Critica al sistema automobilistico

Serie storica delle vendite di auto in Italia fino al 2013

Serie storica delle vendite di auto in Italia fino al 2013

Io penso che finalmente il mito dell’automobile sia in declino. Nulla di particolarmente eclatante, per ora, l’Italia brulica come sempre di vetture, anche più del resto del mondo, ma l’inversione di tendenza si è manifestata. Anche se i numeri sono ancora ridotti, al mezzo privato vanno affiancandosi altre modalità di trasporto e sempre più numerosi sono gli utenti della bicicletta. Un po’ perchè costretti dai costi, un po’ perchè stufi di questa mobilità opprimente,  abbiamo abbandonato l’auto riscoprendo così il piacere di spostarci all’aria aperta. Chi si è affrancato si muove adesso senza più fretta, compiendo esercizio fisico, guardandosi attorno e soffermandosi su particolari prima ignorati, riscoprendo la possibilità di cambiare felicemente percorso, senza bisogno di chissà quali motivazioni razionali in grado di giustificare una ripianificazione del collaudato ma ripetitivo tracciato automobilistico. Un negozio, un panorama, un particolare, una compagnia gradita o le sensazioni del momento sono ora dei motivi più che validi e sufficienti per introdurre varietà e piacevolezza nel tratto giornaliero, anche quello che da casa ci conduce al lavoro; prima, in macchina, questi erano impulsi da reprimere assieme a tanti altri, impegnati come eravamo alla guida e costretti fisicamente nell’abitacolo. Non è stato automatico riscoprirli e dar loro libero sfogo: c’è voluta la pratica della bicicletta e un po’ di apertura mentale.  Quando le prospettive si restringono, e quelle dell’automobilista sono forzatamente limitate a qualche decina di metri d’asfalto in avanti e poco più, si riducono le possibilità e l’orizzonte si impoverisce. Poichè la capacità di adattamento dell’essere umano è notoriamente alta, siamo stati in grado di abituarci a queste condizioni così efficaciemente da non considerare più, nè desiderare, alternative possibili. Siamo arrivati ad accettare le regole e le imposizioni di un sistema come se queste fossero immutabili, ma quel che è peggio abbiamo smesso di cercare una via d’uscita, arrivando a convincerci che il modo in cui  facciamo le cose sia l’unico possibile e magari anche il più desiderabile.

Il sistema auto-centrico è tutt’altro che il migliore però, e questo vale sia in termini di pura utilità,  sia di risparmio di tempo e di sfruttamento degli spazi e delle risorse, ambientali e umane. Innanzi tutto l’auto dovrebbe permettere il movimento ad una velocità sufficientemente elevata, per consentire un risparmio di tempo. La sua presunta superiorità tecnica avrebbe dovuto rendere tutti più liberi di viaggiare, peccato che sia accaduto esattamente il contrario. Bloccati  nel traffico, gli automobilisti si muovono ad una velocità media di circa 20km/h, ridicolmente bassa se messa a confronto con le promesse iniziali di rapidi trasferimenti e paragonabile a quella dei mezzi pubblici e delle biciclette. Quindi, almeno in città, che è il luogo dove di gran lunga si percorre il maggior numero di chilometri, non si ottiene alcun vantaggio temporale, anzi; a questo insuccesso si somma il senso di isolamento e di impotenza che pervade l’automobilista quando, contrariamente alla sua volontà (e tuttavia con la sua complicità), si trova troppo frequentemente solo, isolato nell’abitacolo e imbottigliato  in un ingorgo; oppure, ciliegina sulla torta, quando deve ancora spendere ulteriore tempo per trovare parcheggio. Tutti noi abbiamo sperimentato quanto siano frustranti tali esperienze, ma allora perchè così tanti continuano ad insistere?

Al tempo devoluto nella guida vera e propria si somma quello, consistente, da impiegare lavorando per procurarsi i molti soldi con cui acquistare la vettura, pagarvi le tasse sempre più ingenti, provvedere alla sua manutenzione e all’approvvigionamento di carburante. Mantenere un’auto costa denaro, sempre di più, e questo si ottiene in cambio di tempo, l’unica risorsa di inestimabile valore perchè limitata (tutti prima o poi lasciamo questo pianeta) e che perciò andrebbe spesa con molta più oculatezza.

Superiamo adesso la sfera personale dell’automobilista e allarghiamo un po’ il punto di vista. Osserviamo attorno a noi e volgiamo lo sguardo sulle nostre città, in particolare sulle tante infrastrutture costruite per favorire il traffico. Bene, da questa osservazione si possono trarre almeno due conclusioni: la prima è che l’impatto esercitato dall’automobile sul paesaggio (anche extraurbano oltre che urbano) è cospicuo, la seconda è che tutti questi ponti, sottopassi, parcheggi, corsi non sono riusciti a fluidificare il traffico, anzi l’hanno incrementato! Nel primo caso le auto hanno relegato la vita sociale ai margini, costringendo il pedone, il vero abitante della città, nelle riserve indiane costituite dai marciapiedi e dalle sparute isole pedonali. Questo ha modificato, in peggio, tutta la fitta rete di relazioni spontanee rese possibili dalla condivisione degli spazi fra i cittadini, limitandone, di fatto, la socialità e le occasioni di aggregazione: quindi gli incontri, lo scambio di idee, di esperienze e di vissuto. Se oggi l’individualismo dilaga, uno dei motivi è anche questo e si può dire che abbia un’origine di tipo fisica, di distribuzione degli spazi. A ciò aggiungo il degrado, soprattutto nelle periferie, costruite direttamente su misura dell’automobile e non dell’uomo. Il secondo caso è apparentemente paradossale. Se si è investito in infrastrutture, in strade con più corsie, in parcheggi, in spettacolari sopraelevate, tunnel, ponti e gallerie, com’è possibile che il traffico e con esso gli ingorghi si siano accresciuti, annullando i benefici che dovevano derivare dalle grandi opere? Di questo effetto negativo non c’è dubbio, è palese che sia andata così e il principio che se ne trae afferma che costruendo una strada, si genera anche il traffico che vi transiterà. Assomiglia molto alla legge economica di Say secondo cui “l’offerta crea il bisogno”, che aiuta a spiegare perchè acquistiamo, oltre all’utile e necessario, così tanto superfluo: semplicemente perchè esiste e, “grazie” all’impronta persuasiva esercitata dalla pubblicità, siamo spinti a desiderarlo. La stessa cosa per le auto, il cui utilizzo e acquisto è fortemente assecondato dall’offerta dei servizi che le girano attorno, oltre al fatto che la propaganda l’ha trasformata in uno degli oggetti più desiderati, in uno status symbol e in un’estensione della nostra personalità (questo secondo la pubblicità, in realtà ci condiziona). Un’ultima riflessione riguarda gli ingenti costi per tutte queste opere che gravano sulla società nel suo insieme. Opere che dovrebbero generare vantaggi e che invece oltre una certa soglia producono soprattutto svantaggi: il tempo per la loro costruzione e mantenimento è crescente, i costi esplodono fino a renderle non più convenienti. Ogni ulteriore passo in una certa direzione diventa una spesa enorme e un danno ambientale.

Ricapitolando: l’automobile, non facendo risparmiare tempo, anzi divorandone sempre di più (direttamente alla guida o per tutto quello che vi gravita attorno), non fa ciò che promette. Se la usassimo con parsimonia, se fosse considerata per quel che è, ossia un mezzo di trasporto, se le poche strade necessarie ad un parco circolante ridotto fossero scorrevoli, probabilmente confermerebbe una qualche utilità e anzi potrebbe guadagnarne ulteriori, ma allo stesso tempo le altre modalità di trasporto avrebbero la possibilità di affermarsi e di rendersi competitive al punto da relegarla fra le ultime scelte, scongiurandone il monopolio che, invece, possiede saldamente, pur con qualche sinistro scricchiolio, e che ha marginalizzato pedoni e ciclisti, contribuito a plasmare ambiente e mentalità, richiedendo all’intera società sempre più tempo e lavoro e ricambiandola con benefici nulli, se non quello di perpetuare l’esistenza stessa del sistema auto-centrico.

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