Venezia, il turismo e i veneziani

Gran città Venezia, un caso unico al mondo, quasi un miracolo. Bellezza, architettura, cultura e ambiente, con quei canali usati come vie di comunicazione e la totale assenza di auto.
I turisti, provenienti da ogni parte del mondo, l’affollano in qualsiasi periodo dell’anno, riempiendo alberghi, ristoranti e negozi di ogni tipo. Un flusso continuo di persone, che giungono in treno o autobus dalla terraferma e che invadono come un torrente in piena le strette (per chi proviene da una metropoli moderna) strade della città. Che usufruiscono dei servizi, delle poche infrastrutture, che siedono a mangiare e riposare nelle piazze, che fotografano ogni angolo cittadino, che lasciano molti soldi ma nello stesso tempo privano i veneziani della propria città, degli spazi, della possibilità di vivere nella normalità. Venezia è come una Disneyland, più che un luogo dove vivere, è trattata come un parco dei divertimenti, un fenomeno da baraccone per il turismo dei tempi moderni, ovvero consumistico, viziato, propenso allo shock e allo stupore facili, decisamente poco autonomo e molto incanalabile sui soliti percorsi triti e ritriti, che hanno come meta grandiose opere d’arte, vissute, però, nella gran parte dei casi,  come semplici attrazioni. Meglio di niente, si penserà magari riguardo all’ultima affermazione, e sono parzialmente d’accordo.
Il punto infatti è un altro: è giusto che i veneziani, popolo orgoglioso e non privo di una identità, rinuncino a giocare un ruolo centrale nella propria città, abdicando in favore di un turismo così aggressivo (per non parlare delle colossali navi da crociera che si incuneano nel porto)?
Non parlo solo del fatto che le piazze più monumentali siano perennemente affollate dagli stranieri di tutto il mondo, ma anche le vie dove si svolge la vita di tutti i giorni, dove c’è (o ci sarebbe) un equilibrio consolidato nel tempo, siano suscettibili dell’arrivo inaspettato e a qualsiasi ora di qualche gruppo di turisti che “consuma” la propria visita ficcando il naso in ogni dove.
Un veneziano non può andare in un ristorante del centro senza essere scambiato per qualcun altro, almeno finché non apre bocca. Ogni vicolo, canale, balcone fiorito, portone è potenzialmente un obiettivo di qualche macchina fotografica.
Trovo tutto ciò brutale e profondamente ingiusto, nei confronti di quella popolazione che svolge un lavoro normale e non trae diretto giovamento dagli incassi dovuti al turismo.
Io, che non amo la massa e cerco nei luoghi che visito le tracce di autenticità, sono solito perdermi per le vie secondarie, dove il rumore è attutito e l’aria profuma di cucina e di panni stesi al sole. Ebbene, in una stradina di quelle, oggi, mi sono sentito osservare da un vecchio, poco distante. Andavamo nella direzione opposta e quando ci siamo incrociati, ha esclamato: “Che nervi, che nervi!”.

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