Crisi ambientale (serie di post del 2008: “Le tre crisi” 1/3)

Introduco una serie di articoli che scrissi, come ospite di un blog, nell’ormai lontano 2008. Rileggendoli, mi accorgo che, sebbene non possano considerarsi esaustivi (sono solo dei post e come tali non possono esserlo) anche a causa dei limiti del sottoscritto, hanno il pregio di esprimere con chiarezza concetti validi allora come adesso, anzi anche più di prima. Il mondo sta cambiando velocemente e nonostante giornali e televisione facciano finta di non accorgersene ripetendo sempre e soltanto il mantra della crescita (infinita e perpetua, amen), tutto ciò che ha funzionato fino a ieri sta mostrando delle crepe sempre più evidenti. Sta a noi rendercene conto, non chinare la testa per troppa paura, anzi affrontando il cambiamento con nuove idee, stili di vita e valori. Buona lettura.

Vorrei parlare in modo generale di tre grandi crisi che l’umanità intera, per alcuni aspetti, e il nostro pianeta, per altri, stanno attraversando : ambientale, energetica ed economico-finanziaria.

La prima crisi, quella ambientale, è nota ormai da tempo ma solo negli ultimi anni l’argomento è diventato “popolare”, il che da una parte è una cosa buona, dall’altra dovrebbe porci degli interrogativi, ad esempio se i messaggi inviati a riguardo siano sempre corretti e coerenti, se siano esenti da manipolazione, da interessi di parte, e così via. Tralasciando questo problema, il degrado ambientale nasce dal fatto che l’umanità ha sempre più bisogno di materie prime per soddisfare i propri bisogni e produce sempre più rifiuti. Con materie prime si intende un po’ di tutto : dall’acqua potabile, al legname, dai metalli, al gas, al petrolio, dai materiali edili alle piantagioni e all’allevamento. Molti processi di lavorazione delle materie prime e/o di utilizzo dei prodotti derivanti da esse, siano essi automobili o qualsiasi altro oggetto di uso quotidiano o industriale, produce una certa quantità di rifiuti : ad esempio, se utilizziamo un’automobile, produciamo dello smog che contiene sostanze nocive e l’anidride carbonica, principale causa dell’effetto serra;  se coltiviamo la terra utilizzando moderni fertilizzanti chimici produciamo una certa dose di inquinamento delle acque e così via. Si può dire che quasi tutte le attività umane hanno un certo impatto sull’ambiente. Questo fatto, in sé, non è un problema : la Terra ha una elevata capacità di assorbimento degli “scarti” prodotti, trasformandoli in sostanze che non sono nocive. Il guaio nasce quando questa capacità di assorbimento viene superata : questo è esattamente quello che sta succedendo da qualche decennio a questa parte. Il risultato del perpetuarsi di questa condizione di superamento dei limiti comincia già a manifestarsi e l’esempio più eclatante è quello del riscaldamento globale (o global warming). Anche se molti scienziati negano che sia dovuto a causa antropica, la stragrande maggioranza degli stessi afferma invece che l’uomo, con le proprie attività, sia in assoluto la causa principale dell’aumento di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, il gas che è la causa principale dell’effetto serra. A sostegno di questa tesi, una prova che, secondo il buon senso, è schiacciante : a metà ottocento, quindi all’inizio della Rivoluzione Industriale, la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera era pari a 270 parti per milione (ppm). Nel 2006 è stata misurata in 380 ppm! E ancora, a fine 2007 il dato è salito a 386 ppm. Qui i dati ufficiali :

http://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends/

L’aumento dell’effetto serra provoca i cambiamenti climatici, i cui effetti si stanno già verificando. I ghiacci del Polo Nord si sono praticamente dimezzati durante l’estate e quella del 2007 ha visto la minore estensione della banchisa dall’inizio delle misurazioni. In inverno il recupero di banchisa c’è ancora, ma il ghiaccio che si riforma non può raggiungere uno spessore adeguato a “reggere” l’estate successiva, perdendo così le proprie caratteristiche di permanenza ed assumendo quelle di stagionalità. La minore presenza di ghiaccio durante l’anno produce un minore effetto albedo : l’albedo è la capacità di una superficie di riflettere all’indietro la luce incidente. Più una superficie riflette la luce, minore sarà la quantità di radiazione assorbita e quindi la temperatura del corpo. La neve fresca ha un coefficiente di albedo pari a 0.9 (il massimo è 1) : questo significa che il 90% della radiazione solare viene riflesso. Mancando buona parte dei ghiacci artici per svariati mesi all’anno, manca l’effetto albedo da essi offerto e il raffreddamento del Polo è rallentato. L’effetto si propaga a tutto l’emisfero nord, il cui serbatoio freddo è costituito, almeno negli stadi iniziali della stagione fredda (autunno e inverno) appunto, dal Polo Nord. Il risultato non sono soltanto inverni più miti : una temperatura diversa determina una diversa disposizione degli anticicloni e quindi una diversa distribuzione delle piogge e delle nevicate. Va da se che luoghi che prima venivano favoriti ora possono patire la siccità, come è successo negli ultimi anni in particolare (2003, 2006 e 2007), ad esempio, qui nell’angolo nord occidentale dell’Italia.

Per contrastare l’effetto serra, è necessario innanzi tutto ridurre la quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera, e poi difendere a tutti i costi la capacità di assorbimento della Terra, rappresentata soprattutto dalle foreste. Purtroppo le grandi foreste definite come i “polmoni” della Terra non se la passano bene perché si ricorre al disboscamento selvaggio per lasciare spazio a terreni che vengono coltivati con tecniche obsolete, che li impoveriscono in breve tempo, oppure vengono dedicati al pascolo.

Il problema dell’effetto serra non è certo l’unico relativo al superamento dei limiti della Terra. Altri problemi, che causano forte degrado ambientale e distruzione degli ecosistemi, sono quelli dovuti ad attività antropiche dal forte impatto, come ad esempio l’estrazione di minerali o la pesca. Nel secondo caso, ormai si supera la capacità che ha la risorsa di rinnovarsi : il risultato è l’estinzione della risorsa. Si raggiungerà, o si è già raggiunto in molti casi, un picco del pescato a cui seguirà un veloce ridimensionamento di questa quantità. Il problema è che in questo modo interi ecosistemi vengono spazzati via, senza essere rimpiazzati da altre forme di vita.

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