Crescita infinita in un sistema finito

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Perchè l’economia deve sempre crescere? Non sarebbe tutto più semplice se si ponesse in uno stato stazionario? L’economia cresce perchè è di tipo monetario, basata sul denaro, moltiplicatore incredibile di scambi e opportunità e perché i meccanismi della crescita sono insiti nel sistema stesso.

Un po’ di storia

In origine l’economia era limitata al soddisfacimento dei bisogni individuali e collettivi, le tribù, dedite al nomadismo, erano autosufficienti, raccoglievano ciò di cui avevano bisogno e praticavano la caccia; ad esse l’individuo era legato e ne seguiva le sorti, nel bene e nel male. Quando divennero stanziali, in seguito alla scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, tribù limitrofe iniziarono a praticare scambi tramite il rituale del dono e del controdono, una pratica densa di significati umani che aveva lo scopo di mostrare il valore e l’onore delle tribù coinvolte. Nell’atto lo scopo di lucro non sussisteva. Con la tendenza successiva alla differenziazione del lavoro e la nascita dell’artigianato, crebbe la necessità di scambio perchè una singola famiglia poteva non essere più autosufficiente. Nacque il baratto, che coinvolgeva beni e manufatti dotati di valore intrinseco, materiale, oltre che umano. Dieci galline, ad esempio, potevano essere cedute in cambio di una mucca. Il passo successivo fu la comparsa della moneta-merce, anch’essa dotata di valore intrinseco, utilizzata per acquisire altra merce. La moneta-merce ampliava le possibilità di scambio perchè poteva essere usata per acquistare beni differenti: le galline, ad esempio, a seconda della quantità servivano a comprare mucche, utensili, lavoro (il servizio reso da uno o più uomini) in base ad una convenzione fra uomini, ovvero una decisione collettiva. Gli Stati antichi imponevano anche dei tassi di cambio fissi, molto stabili (la cui durata poteva andare da anni a secoli), utili a regolare le quantità necessarie di moneta-merce per acquistare determinati beni. Stabilivano, ad esempio, quante unità di cereali servissero per ottenere un certo utensile e così via. Un’economia così configurata era fortemente vincolata alla disponibilità di risorse reali e alle effettive necessità di sopravvivenza.

Con l’introduzione dei tassi di cambio, decisi dallo Stato e accettati dalla comunità, nasce il concetto della misura del valore dei beni. Questa funzione coincide con uno dei ruoli assolti dal denaro, ma questo non è a tal punto ancora nato o meglio, la moneta merce ne rappresenta solo un’incarnazione parziale. La sua nascita avviene con l’entrata in voga della moneta coniata. A differenza della moneta-merce, questa presenta una maggiore livello di astrazione perché, nonostante conservi ancora del valore intrinseco (dato dal metallo di cui è composta – oro, argento, rame – che, fuso, ha comunque una sua utilità, seppur con il passare dei secoli la sua quantità all’interno delle monete sia progressivamente ridotta) vi è attribuito un certo valore concettuale. La moneta coniata facilita di molto il commercio, soprattutto quello su grandi distanze, perché, a differenza della merce che rappresenta, è maneggevole e poco voluminosa,  quindi rende più facile, veloce e sicuro il trasporto. Si limita a rappresentare i beni e perciò assume un’altra funzione tipica del denaro, quella di intermediario nello scambio (in aggiunta alla già citata misura del valore). Si configura come un puro e semplice strumento, un sostituto, un rappresentante di oggetti reali, la cui ragione d’essere coincide con la sua funzione transitoria la quale, una volta consumata, pone fine alla sua esistenza.

Il denaro è una promessa

Quando una persona possiede del denaro, sotto forma di monete o altro (le monete sono quindi la materia con cui il concetto di denaro si manifesta), ha in realtà un credito verso ignoti e in un tempo collocato nel futuro, i quali elargiranno, in cambio dei soldi, i beni e i servizi materiali corrispondenti. Il denaro, pertanto, si configura come promessa: tu, possessore di una certa somma, come pagamento per il lavoro che hai prestato o per i beni che hai ceduto, ottieni una ricompensa in moneta che ti permetterà di acquistare beni o servizi nel futuro. In questo modo è assunta anche la funzione di mezzo di pagamento (che a mio parere si distingue solo parzialmente da quella di intermediario nello scambio e in modo dipendente dal contesto: all’interno di un mercato prevarrà la funzione di intermediarietà, mentre all’interno di un rapporto di lavoro prevarrà quella di mezzo di pagamento, ma la sostanza è molto simile).

Al denaro, erroneamente, viene attribuita un’ulteriore funzione, quella di accumulo di ricchezza, in chiara antitesi con le precedenti perché se il denaro è un concetto astratto (che si manifesta tramite un supporto materiale – moneta, banconota, assegno) usato per rappresentare una certa quantità di beni, servizi e lavoro, all’interno di uno scambio presente o futuro, la somma di diverse quantità di denaro è sempre denaro, ovvero un’astrazione, un Nulla. Quella somma rappresenta naturalmente dei beni reali, ma in sè non è niente. La vera ricchezza di una nazione, infatti, sono i suoi beni fisici, le risorse naturali, i servizi erogati tramite il lavoro mentre i soldi possono solo rappresentare queste quantità (facilitandone lo scambio, l’estrazione, l’impiego). Una nazione ideale ricca di risorse naturali e in grado di utilizzarle per il proprio fabbisogno ma che non fa uso di denaro non è più povera di una che dispone di poche risorse fisiche ma molto denaro, anzi è vero esattamente il contrario. Infatti si genera inflazione quando la massa circolante di denaro, cresciuta a dismisura, è molto più grande della quantità di beni fisici a cui è “costretta” a rapportarsi, proprio perché per definizione deve rappresentarli.

La smaterializzazione del denaro e la fine della ‘convertibilità aurea’

Il denaro, nella sua evoluzione, si è progressivamente smaterializzato, allontanandosi sempre di più dal supporto fisico che lo rappresenta. Dalla sua prima incarnazione nella moneta-merce degli inizi, quando non aveva ancora acquisito pienamente le proprie funzioni, si è materializzato nella moneta coniata, un simbolo più di quanto non lo fosse già la moneta-merce. Una ulteriore, importante, evoluzione verso l’immaterialità si è avuta con l’invenzione della banconota, dal valore intrinseco nullo (se si eccettuano i pochi grammi di carta di cui è composta…), puro segno, a cui infatti si faceva corrispondere (questo fino a qualche decennio fa) una certa quantità di oro. La regola della convertibilità aurea serviva a garantire il valore della banconota, permettendo di scambiare le banconote possedute con la corrispondente quantità d’oro e poneva un limite alla circolazione delle stesse, in quanto la loro stampa era vincolata all’effettiva disponibilità delle riserve di metallo prezioso. Uno Stato che voleva accrescere la quantità di carta-moneta circolante era costretto a comprare (o estrarre) oro per potere stampare più banconote garantite. Il prezioso metallo, comunque, rappresentava soltanto una frazione (seppur consistente) della massa di banconote in circolazione. Non era necessario che il rapporto fosse paritario, poiché la probabilità che tutti i possessori di banconote richiedessero simultaneamente la loro conversione in oro era ritenuta, dal punto di vista statistico, piuttosto bassa. Con il tempo, però, questo rapporto si modificò progressivamente in favore dei pezzi di carta fino al punto in cui, nel 1973, il presidente Nixon, con un atto di onestà, decise di mettere fine alla convertibilità aurea, divenuta ormai del tutto teorica, in quanto la quantità di oro estratta e custodita nei forzieri risultava essere ormai esigua rispetto all’enorme, crescente massa di banconote in circolazione. Quest’ultima divenne perciò libera, per legge, di incrementarsi senza più limiti: il dispositivo di sicurezza era stato disinserito.

Una volta rimossa la convertibilità aurea la crescita della massa monetaria, del tutto svincolata, è libera di manifestarsi e può così realizzarsi tramite alcuni meccanismi, il più importante dei quali è quello del prestito con interesse. Con esso la banca può creare denaro dal nulla: vi ricorre l’imprenditore che decide, ad esempio, di pianificare un’operazione di rinnovo del proprio parco di macchinari per la produzione, ottenendo così una somma corrispondente al valore degli strumenti che acquista. Alla banca, però, dovrà restituire anche gli interessi, che si collocano al di là del valore delle attrezzature di cui si è dotato. L’imprenditore compenserà la somma eccedente producendo più merci, oppure ricorrendo ad un altro prestito (quindi replicando ulteriormente il meccanismo di creazione di denaro dal nulla); nel primo caso le merci prodotte in eccesso richiederanno un mercato adeguatamente stimolato e quindi una domanda superiore a quella che si sarebbe verificata se all’imprenditore fosse stato concesso un prestito senza interessi. Questo è uno dei motivi per cui l’economia deve essere sempre in positivo, ovvero crescere: la produzione serve anche a ripagare gli interessi e più questi sono alti, più si dovrà produrre. E la domanda di beni deve essere sostenuta, incrementata, affinché se ne possano produrre sempre di nuovi.

Da dove proviene il denaro che le banche prestano e su cui richiedono gli interessi? Dai correntisti ovviamente, che lo depositano in modo che venga custodito. In cambio di questo “servizio”, la banca ne dispone a proprio piacimento  investendolo e prestandolo. In questo modo si crea altro denaro dal nulla, perché con il prestito si generano gli interessi e perché i soldi sui conti correnti, invece di “riposare” in sicurezza, vengono impiegati per altre attività. Il meccanismo funziona in questo modo: il risparmiatore deposita in banca una certa somma ma l’istituto reputa che lasciare inutilizzate queste sostanze sia uno spreco di possibilità, quindi ne presta una parte ad un richiedente (in modo da guadagnare con gli interessi) conservandone solo una frazione (la più piccola possibile). Questo significa che due persone, nello stesso momento, posseggono la stessa cifra: quella depositata dal primo individuo e quella prestata al secondo. Formalmente è così, visto che la banca garantisce al primo individuo la conservazione del suo denaro, ma questo non corrisponde alla pratica in quanto quei soldi sono stati prestati al secondo individuo. E così si crea denaro dal nulla, se ne crea molto perché il sistema funziona a pieno regime con aziende e grandi operazioni finanziarie. Le somme depositate dai clienti delle banche non sarebbero esigibili, ovviamente, nel momento in cui i correntisti si rivolgessero tutti assieme agli sportelli per riavere indietro i propri quattrini. Tale eventualità, remota ma non troppo, è considerata giustamente un evento tragico, capace di mettere in crisi l’intero sistema bancario e di rendere allo stesso tempo evidente la truffa operata dagli istituti di credito.

I meccanismi di crescita del denaro funzionavano già quando vigeva la convertibilità aurea e anche prima (nell’antichità esisteva il prestito a interesse, chiamato anche usura, per quanto disprezzato a fasi alterne dai filosofi, dalla Chiesa e da ampie porzioni della popolazione), ma la sua esistenza costituiva un tetto massimo al rapporto fra la massa monetaria in circolazione e la disponibilità di metallo prezioso con lo scopo di limitare l’espansione incontrollata della prima, perseguita a causa dei suoi stessi meccanismi.

Per pagare un prestito, accresciuto dall’interesse, e derivante da altri prestiti, è necessaria quindi un’economia in perpetua crescita, capace (ormai solo in teoria) di ripianare i debiti. E’ in realtà l’economia a decidere e noi, ormai suoi schiavi, siamo costretti a lavorare per produrre con il fine di sostenere il sistema. La mano invisibile (e le relative leggi economiche, considerate dagli “esperti” ineluttabili e al pari delle leggi di natura) espressione con cui si attribuiscono ai mercati capacità decisionali e di autoregolazione che non hanno, non esiste. La verità è che nessuno ha il controllo della locomotiva in continua accelerazione e prima o dopo si verificherà lo schianto.

La finanza: il denaro serve per comprare altro denaro e lucrare

Ma non è finita. Fin qui si è visto come il denaro, pura astrazione, sia un incredibile motore capace di programmare, determinare e alimentare le attività economiche future, dato che i vasti investimenti in infrastrutture, fabbriche, macchinari e quant’altro sono possibili solo grazie a questo strumento. Con la sua circolazione vorticosa, con il meccanismo del prestito, consente di comprare cose che ancora non sono state realizzate. In molti casi la promessa non viene mantenuta (è una regola che, alla lunga, i debiti non siano pagati!) essendo collocata in un futuro così lontano da risultare assolutamente imprevedibile. Tuttavia, l’uso del denaro che si fa in questo ambito è ancora quello basato sulla compravendita di beni fisici, esistenti o di cui si assume l’esistenza in futuro. Ma le cose si sono evolute ulteriormente con la finanza, “disciplina” del sistema economico attraverso la quale il denaro raggiunge il massimo livello di astrazione in quanto impiegato per comprare altro denaro, ovvero se stesso: si tratta di una vera e propria tautologia, in cui il puro Nulla acquisisce altro Nulla. Con la finanza si specula, si scommette denaro su tutto ciò su cui è possibile scommettere: sull’andamento degli indici di borsa, sul valore delle azioni, addirittura sulle scommesse stesse, ecc. I famosi derivati sono “contratti o titoli il cui prezzo sia basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante”, ossia valute, azioni, indici finanziari, tassi d’interesse. La finanza moderna permette di creare denaro dal nulla al massimo della velocità perché manca del tutto l’ormai sempre più debole vincolo con la produzione di beni reali. E’ denaro che investe, che scommette su se stesso, che si riproduce, si moltiplica auto-acquistandosi, in un processo infinito, accelerato a sua volta dalla moderna tecnologica, che consente di trasferire alla velocità della luce enormi somme salvate come bit nei computer ma prive di qualsiasi aggancio con la realtà fisica. Questa gigantesca espansione ha reso la finanza incomparabilmente più estesa dell’economia sottostante, ormai incapace di fronteggiarne le dimensioni. Una gigantesca bolla, sempre più gonfia, capace di ripercuotersi come uno tsunami sull’economia reale, come si è visto nella Grande Crisi scoppiata a partire dai mutui subprime (altri prodotti finanziari) nell’ormai lontano 2007.

Il consumo di risorse e conclusioni

Ho scritto questo testo innanzi tutto per tentare di spiegarmi i motivi per cui l’economia monetaria non possa procedere in uno stato stazionario e riconosco di non essere stato esaustivo, ma spero almeno di essere riuscito a delineare alcuni tratti principali e i meccanismi fondamentali. La stessa struttura dell’economia include al proprio interno il concetto della crescita esponenziale. Il denaro per esistere ha bisogno di muoversi o moltiplicarsi, se si ferma rivela la propria natura, la propria non esistenza. La crescita continua costituisce un meccanismo infernale di una voracità inaudita in termini energetici, ambientali ma non solo. Ha plasmato la mentalità delle persone, la loro capacità di ragionare vincolandola alla logica del denaro, distruggendo la morale, l’etica, rendendo tutto acquistabile, creando bisogni indotti per poter vendere di più. La produzione del superfluo ha superato di gran lunga quella dei beni effettivamente utili e necessari. Tutto oggi ha un prezzo, tutto si può comprare, tutto è commercializzato, anche i sentimenti e la morte. Questo sistema ha divaricato a dismisura le ineguaglianze, ha concentrato nelle mani di pochi un potere di gran lunga superiore a quello posseduto da qualsiasi re o tiranno del passato, un potere di natura asintotica, come la crescita infinita, e ha lasciato alle masse le briciole, oltre a un mondo sempre più inquinato e impoverito. Ha fatto sì che si smettesse di produrre per consumare e si passasse al consumare per produrre, un’assurdità che sta distruggendo il nostro habitat e che ha trasformato le persone in tubi digerenti, attraverso cui tutto passa, capaci solo di produrre e consumare, in un ciclo infinito che non ha altro scopo se non quello di continuare a esistere ed espandersi.

 

Riferimenti bibliografici

 

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