Carnefici e vittime allo stesso tempo

Colline e prati scoscesi, sulle cui sommità sorgono immobili castelli e paesi; le pedalate all’inizio della primavera lungo la costa ligure e fra gli stretti caruggi, che sembrano custodire ancora un po’ del freddo invernale ma sono già profumati di focacce e panni stesi; odorosi pascoli d’alta montagna, protetti nella cornice delle vette alpine; strade sterrate e polverose di Toscana, calde e assolate, dalle pendenze sfiancanti ma generose di splendidi panorami; fiumi, laghi e riserve naturali; borghi antichi e borghi abbandonati; cascinali fantasma nella piatta campagna padana; un porticciolo che non esiste più a Marina di Pisa, dove l’Arno si getta i mare e dove da sempre i vecchi si incontravano per parlare di tutto, circondati assieme alle poche bancarelle dall’odore salmastro e da quello del pesce; stagni, fango, mulattiere, rocce, piante, legna, piazze del mercato, insetti, cielo blu, luce, tanta.

Oggi un raro limpido e freddo giorno di sole a Torino. La neve della notte è ormai solo un ricordo e al suo posto un vento secco e pungente profuma l’aria, mentre porta la visibilità in ogni direzione a livelli inusuali. Intanto che torno in ufficio dopo la pausa pranzo, la mente, sollecitata da tutto questo, vaga verso memorie ed esperienze in qualche modo affini. Mi sorprendo per la vividezza dei ricordi potenziati dai sensi e rifletto: cosa ci perdiamo, senza neanche saperlo, mentre lavoriamo al chiuso tutto il giorno, con la nostra attenzione continuamente prestata a qualche compito (naturalmente urgente), sempre impegnati nell’azione coatta? Guai a fermarsi un minuto per contemplare il mondo circostante, per sognare un po’, per lasciare che i nostri sensi ci stimolino conducendoci altrove, dove vorremmo essere, dove avremmo bisogno di stare: l’illusione in cui viviamo si frantumerebbe e vedremmo, anche solo per un attimo, qual è la nostra vera condizione. E allora qualsiasi scusa va bene, qualsiasi regola, discorso cretino, distrazione, convinzione, pregiudizio, tutto fa brodo. Ho capito perchè le persone parlano sempre delle solite cazzate e agiscono così bene secondo routine: lo fanno per proteggersi, per non dover rilevare l’enorme differenza fra la vita effettiva che conducono e quella che invece inizierebbero a desiderare se solo si concedessero, per cinque minuti al giorno, l’opportunità di immaginarsela, di sognarla. E’ una grande tortura, infatti, per il prigioniero o lo schiavo, fantasticare dalla propria cella sulla libertà, sull’infinito che c’è là fuori. Molto meglio tenersi occupati, sempre indaffarati, concentrati sul contingente, rimuovere tutti i sogni e desideri più autentici, ad eccezione di quelli immediatamente appagabili o quasi, e vivere nella menzogna che desiderare altro sia illegittimo.

Carnefici e vittime allo stesso tempo.

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