Crisi energetica (serie di post del 2008: “Le tre crisi” 2/3)

Nel precedente articolo ho affrontato in generale il problema della crisi ambientale che sta attraversando il pianeta. Adesso intraprendo il discorso riguardante la crisi energetica, di cui si parla molto poco ma che in realtà potrebbe avere presto conseguenze gravi per l’umanità. L’attuale livello di industrializzazione e le continue conquiste nel campo della tecnologia, l’uso continuo, nelle nostre vite, di apparecchi che solo fino a 50 anni fa non esistevano (ad esempio, i computer) o avevano una diffusione molto più limitata (automobili ed elettrodomestici vari), sono tutti fattori che possono esistere soltanto grazie alla grande disponibilità di energia. Le nostre abitazioni consumano energia per l’illuminazione, per due o più apparecchi televisivi, per uno o due computer (quasi) sempre accesi, per il forno, il frigorifero, la cucina, il riscaldamento e in alcuni casi c’è chi ha addirittura ha le tapparelle ad azionamento elettrico, le poltrone riscaldate elettricamente, e così via. Ci spostiamo generalmente in automobile per distanze brevi e a medio raggio, mentre sempre più spesso possiamo coprire le distanze lunghe viaggiando in aereo a prezzi sempre più contenuti. Tutto questo è possibile perché disponiamo di tanta energia ad un prezzo eccezionalmente contenuto. Ad esempio, possiamo coprire i 5 km che separano la nostra abitazione dal luogo di lavoro utilizzando un’automobile che mediamente ha una potenza di almeno 50-60 KW, consumando una quantità di energia che è molto elevata, eppure ci sembra, nonostante i rincari dei carburanti, ancora conveniente agire così. Un ragionamento del genere è basato solo sul vincolo dei costi : anche se per muovere un’auto da 60 KW consumo moltissima energia (e la maggior parte di questa viene sprecata, poiché il motore termico è molto inefficiente e perché basterebbe un mezzo molto meno potente per fare le stesse cose), nel momento in cui questo utilizzo incide relativamente poco sul portafogli non vediamo un motivo valido per cambiare abitudine. Questo modo di ragionare si ritrova in moltissime attività umane : dalle abitudini casalinghe al mondo economico. In quest’ultimo ambito, ad esempio, si pensa semplicemente a produrre di più, a condizione che questo risulti conveniente economicamente. La disponibilità di risorse, il depauperamento dell’ambiente, i costi civili non vengono considerati. Si assume che una quantità di un certo bene sia illimitata e l’unico fattore, l’unico vincolo, su cui si ragiona è se sia conveniente o meno estrarlo e/o consumarlo. Questo atteggiamento ha una conseguenza gravissima : si fagocitano ad un tasso sempre maggiore le risorse, semplicemente perché costa sempre meno estrarle. Ciò che non si considera è la limitatezza delle stesse e dovrebbe essere questo livello a determinarne il costo. Per farla breve e per tornare al quotidiano, noi oggi paghiamo il petrolio, un prodotto ad altissima concentrazione di energia, non rinnovabile, ad un prezzo bassissimo rispetto al suo reale valore, solo perché è estratto in grande quantità, superando, seppur di poco ormai, l’offerta e questo, secondo le leggi del mercato, ne determina il prezzo basso. Il petrolio è il motore che fa andare il mondo : non esiste nulla di paragonabile all’elevata concentrazione di energia che esso fornisce. E’ utilizzato in tutti i campi, dalla mobilità alla cosmesi, dai medicinali alla plastica, ai fertilizzanti e pesticidi. L’energia di cui disponiamo è prodotta in massima parte dal petrolio e solo dopo dal carbone, dal nucleare, dalle biomasse, fino ad arrivare alle fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico). Nel momento in cui il petrolio cominciasse a scarseggiare, il mondo subirebbe un vero e proprio black out energetico : qualsiasi attività umana si paralizzerebbe o verrebbe sconvolta, dalla ricerca all’agricoltura moderna, che ne fa ampio uso (per macchinari e pesticidi), per finire alla vita di tutti i giorni che velocemente si impoverirebbe dei comfort a cui siamo abituati. Le fabbriche sarebbero obbligate a ridurre di molto la produzione per risparmiare energia, molte persone perderebbero il lavoro e aumenterebbe il malcontento sociale e questo potrebbe provocare, a lungo andare, disgregazioni sempre più forti nel tessuto sociale oltre ad un aumento delle ingiustizie. La scarsità di energia non avrebbe, quindi, solo effetti “tecnici”, ma anche sociali e politici. E’ importante considerare il fatto che, attualmente e per molti anni a venire, non ci sono fonti energetiche alternative che, prese singolarmente, siano in grado di sostituire, ai consumi attuali mondiali, l’apporto energetico fornito dal petrolio.

Dell’idrogeno, ad esempio, si parla molto perché è abbondante e l’unico sottoprodotto della sua combustione è il vapore acqueo; tuttavia l’idrogeno non è da considerarsi un combustibile ma un vettore di energia e ci vuole più energia a fabbricarne di quanto ne produca. Inoltre crea seri problemi di conservazione e trasporto : ha una densità talmente bassa da occupare moltissimo spazio, quindi nelle automobili deve essere compresso in voluminosi serbatoi ad una pressione enorme; comprimere il gas necessariamente richiede ulteriore energia, abbassando ulteriormente la convenienza; tali pressioni necessitano di un sistema idraulico pressoché indistruttibile, difficilmente implementabile sulle autovetture ed inoltre l’idrogeno riesce a fuoriuscire da fessure microscopiche grazie alla propria struttura; è corrosivo e ciò provoca un consumo maggiore delle parti della vettura che vengono a contatto con esso. In aggiunta e considerando quanto detto, è chiaro come sia difficilissimo trasferire idrogeno da un recipiente all’altro e quanto fare il pieno diventerebbe un’operazione complessa; infine, per rifornire una stazione che vende 25 tonnellate di carburante al giorno, nel caso del combustibile tradizionale basta un’autocisterna da 40 tonnellate, e quindi un unico viaggio, nel caso dell’idrogeno servirebbero 21 camion per consegnare la stessa quantità di energia, quindi 21 viaggi diversi, aumentando così i costi energetici e monetari, oltre ai rischi associati al trasporto.

Un mix di diverse fonti alternative di energia (nucleare, carbone, biomasse, eolica, solare) possono sostituire solo in parte l’uso del petrolio nel caso in cui questo cominciasse a scarseggiare. Già, ma è vero che il petrolio scarseggia e quindi il mondo si appresta a vivere una pesante crisi energetica? Non si tratta di verificare se c’è ancora abbastanza petrolio sulla Terra o se è quasi finito. In realtà la quantità estraibile di petrolio non coincide con la quella effettivamente presente nelle viscere del pianeta; la mole di petrolio che possiamo estrarre dipende da vari fattori :

  • il livello tecnologico determina quanto e se un giacimento può essere sfruttato (in genere se ne sfrutta appena la metà)
  • all’aumentare della difficoltà di trivellazione, aumentano esponenzialmente i costi energetici e monetari
  • nel caso dei costi energetici, è ovviamente sconveniente estrarre petrolio se la quantità di energia spesa per estrarlo supera quella ricavabile dalla sua combustione
  • nel caso dei costi monetari, le opere di trivellazione richiedono ingenti investimenti; va da sé che una situazione finanziaria mondiale buona, sostenuta da un prezzo del barile adeguato, incoraggerà gli investitori a spendere, mentre una situazione finanziaria mondiale in grave crisi, come quella attuale, unita ad un prezzo del barile dimezzatosi nel giro di 3 mesi (il riferimento è all’anno 2008 in cui ho scritto il post, NdA), scoraggia gli investitori a spendere cifre sempre più grosse per sfruttare nuovi giacimenti, per adeguare quelli attuali e per rinnovare quelli che necessitano di manutenzione

A causa della situazione finanziaria mondiale sfavorevole e del prezzo del barile basso, molti progetti si stanno bloccando, mancando i finanziamenti oppure un prezzo al barile che renda conveniente estrarre dove altrimenti non si estrarrebbe, dato l’alto costo. 

Il picco delle scoperte di nuovi giacimenti petroliferi si è avuto negli anni ’70, da allora il tasso di nuove scoperte è in costante declino, mentre lo sfruttamento dei pozzi esistenti è cresciuto esponenzialmente. Molti dei maggiori giacimenti mondiali sono in declino : in Messico, nel Mare del Nord, in Russia il picco della produzione è stato raggiunto e superato e ora i giacimenti producono, annualmente, sempre meno petrolio. Per supplire a questi cali ci si affida alla capacità dell’Arabia Saudita di estrarre sempre di più e si sfruttano i nuovi giacimenti, ma le scoperte hanno difficoltà crescente in luoghi sempre più ostili in cui la perforazione costituisce una sfida tecnologica ai limiti ed impone costi esorbitanti. Di sicuro un’economia in crisi e un prezzo del barile basso non solo scoraggiano, ma rendono non conveniente affrontare sfide di questo tipo.

In conclusione, la quantità estraibile di petrolio viene determinata non solo dai limiti fisici (quantità di petrolio presente nel pianeta) e geologici (difficoltà nell’estrazione), ma anche da questioni economiche (finanziamento dei nuovi progetti) e politiche (guerre ed alleanze). Il mondo corre il rischio di una crisi energetica? Probabilmente sì e la crisi economica attuale potrebbe in realtà accelerarla. La mancanza di investimenti in nuovi progetti di estrazione potrebbe “tagliare le gambe” all’industria petrolifera; questo provocherebbe un calo di produzione che andrebbe ad indebolire ulteriormente l’economia, con un effetto negativo di feedback reciproco.

PS consiglio di leggere l’ultimo articolo riguardante i tagli ai finanziamenti ai nuovi progetti sul blog “Petrolio” al seguente indirizzo :

http://petrolio.blogosfere.it/2008/11/investimenti-addio.html#comments

PPS le informazioni riguardanti il perché l’idrogeno non è una soluzione fattibile sono state tratte dal libro “Collasso” di J.H.Kunstler

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