Dresda, la città assassinata (per due terzi)

Difficile costruirsi un quadro completo di come fosse e di cosa rappresentasse Dresda prima della Seconda Guerra Mondiale. Quel che si sa è che era una città bellissima, che aveva raggiunto un notevole sviluppo culturale, artistico e architettonico. La chiamavano “Firenze dell’Elba”, adagiata sulle rive di questo grande fiume, ricca di monumenti, chiese, teatri, palazzi e un nucleo che risaliva almeno al medioevo. Famosa anche per la produzione della porcellana, non costituiva un obiettivo di interesse strategico per gli Alleati perché non era un nodo militare, semmai stava offrendo ospitalità ai profughi e prestando le cure necessarie ai feriti di guerra.
Nonostante questo, nella notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945, con le sorti del conflitto ormai chiare e definite, fu lanciato un devastante bombardamento sulla parte più antica della città, che produsse il fenomeno della “tempesta di fuoco” (Feuersturm), già sperimentato nel corso di altre operazioni di questo tipo, come nel caso di Amburgo. Al  suo interno, la temperatura raggiunse il valore impressionante di 1000˚C, grazie alla quantità di bombe sganciate, sia incendiarie che ad alto potenziale esplosivo, e al fatto che gran parte degli edifici storici presentasse una struttura per buona parte in legno. L’enorme incendio riusciva ad autoalimentarsi risucchiando l’aria circostante, con l’effetto collaterale di generare fortissimi venti che trascinavano cose e persone verso il suo centro.
La popolazione, che riteneva Dresda una città relativamente sicura e fino a quel momento estranea alla guerra, subì uno sterminio e morì nei modi più atroci. Oltre agli effetti delle detonazioni continue e devastanti, l’uso degli ordigni al fosforo fece in modo che ogni cosa bruciasse a contatto con l’aria; le persone che avevano preso fuoco tentavano di salvarsi gettandosi dentro vasche e fontane ma trovavano l’acqua che ribolliva e ricominciavano a bruciare non appena riemergevano. Anche chi si trovava all’interno dei rifugi sotterranei e cantine morì soffocato oppure per le altissime temperature. Il numero di vittime è oggetto di controversie e la cifra va dai 25.000 morti, secondo la versione ufficiale, a ben 300.000.
Al termine del conflitto, con la suddivisione della Germania in due nazioni, la città, che si ritrovò nella DDR, entrò a far parte della sfera d’influenza sovietica. La ricostruzione fu molto più lenta rispetto alla Germania dell’ovest, ma alcuni degli edifici più importanti, che, sebbene fortemente danneggiati, erano sopravvissuti alle incursioni aeree, furono recuperati, come lo Zwinger e il Semperoper. La Frauenkirche, o meglio i pochi resti rimanenti, invece, non fu ricostruita e le sue macerie rimasero lì a testimonianza dell’atrocità della guerra. Questo fino agli anni ’90 quando, in seguito alla riunificazione e alla caduta dell’URSS, si intraprese la ricostruzione della chiesa e principale monumento cittadino, terminata nel 2005, anno della sua consacrazione.
Altre opere analoghe e di restauro sono state intraprese negli ultimi anni. Tutta l’area attorno alla rinata Frauenkirche è stata interessata ed è tuttora oggetto di interventi edilizi che hanno lo scopo di ricostituire l’antico centro storico in modo il più possibile fedele all’originale andato perduto. Questa zona della città, infatti, durante gli anni del comunismo fu riurbanizzata in parte con nuovi edifici, lasciando però ampi spazi vuoti.
Il Castello della città è stato riportato all’antico splendore, con il ripristino da zero delle porzioni distrutte, interni inclusi.
Chi giunge a Dresda da sud, come ho fatto nel mio viaggio in bicicletta, scoprira’ una città a bassa densità costruttiva, composta da ampi corsi, molto verde e grandi palazzi risalenti al periodo comunista, dall’aspetto serio e tremendamente razionale, oggi appena rivitalizzati con l’aggiunta di qualche colore alle facciate.
Queste costruzioni e la natura hanno preso il posto della città perduta. Il centro, che si affaccia alla sponda meridionale dell’Elba, è interessato dalle opere di ricostruzione a cui ho accennato e alcune porzioni sono già molto suggestive (la Frauenkirche, il Castello e i nuovi palazzi barocchi, riproduzioni fedeli degli originali). Dalla sponda settentrionale del fiume è possibile, guardando in direzione del centro, godere del suo profilo, tuttora notevole, grazie ai monumenti che si sono miracolosamente salvati, probabilmente per la prossimità con il corso d’acqua, e alla bella cupola della rinata Frauenchierche.
La sorpresa, per me, dopo tutto questo parlare di distruzione, si è manifestata a nord dell’Elba, nel quartiere Neustadt, il più recente (mi riferisco alla Dresda antecedente alla guerra). Esso non fu interessato dalla traiettoria dei bombardieri, probabilmente perché, avendo come scopo l’innesco della tempesta di fuoco, si preferì concentrare tutta la forza offensiva su determinate aree della città, evitando così un effetto di dispersione. Il fiume gioco’ il ruolo dello spartiacque fra le zone che si salvarono e quelle destinate alla cancellazione.
È nel quartiere Neustadt che si conserva qualche km quadrato del tessuto urbano storico originale, sebbene non il più antico. È qui che si può respirare e osservare un po’ della città attraverso vari periodi storici: prima del ’45, nei successivi 40 anni di regime comunista e negli ultimi 25 di occidentalizzazione. Questa è la Dresda sopravvissuta, ignorata però dai riflettori, lontana dai monumenti meta dei turisti, in cui la vita ha continuato a scorrere con continuità, affrontando sicuramente periodi storici, mode e regole differenti, ma senza brutali interruzioni. Ho pedalato su strade con l’asfalto rattoppato (mi sembra di essere tornato in Repubblica Ceca), incontrando qualche vecchia Trabant, vedendo chiese e palazzi alcuni molto belli e altri più classici, dallo stile originale, direi tipico di questo luogo. Molti i negozi, i pub e i punti di ristoro all’aperto, con una gioventù vivace e numerosa e un’atmosfera più rilassata, alla mano, meno rigorosa.
A mio parere, una visita alla capitale della Sassonia non può non includere un giro nel Neustadt, altrimenti ci si priva della possibilità di conoscere la città viva, magari non scintillante, tuttavia reale e dotata di fascino, restringendo inconsapevolmente l’osservazione a quella scomparsa, quella del centro antico, degna di interesse ma che per ora assomiglia più ad un palcoscenico, ad una rappresentazione, peraltro incompleta, di qualcosa che è stato, di una piccola “civiltà perduta”, purtroppo oggi priva di un tessuto vitale che, spero, un giorno tornerà a radicarsi anche lì.

NB le immagini storiche di Dresda sono recuperate da internet e per buona parte dal forum “SkyscraperCity”. Nel caso dovessero violare il copyright prego di avvisare e le rimuoverò

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