Cicloviaggio 2010: Torino – Amsterdam – Parte 1/2

Il viaggio 2010 presenta due grosse novità. La prima è il nuovo mezzo di trasporto con cui lo affronto: sempre una bicicletta, ovviamente, ma abbandono il mondo delle mountain bike per una più adatta ibrida, o bici da trekking. Il modello in questione è una Cube Delhi Disc, di fabbricazione tedesca e che si rivelerà subito molto più adatta della precedente ad affrontare lunghe percorrenze, grazie alla migliore tenuta, comodità e praticità. La bici è venduta con il portapacchi posteriore già installato, luci anteriore e posteriore con dinamo al mozzo, freni a disco, parafanghi, componenti del cambio Shimano di categoria XT/SLX. Aggiungo solo il portapacchi anteriore modello Tubus e la sella Brooks B17 che già possedevo.
La seconda novità è rappresentata dal set di borse anteriori e posteriori Ortlieb, di colore giallo e nero, totalmente impermeabili, anche queste decisamente più pratiche del monolitico borsone Ferrino usato nei viaggi del 2008 e 2009.

Ma veniamo al viaggio… partiamo da Torino il primo agosto avendo come meta odierna Aosta. A partire dal canavese il paesaggio si fa più interessante, grazie anche alla giornata limpida e assolata; la Val d’Aosta è molto bella ma tira un discreto vento contrario. Arriviamo ad un campeggio poco prima di Aosta dopo aver percorso più di 140 km. Lì conosciamo una ragazza, proveniente, mi sembra di ricordare, dalla Svizzera e con destinazione Piacenza, che sta viaggiando da sola e a piedi: un in bocca al lupo è d’obbligo! Il giorno dopo ci attende quella che si rivela (e non era difficile da immaginare) la tappa più difficile di tutto il viaggio: la scalata al Colle del Gran San Bernardo, a m 2479, circa 40-45 km, partendo da Aosta, di salita continua, con pendenze a tratti particolarmente impegnative… lungo la strada ho modo di scambiare qualche parola con un venditore di panini, presso il quale mi fermo, che, incuriosito dai bagagli, vuole sapere dove mi dirigo (uso il singolare perchè Luca è rimasto indietro: questa tappa la percorriamo praticamente in solitaria): alla mia risposta, Amsterdam, non riesce a nascondere un giustificatissimo stupore e anche, mi pare di cogliere, un po’ di benevola invidia. Il secondo incontro è con un cicloviaggiatore tedesco, molto cordiale e riservato, con cui ci ricongiungiamo più volte lungo il percorso. Infine, un gruppo di anziani ciclisti fermi a bordo strada mi incita e si complimenta… il momento è difficile perchè ho male ad un ginocchio, la forma fisica non è ancora al top e la salita è dura ma il sostegno che mi arriva da parte loro è un grande stimolo a tenere duro. A qualche chilometro dalla vetta, con ancora almeno 300 m di dislivello ancora da percorrere, vengo investito da un temporale. Sono bagnato fradicio, stanco e ho anche un po’ di paura; cerco riparo in un rifugio che incontro sulla strada, dove chiedo se è possibile pernottare e dove è appena arrivata una comitiva di scout festosi, ma il gestore donna mi risponde che non ci sono più posti disponibili nonostante gli scout si offrano di stringersi per ospitarci; amareggiato e deluso risalgo in sella e decido di affrontare gli ultimi sforzi fino al Colle. Dove finalmente arrivo sotto una pioggia battente ed una temperatura di appena 7°C! Mi fiondo nel primo albergoche trovo e prendo una stanza doppia. Luca arriverà dopo un’oretta e la sera ceniamo ottimamente al ristorante dell’albergo, in un’atmosfera tardo autunnale anche se è soltanto il 2 agosto.

I 30 km di discesa che il giorno dopo ci conducono a Martigny, in Svizzera,  ci consentono di ammirare le Alpi Svizzere e i colori che, con il sole che filtra dalle nubi e l’aria pulita, sono particolarmente scintillanti e appagano lo spirito, dopo la sofferenza del giorno prima. Attraversiamo Martigny, una piacevole cittadina al fondo di una valle ampia incastonata fra le montagne e ci dirigiamo verso il lago di Losanna, passando per la campagna, ricca di vigne, e circondati dai monti che degradano dolcemente lungo la nostra direzione. Sul lago ci attende un clima fortunatamente estivo: la vista dell’acqua, il sole caldo e l’affollamento ci ricordano (per l’unica volta in tutto il viaggio) latitudini inferiori e familiari. Pernottiamo i un campeggio nei pressi di Vevey, nella zona nord orientale del lago, dove, per cena, mangio il miglior hamburger della mia vita (non che ne sia un patito, ma questo hamburger era veramente buono, ottimi il condimento e la carne, molto meglio di ciò che si mangia solitamente nei pub e assolutamente imparagonabile a quella suola chimica del Mc Donald’s).

Al mattino dopo, dopo una buona colazione, partiamo subito con una salita, ma ormai le mie gambe rispondono bene, il ginocchio non è più dolorante e, dalla cima di questa terrazza naturale, possiamo ammirare una pregevolissima vista sul lago e l’agglomerato urbano che vi si affaccia. Ci dirigiamo verso Berna, pedalando lungo rilievi collinari che rendono il paesaggio mai monotono e non presentano pendenze troppo gravose. A metà giornata attraversiamo Friburgo, di cui segnalo un quartiere medioevale molto ben conservato e un centro storico pedonale piacevole. In serata giungiamo a Berna, una città molto pulita, ordinata; la città è complessivamente molto bella, in particolare il suo centro storico. Siamo avanti anni luce rispetto alle metropoli italiane: l’inquinamento è molto più basso, ci sono ovunque tram, moderni e silenziosi, le persone hanno un’aria particolarmente rilassata e composta. Sembra un luogo molto vivibile, insomma. L’ostello in cui finiamo, però, non ci piace particolarmente, essendo più simile, negli arredi, ad un ospedale, data la sua freddezza e asetticità.

La tappa successiva ci vede impegnati nel tratto Berna-Basilea. Mentre pedaliamo non possiamo fare a meno di notare l’ottima rete ferroviaria svizzera: i treni collegano le località che attraversiamo, creando una rete che assomiglia molto ad un plastico ferroviario. Ci sono anche binari a scartamento ridotto e treni-tram, che oltre a collegare una località con un’altra, entrano anche nel percorso cittadino. Un esempio di questo tipo lo osserviamo a Solothurn, bel paese medioevale ottimamente conservato. Il risultato di una rete così efficiente di trasporti pubblici (anche i tram sono molto diffusi, un po’ meno i bus) risulta in un traffico veicolare molto ridotto. Per quanto riguarda le piste ciclabili, sono sì molto diffuse, ma anche molto semplici: spesso sono costituite da una corsia ricavata dalla carreggiata e separata da una striscia bianca o gialla; a volte condividono il percorso del bus, mentre altre volte ci si ritrova a pedalare, sulla propria ciclostrada, in mezzo alla carreggiata, fra le corsie riservate alle auto, magari in prossimità di un incrocio. In questi casi ho avvertito del pericolo, ma nello stesso tempo ho capito che è la condotta degli automobilisti svizzeri a fare la differenza, decisamente rispettosa nei confronti dei ciclisti e dei pedoni. A Basilea, che visitiamo un po’ frettolosamente, incontriamo per la prima volta il fiume Reno; lo percorriamo per qualche km fino ad arrivare in territorio tedesco e precisamente nella località di Weil Am Rhein, dove pernottiamo nell’unico albergo che troviamo, costoso ma molto bello (e che colazione il giorno dopo!).

La mattina successiva lasciamo il Reno e ci dirigiamo verso nord, entrando progressivamente nella Foresta Nera. Il paesaggio è sempre molto bello, le salite e le discese, mai troppo ripide, si susseguono consentendoci di ammirare il panorama da posizioni “privilegiate”. L’aria è frizzante e l’altitudine fa il resto: tocchiamo anche i 1000 m ma non ce ne accorgiamo, un po’ perchè catturati da ciò che ci circonda, un po’ perchè siamo in forma e la temperatura fresca ci favorisce. Si susseguono ampie praterie sui versanti collinari, boschi di conifere, laghi, fattorie e paesi. Il traffico non è mai eccessivo, ma osservo che l’attitudine alla guida sportiva dei tedeschi è piuttosto diffusa: Audi, Bmw e Volkswagen di alta cilindrata trovano su questi saliscendi il terreno ideale per dare sfogo a tutta la cavalleria di cui dispongono! In serata arriviamo nella Friburgo tedesca, una città su cui ho delle aspettative molto alte ma che, in parte, vengono deluse: sapendo che qui esiste un intero quartiere senza auto e a consumo energetico nullo, essendo dotate le case delle più avanzate tecnologie in fatto di risparmio energetico e produzione di elettricità, mi sarei aspettato una città veramente differente dalle altre. L’accoglienza, invece, ci presenta una città che basa ancora la propria mobilità sull’auto: il traffico, sostenuto, è scorrevole ma denso e molto aggressivo. Una volta sistemati nell’ottimo campeggio, decidiamo di arrivare a piedi fino in centro. E qui la seconda mezza delusione: bisogna giungere fino alla porta d’ingresso principale per entrare in zona pedonale e, una volta dentro, per quanto tutto sia carino e ben curato, non rappresenta nulla di speciale. Vivibile, con tram che passano ogni momento, edifici antichi e perfettamente conservati, ma non emozionante. Un aneddoto: nelle strade del centro ci sono, in alcuni casi, dei canaletti; la leggenda dice che se un turista finisce per bagnarsi in uno di essi troverà l’amore a Friburgo: mi guardo bene dal non finirci dentro, bella cittadina ma decisamente fuori mano!

Il giorno dopo si torna a pedalare nella Foresta Nera. Nulla di nuovo rispetto a ieri: il paesaggio è sempre molto bello, anche se inizia ad apparirci un po’ monotono, e le auto sfrecciano sempre veloci sulle strade più ampie. A pomeriggio inoltrato, dopo qualche salita più ripida del solito, giungiamo a Triberg, nel cuore della Foresta Nera, famosa per i suoi orologi a cucù; il paese si presenta nella sua veste festosa e vacanziera, con qualche hotel, bar e molti negozi di artigianato locale. L’ostello, posto in cima ad una salita ripidissima, che ci costringe a scendere dalle bici e spingerle a piedi, è chiuso; gli alberghi sono pieni e così, a malincuore, lasciamo Triberg, fiduciosi di trovare un albergo lungo la strada. In realtà non lo troviamo, l’ora avanza, le ombre si allungano e comincia a fare anche un po’ freddo. Cala la sera, ci perdiamo e usciamo dalla nostra rotta. Fortunatamente ci troviamo in discesa: giungiamo così, per caso e quasi alle undici di sera, a Villingen, cittadina anonima e industriale all’estremo orientale della foresta nera. Trovare l’ostello si rivela impresa ardua, siamo anche a stomaco vuoto, ma una volta arrivati l’oste non ci pensa due volte a farci accomodare. Per questa sera, cenetta a base di merendine forniteci dal distributore automatico, un po’ di coca cola ed una doccia fredda. Non c’è male, sarebbe potuto andare peggio, il morale comunque è alto, la mente libera e, non appena ci sdraiamo sui lettini, ci addormentiamo.

[qui la 2^ parte]


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