Pausa pranzo

Isola d'Elba

Oggi è una splendida giornata a Torino, il cielo è terso e di un blu che solo poche volte all’anno si vede, il sole, non filtrato dal solito strato di nuvolaglia e inquinanti, scalda bene ma la temperatura, grazie ad una brezza intermittente che pare attivarsi su richiesta, è piacevole e i picchi di calore risultano così smorzati.
Una giornata da vivere, pensavo stamattina, per cui varrebbe la pena modificare i propri programmi adattandoli alle condizioni atmosferiche… già, se fossimo persone libere! Purtroppo, per chi lavora in ufficio molte ore, questo non è possibile e quel che rimane sono le briciole, ma a quel punto il delitto, verso noi stessi, è compiuto. A quante attività, cose da vedere, stimoli da ricevere rinunciamo, soprattutto ma non solo, in giorni come questi, stando rinchiusi in ambienti anonimi, freddi, alienanti e a volte anche privi di finestre (oltre al danno, la beffa)?
E’ sulla spinta di questa sopraggiunta (e spiacevole) consapevolezza che, liberatomi di ogni compagnia, mi sono deciso a passare la pausa pranzo al parco, finalmente al sole, con la schiena appoggiata alla gamba di una panchina e le mie gambe semidistese sulla ghiaia, i piedi nudi come se fossi in spiaggia, lo spirito finalmente libero dalle convenzioni, gli occhi socchiusi sotto un sole quasi estivo e i pensieri che quasi si fermano e diventano frivoli, in accordo con la situazione, che richiede leggerezza ma non banalità.
Vado spesso al parco a pranzare, sia da solo che con qualche collega, ma mai con un’aria così marcatamente rilassata e “da spiaggia”. E mentre mi concedo il “lusso” di sentirmi per qualche attimo una persona libera che impara a godere degli elementi naturali e a non cercare conforto e distrazione nelle solite cose (gadget elettronici soprattutto), ascolto incuriosito i gruppetti di impiegati, anche loro in pausa, che mi passano davanti. Chissà cosa pensano nel vedermi (ma davvero è uno di noi?!? E che ci fa lì semistraiato e senza scarpe? Ma non sarà un tossico? Questa zona nè è piena!)… ma nessuno di loro in realtà commenta su di me. Queste persone sono troppo riservate, troppo controllate, troppo educate anche per esperimere un pizzico (tanto poco dovrei suscitarne) di sano stupore; fra di loro, c’è chi anche adesso parla di lavoro, e mi fa venire il dubbio che riesca ad andare avanti così tutto l’anno, c’è poi chi parla e basta, chi mi nota e propone agli altri di “portare il pranzo da casa e mangiare qui” (bene, il mio atteggiamento suggerisce qualcosa di buono); qualcuno, solo, si siede alla panchina vicina, consuma velocemente il pasto e schizza via: giusto un mordi e fuggi, l’idea dell’ufficio è più forte, oppure è lo stare un po’ con se stessi che fa paura?
Passano i minuti, il sole adesso si sente proprio sulla pelle, che si riscalda e si ricopre di un velo di sudore, ma si sta così bene! Bello stare sotto un albero; un rametto sottile, con un piccolo germoglio, penzola davanti ai miei occhi socchiusi e dietro di lui il blu del cielo. Qualche nuvola di passaggio attutisce per un attimo i raggi solari. Chissà questa ghiaia che origini ha… quella pietra così vetrosa, quell’altra levigata e colorata, quella invece è un pezzo di asfalto riciclato (bruttino), mentre quest’altra era parte di un mattone. Come al mare, quando sulla riva si raccoglie qualunque cosa ed è perfettamente naturale immaginarsi da dove provenga. Profumo d’erba, di traffico qui non ce n’è.
E’ l’ora del rientro, gli impiegati quasi non ci sono più. Si sono diradati tutti in una volta: l’orologio inesorabilmente scandisce i nostri ritmi. Un pomeriggio da reclusi ci aspetta; io indugio ancora un po’ sulla mia personalissima spiaggia, poi mi raccolgo e mi dirigo, con passo normale, in ufficio.

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Una risposta a Pausa pranzo

  1. mamma ha detto:

    Bravo! Puoi sempre fare lo scrittore vista la tua vena poetica; raccogli tutti i tuoi diari di viaggi e riflessioni e pubblicali.
    la tua mamma

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