Il primo pensiero del mattino

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Il primo pensiero del mattino… chi se lo ricorda? Chi ci fa caso? Quel pensiero che si manifesta liberamente come primo atto della rinnovata coscienza dopo il sonno, prima che i nostri ricordi, le preoccupazioni, le nostre  “TODO list” (argh) prendano il sopravvento e ci conducano dove vogliono loro per il resto della giornata. Quell’attimo di sicura, preziosa autenticità si verifica ogni giorno? Forse sì, in ogni caso penso che sarebbe saggio allenarsi a coglierlo e riflettere. Sono abbastanza sicuro che scopriremmo molto su noi stessi, su chi siamo, dove stiamo andando, se la direzione intrapresa è quella adatta a noi oppure necessita di correzioni. Qualche giorno fa l’ho colto per un istante, ma con chiarezza; aveva a che fare con la nuova vita, la casa in campagna, il desiderio di realizzare questo progetto. Un promemoria, il ricordo di un impegno preso, che considero una prova della mia volontà, del fatto che quel che penso è tutto vero, non è una fantasia, non è un’invenzione. Si può fare, insomma, io l’ho inteso così e adesso ho qualche perplessità in meno.

I dubbi si possono risolvere, non vanno rimossi, si superano affrontando le cose. Se ci si muove seguendo una direzione, la propria, succede che  si ha una percezione più chiara della situazione. Dopo, le parti più scure diventano più comprensibili. Avere dei dubbi è sicuramente salutare, provarne troppi forse significa che qualcosa non va, che si è statici. La grande maggioranza delle persone, tuttavia, è ancora nella condizione opposta: sembra non averne, nonostante il periodo di grande mutamento sia di stimolo alla riflessione. Gli sforzi continuano a essere concentrati nella perpetuazione di tutto ciò che fino a ieri aveva funzionato (o sembrava funzionare); le alternative, semplicemente, non vengono considerate.

In un openspace (una delle invenzioni più spersonalizzanti e crudeli mai partorite) situato nel seminterrato dell’edificio di cemento armato in cui ancora lavoro, di fronte al quale transitano auto e mezzi vari, purché rumorosi, illuminato dalla necessaria luce artificiale per tutto il tempo, il personale di una compagnia assicurativa svolge le proprie attività nel massimo immobilismo. Parcheggio la bicicletta proprio di fronte e, per quasi tutto l’hanno, mi si presenta la stessa visione: una schiera di dipendenti che non può godere della luce del sole (in pratica da ottobre ad aprile la vedono solo nel weekend), che occupa le stesse postazioni, lo sguardo fisso sul proprio monitor, l’espressione concentrata e la posa plastica, sempre la stessa (ecco come nasce buona parte dei mal di schiena). Vestiti elegantemente ma senza particolare cura, ripetono docilmente e all’infinito gli stessi gesti senza mostrare alcun segno apparente di insofferenza: non sia mai che qualcuno di loro non sia felicissimo e motivatissimo nell’andare al lavoro. In un luogo così bello, poi. Ma allora perchè non sorridono e non sprizzano energia da tutti i pori? A me sembrano soprattutto dei moribondi, concentrati magari, ma privi di entusiasmo ed energia. Sono sicuro che anche lo sguardo tutto preso in direzione dello schermo del pc sia una posa da attore affinata nel corso di anni che aiuta a reggere e a mascherare. Una espressione a basso consumo energetico, mantenibile per tutte le ore che servono, magari con qualche dolorino ai muscoli facciali nei primi tempi, a cui ci si abitua. Avranno mai dei dubbi costoro? Ascolteranno mai il primo pensiero del mattino? E se non lo fanno, ricorderanno ancora che esiste, dopo tutti questi anni? Ma soprattutto, questa è l’umanità vera?

Mentre mi sforzo di esercitare un dubbio salvifico su quest’ultimo punto e provo a dirmi che no, non può essere così, recupero le parole che Luciano Bianciardi scrisse nel 1962 in “La vita agra”:

E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all’esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati). Dicono: “Scusa ho premura, ho una commissione, scappo” e subito scappano davvero riscivolando taciti sul marciapiede. Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perché tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne ed ossa o se invece è soltanto un’immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti dicono: “Fatti vedere”. […] Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c’è odore di morto, aria di chiuso,stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l’influenza.

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2 risposte a Il primo pensiero del mattino

  1. Emme ha detto:

    Bianciardi! “La vita agra” è un desiderio che torna e ritorna: spunta come un consiglio di lettura da parte di qualcuno, un dorso intravisto nella libreria di un amico, un’idea che affiora dal fondo della memoria. Trovarlo citato ancora mi fa pensare ad un segnale: ho l’impressione che sarà una delle mie letture primaverili/estive… 🙂

    • Fabio Saracino ha detto:

      Te lo consiglio! L’ho letto al ritorno dalle vacanze estive, l’anno scorso. L’ho approcciato un po’ frettolosamente all’inizio, ma mi ha progressivamente conquistato con l’avanzare della lettura. Direi che l’autore ha centrato il sale della vita in città, basata su frenesia, superficialità, individualismo e sforzo coatto. Prezioso per sviluppare gli anticorpi a questa società. E poi la scrittura di Bianciardi mi è piaciuta molto!

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