate sulla consuetudine; in parte erano statuali, oppure coincidevano con il diritto romano insegnato nelle università, che veniva applicato nei giudizi più significativi e nelle formulazioni notarili.

 

La modernità, le “enclosures” e la trasformazione della terra in merce

Fra il XVI e il XVIII secolo si affermò, dapprima in Inghilterra e poi nelle restanti nazioni occidentali, il fenomeno della recinzione (enclosure) sistematica dei campi aperti, in pratica un poderoso processo di espropriazione della terra a danno dei contadini che la gestivano e a favore dei grandi proprietari. I contadini, disoccupati e privati della fonte del proprio sostentamento, furono quindi costretti a trasferirsi in città, a ingrossare le fila dei lavoratori salariati impiegati nell’allora nascente industria oppure a dedicarsi al brigantaggio. Con le enclosures assieme al bene comune scomparve la terza forma di proprietà fino ad allora esistita, quella dei commoners, a vantaggio delle rimanenti due: lo Stato, che da quel momento rappresentò il pubblico, e la proprietà privata alla base del mercato. In conseguenza di ciò anche la comunità, fondata sulla gestione del bene comune nell’interesse di tutti, fu sostituita da un tipo di economia in cui si inseguiva l’interesse privato del grande proprietario, il cui scopo è accrescere la propria ricchezza contribuendo, allo stesso tempo, allo sviluppo economico e al prestigio dell’intera nazione.

Con la mercificazione della terra il suo sfruttamento divenne sistematico, con il fine dell’incremento costante della produzione e del capitale. Questo nuovo modello era sostenuto grazie all’apporto ideologico degli intellettuali, alle leggi emesse dallo Stato e giustificato da alcuni fattori tra loro collegati, in particolare:

 

  • le innovazioni, sempre più frequenti e incisive, della tecnica agronoma del Seicento e Settecento, promettevano rendimenti crescenti e mal si conciliavano con la tecnica di rotazione agraria vigente
  • l’idea che la proprietà privata della terra avrebbe favorito la produttività agricola, liberando i terreni dai vincoli consuetudinari e feudali, dalla gestione collettiva del territorio, dall’abitudine al cambiamento consensuale e dall’importanza attribuita a usi, costumi tradizionali e diritti acquisiti, tutti elementi ormai considerati un ostacolo perché statici, complessi, inefficienti, incompatibili con la necessità di incrementare costantemente l’output produttivo; la proprietà privata della terra, invece, avrebbe consentito una maggiore autonomia decisionale da parte dei singoli proprietari

 

Il sistema dell’open field, che per secoli aveva consentito la regolamentazione dell’accesso alle risorse limitate grazie alla sua flessibilità, complessità e alla ricchezza di relazioni che alimentava e rendeva necessarie, venne così smantellato in favore della proprietà privata che, come definisce Blackstone, “è il dominio solo e dispotico che un individuo ha su una cosa ad esclusione di tutti gli altri”.

Assieme all’affermazione del denaro e del salario per unità di lavoro, la trasformazione della terra in merce rappresenta una delle grandi invenzioni che ancora ci dominano; eppure la terra in natura è unica ed è bene comune ambientale per eccellenza, perché necessaria alla vita.

A questo punto, il denaro sostituì lo status dell’individuo; i rapporti di lavoro assunsero la forma di contratto; tramontò la complessità del mondo feudale in cui la comunità apparteneva alla terra e non viceversa. A seguito delle recinzioni, i beni comuni furono cancellati come categoria politico culturale e associati a luoghi del pre-moderno, del selvaggio e del medioevale.

 

Guadagnare consapevolezza del valore dei beni comuni

Riconoscere il valore e l’importanza dei beni comuni non è facile, soprattutto quando la mentalità diffusa è appiattita sull’ormai solida e affermata dicotomia Stato (pubblico) – mercato (proprietà privata). Ci si accorge del valore di una certa risorsa quando questa è minacciata – si pensi al referendum sull’acqua che ha visto la massiccia partecipazione popolare esprimersi contro la sua privatizzazione – oppure seriamente danneggiata, magari in seguito ad una crisi ecologica che segue allo sfruttamento selvaggio da parte delle multinazionali. E’ difficile, inoltre, riconoscere come beni comuni quegli elementi non ben delimitati e non legati ad un particolare titolare, come quelli ambientali. In questi casi il loro riconoscimento giuridico avviene in via del tutto eccezionale e inadeguato.

Anche il lavoro è da considerarsi un bene comune, se considerato nell’accezione che aveva nella società medioevale, quando serviva a soddisfare le esigenze della collettività risultando, in questo senso, prezioso; era strettamente funzionale alla qualità della vita e ciò era direttamente riscontrabile. Oggi, invece, pur essendo considerato come diritto della persona, è oggetto di contratto, quindi spersonalizzato e spesso svuotato di senso; è mercificato, in quando costituisce un servizio che l’individuo offre, in cambio di denaro, non alla causa comune, ma agli interessi di un privato il cui fine ultimo è l’inseguimento del profitto anche a danno dei molti; è fine a se stesso se non addirittura dannoso.

Una piazza, un centro culturale, un parco sono beni comuni perché rappresentano dei valori per la comunità che ne fa uso: sono luoghi di socializzazione, di scambio culturale ed esistenziale, di benessere psico-fisico. Per comprenderne appieno il valore è necessario, quindi, mettere in relazione il mero spazio fisico urbanistico con la funzione importante che svolge per i cittadini che ne usufruiscono.

Ottenere consapevolezza dell’importanza dei beni comuni è un primo fondamentale passo per ricostruire un ordine sociale ecologico. Per un cittadino, soprattutto occidentale, la consapevolezza dei beni comuni è un vero problema, perché egli è troppo abituato a dare tutto per scontato. La città, ad esempio, è una comunità che dal punto di vista ecologico è parassitaria, in quanto dipende dalla campagna per tutto il cibo; i rapporti sociali sono quasi interamente sottoposti a forme contrattuali, cosa che ha l’effetto di inibire l’esercizio di valori quali solidarietà e cooperazione, non facilitandone la maturazione e la conseguente consapevolezza, al contrario ben presente in chi vive in campagna, poiché un gran numero di attività, per essere svolte, necessitano della collaborazione fra più persone e i rapporti umani sono assai meno mediati dal denaro, quindi sono più “vivi” e spontanei.

La consapevolezza dei beni comuni si raggiunge con il sapere critico e la cultura critica, che si oppone alle acritiche convinzioni inculcate dalla pubblicità sulla necessità di possedere beni privati in abbondanza.

 

Un’alternativa politica fondata sulla diffusione del potere e l’inclusione partecipativa

Sia lo Stato che le aziende private sono fondate su una struttura gerarchica in cui il potere è concentrato nelle mani di pochi o uno solo. Il governo dei beni comuni, invece, si articola intorno alla diffusione del potere, all’inclusione partecipativa, rifiuta l’idea di competizione e promuove la collaborazione. Non si tratta, perciò, di esprimere una preferenza fra partiti, ma di partecipare attivamente con il fine di dotarsi di istituzioni in grado di garantire, con la collaborazione di tutti, l’uso regolato e sostenibile nel tempo della risorsa condivisa. I beni comuni, infatti, se da un lato sfuggono alla logica del mercato e quindi allo sfruttamento sistematico, dall’altro devono essere preservati in modo responsabile ed ecologico per poter soddisfare anche i bisogni delle generazioni future (solidarietà intergenerazionale)

Il suggerimento è quello del superamento delle categorie ideologiche dello Stato e del mercato come grandi regolatori unici per la soluzione dei problemi di interesse collettivo a favore della costruzione di una alternativa basata sulla valorizzazione delle istituzioni collettive costruite empiricamente e in maniera incrementale, per tentativi ed errori, da attori pubblici e privati.

 

La gestione dei beni comuni e la teoria convenzionale

Nell’articolo di Garret Hardin intitolato “La tragedia dei beni comuni”, pubblicato su Science nel 1968, si afferma che “La rovina è la destinazione verso cui tutti gli uomini corrono, ciascuno inseguendo il proprio interesse, in una società che crede nella libertà delle risorse comuni” e le sole alternative al dilemma dei beni collettivi sono “un sistema di imprese private” oppure il “socialismo”. Si deve esercitare una forza coercitiva esterna alle menti dei singoli insomma, senza la quale il bene comune viene inesorabilmente distrutto se lasciato gestire in libertà agli appropriatori.

Una visione pessimistica che gli studi di Elinor Ostrom, premio nobel per l’economia nel 2009, tendono a superare. Secondo la scienziata, infatti, la gestione dei beni comuni non deve essere inquadrata in una sequenza rigida di scelte dicotomiche fra Stato e privato, ma sulla ricerca continua di soluzioni ottimali, flessibili e modificabili. Le strategie attuate dagli appropriatori (come sono definiti coloro che usufruiscono della risorsa comune) devono essere cooperative e responsabili, capaci di considerare gli effetti delle proprie azioni sugli altri. Secondo la Ostrom, la messa a punto delle istituzioni è un processo lungo, difficile e conflittuale; richiede informazioni affidabili e un vasto repertorio di regole accettabili dal punto di vista sociale e culturale. Le istituzioni che nascono per governare i beni comuni devono essere flessibili a differenza delle strutture imposte dall’esterno, che presentano il grande svantaggio di avere procedure rigide. Gli utilizzatori, essendo in situazioni di vicinanza e familiarità col bene oggetto di sfruttamento, hanno la possibilità di darsi strutture organizzative più pronte al cambiamento e meglio adattabili. La conoscenza vera, infatti, matura attraverso il continuo alternarsi fra osservazione empirica e seri tentativi di formulazione teorica.

Spesso, chi propone lo Stato o il mercato come la soluzione dei mali nella gestione dei beni collettivi, parte dall’assunzione errata che entrambe le entità conoscano perfettamente il territorio, i suoi limiti e siano in grado di applicare con successo le regole facendole rispettare. Questa visione, tuttavia, non trova corrispondenza nella pratica e sia i sostenitori del centralismo statale che quelli delle privatizzazioni propongono frequentemente istituzioni ipersemplificate, modelli ideali.

Il problema della gestione dei beni comuni si riconduce alla ricerca del metodo migliore per limitare l’uso delle risorse naturali, così da assicurarne la sopravvivenza economica nel lungo termine. Ciò che si può osservare a livello globale è che né lo Stato né il mercato sono in grado di garantire sempre lo sfruttamento produttivo, nel lungo periodo, delle risorse naturali.

 

Bibliografia

  • “Beni comuni. Un manifesto” di Ugo Mattei, ed. Laterza, 2011
  • “Governare i beni collettivi” di Elinor Ostrom, ed. Marsilio, 2006, titolo orig. “Governing the commons”, 1990
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