Agosto 2008 : una settimana in bicicletta, fra Piemonte e Liguria

… no, non abbiamo pedalato esattamente sul confine!

Il giorno della partenza fu lunedì 11 agosto. La bicicletta era pronta dalla sera prima, avevo controllato i freni, oliato la catena, installato il retrovisore e realizzato anche un freno a mano artigianale, una sorta di elastico fra la leva di un freno e la manopola adiacente, che avrebbe aiutato la bicicletta a rimanere stabile in sosta. Quella mattina la sveglia suonò alle 6.30, mi alzai dal letto di scatto, feci colazione, mi preparai,  salutai i miei genitori e giù di corsa verso il box auto dove la bici mi attendeva…

Partire per un cicloviaggio non è come partire per una normale uscita in bici, anche se i gesti, alla fine, sono gli stessi. Tuttavia sai che non tornerai lo stesso giorno e che ti stanno aspettando chissà quante avventure, la maggior parte piacevoli, ma alcune sapranno metterti a dura prova. La bicicletta, carica, è pesante e manovrarla all’inizio ti mette un po’ di apprensione. Sciacci sui pedali e ti accorgi che lo scatto non è lo stesso; tieni il manubrio fra le mani ma lo senti più nervoso; dai un’occhiata al carico che ti porti appresso e ti chiedi se sarai capace di percorrere tanti chilometri in simili condizioni.

Mentre pedalavo per raggiungere Avigliana, dove mi sarei incontrato con Luca, uno dei tue compagni di viaggio (che all’epoca non si era ancora trasferito a Torino; per quanto riguarda Diego, ci saremmo trovati con lui alla fine della tappa, direttamente al campeggio di Bastia Mondovì, in quanto, avendo soggiornato presso un amico a Cuneo nei giorni precedenti, partiva da lì), pensavo a queste cose ed osservavo il sole sorgere; i colori e il silenzio del mattino presto, unitamente alle aspettative riguardo al viaggio appena intrapreso, mi diedero la carica. Intanto, la pedalata si era fatta più fluida e avevo iniziato ad assecondare il nuovo comportamento della bici, che, con un peso di almeno 20 kg in più, risulta meno clemente verso gli errori di chi la conduce.

La mattinata trascorse tranquilla ad una velocità media di circa 20 km orari. In pianura il maggior peso, apparentemente, non è gravoso. All’ora di pranzo gustammo i nostri panini nei pressi del castello di Fossano, dopo aver percorso circa 80 km su strade secondarie. Nel pomeriggio ci aspettarono altri 60 km, che non furono così facili come al mattino, sia per la stanchezza, sia per il dislivello che iniziava a manifestarsi. Ricordo che passammo per Bene Vagienna, grazioso borgo d’epoca romana, e percorremmo una bella strada ondulata fra i vigneti. Durante gli ultimi chilometri che ci separavano dal campeggio fummo colti da un temporale; lo considerai una sorta di prova extra in quel primo giorno da cicloturista. Smise non appena giungemmo al campeggio di Bastia Mondovì, nel tardo pomeriggio, dove montammo le tende e ci incontrammo con Diego, dopo aver percorso complessivamente 142 km (come prima volta non è male e all’epoca pensavo di aver già toccato il massimo).

Le conseguenze fisiche di quella prima tappa così lunga si manifestarono, ahimè, subito dopo la cena in una buona pizzeria del luogo. Le ginocchia, che fino a quel momento non si erano lamentate più di tanto, non appena feci per alzarmi dal tavolo manifestarono tutto il loro disappunto per essere state trattate con così poco riguardo! Si erano gonfiate entrambe e mi duolevano, non riuscivo a piegarle e neanche a camminare bene! Preoccupato, temetti il peggio e cioè che il mio primo viaggio stesse volgendo già al termine. Mi spalmai una buona dose di antiinfiammatorio e mi addormentai sperando in un miracolo. Le mie condizioni, apparentemente, non erano certo confortanti…

Il mattino dopo stavo leggermente meglio, ma mi attendeva la salita fino a Montezemolo a 750 m di alitudine (noi partivamo dai circa 350-400). Primo, io di salite in bici, fino a quel giorno, ne avevo fatta una sola. Secondo, a bici scarica. Terzo, in buone condizioni fisiche. Non c’era alcun segnale favorevole, se non le facce sorridenti (beati loro!) dei miei due compagni di viaggio, che mi confortarono almeno un po’. Ci rimettemmo in viaggio e io, sia per prudenza che per momentanea incapacità, pedalai lentamente e con leggerezza. Capii chiaramente in quella circostanza che per andare in bicicletta è sufficiente dare la spinta minima sui pedali, senza dover imprimere chissà quale forza. E miracolosamente, più mantenevo una pedalata disinvolta e “spensierata”, meglio stavano le mie ginocchia. Riuscire a raggiungere Montezemolo fu per me una grande soddisfazione, esaltata dal fatto che, in quelle condizioni iniziali, non avrei scommesso sulla riuscita dell'”impresa”. Ma che fatica! I tornanti ci sembravano non finire mai, la pendenza era abbastanza severa, il sole picchiava e le ginocchia… beh, erano ancora al loro posto ma chiedevano pietà.

Nel pomeriggio attraversamo, fra gli altri, Priero, Millesimo ed infine giungemmo a Savona. Ricordo che mentre eravamo in sosta ad un semaforo, esclamai qualcosa del tipo: “E’ da due giorni che non vedo la civiltà, ora fatemela gustare un po’!” provocando il sorriso di una passante. Ciò rispecchiava il mio stato d’animo in quel momento, perchè, a distanza di anni, posso ritenere quel giorno uno dei più difficili nella mia ancora breve “carriera” di cicloturista. Quella sera sostammo nel campeggio di Albisola. Come la maggior parte dei campeggi d’Italia sulla costa e in agosto, risultò sovraffollato e ci assegnarono una piazzola di fortuna.

Il giorno successivo giungemmo a Rapallo, concludendo l’andata del viaggio. Nulla da segnalare di particolare, se non il miglioramento delle mie condizioni fisiche, il crollo di quelle di Diego durante il lungo e stressante attraversamento di Genova, e la bella ciclostrada ricavata dal percorso della vecchia ferrovia che passava proprio sul mare. Avevamo deciso che a Rapallo saremmo rimasti fermi un giorno, cercando finalmente di goderci un po’ il mare e, magari, ritemprarci un po’ e così la giornata passò fra la spiaggia e i bar della graziosa cittadina.

La ripartenza dal camping di Rapallo, il venerdì mattina, Ferragosto, fu veramente tosta: prendemmo la strada che, appena lasciato il campeggio, un po’ nell’interno, si arrampicava, con pendenze tutt’altro che dolci, sulla montagna prospiciente al mare e ci incamminammo verso il passo del Turchino, a 600 m slm. Ricordo che la salita, molto panoramica perchè ci consentiva di scrutare il mare e l’abitato di Rapallo dall’alto e da molte angolazioni, ci impegnò per qualche ora e ricordo che, per la prima e unica volta nella mia vita, ascoltai un cane cantare. Sì, proprio così, quell’animale stava cantando al suono delle campane di una chiesa lontana ed il suo era un canto malinconico, non intonato ma vivo, era la voce di un essere vivente che manifestava i suoi sentimenti.Nei chilometri successivi fino alla sommità, invece, fummo deliziati, ma forse il termine giusto è torturati, dai profumi provenienti dalle cucine delle trattorie che incrociammo lungo la strada e che iniziavano ad affollarsi per il pranzo di Ferragosto. Alla successiva e meritata discesa, ora sì nell’interno della Liguria, seguì un’altra salita, non ripida ma lunga, faticosa e anche piuttosto monotona. Passò così buona parte della giornata, quando finalmente giungemmo a Montoggio, un anonimo borgo incastonato nelle valli a nord di Genova, dove trovammo un campeggio e anche una buona pizzeria.

Nel giorno successivo, il sesto di quel viaggio (il quinto, quindi, sui pedali, escludendo la pausa a Rapallo), ci vide impegnati a macinare un bel po’ di chilometri. Seguimmo il corso del torrente Scrivia, nell’omonima valle, godendoci il falsopiano in leggera discesa e la vista dall’alto sulle verdi acque, e, dopo aver passato Serravalle, pedalammo fra i campi di grano e di girasole dell’alessandrino, giungendo in serata fino alle porte di Asti, dopo aver percorso circa 120 km. Pernottammo nel bed&breakfast “Casa Palazzo”, a Costigliole d’Asti, un ottimo posto che mi sento di consigliare sia per il prezzo ragionevole, che per la bellezza dei luoghi in cui è inserito, che per la bontà e abbondanza della colazione che gustammo la mattina dopo. Oltre al fatto che un letto comodo in un posto così silenzioso sono cose che, in momenti simili, apprezzi meravigliosamente.

Domenica ci attese l’ultima tappa, fra i colli dell’astigiano e per la collina torinese. Fra i vari luoghi, visitammo Colle Don Bosco, dove nacque San Giovanni Bosco, e pranzammo in una buona e poco costosa trattoria a Castelnuovo Don Bosco, dove un contadino del luogo, che definire brillo è un eufemismo, ci intrattenne con i suoi racconti; nel pomeriggio, ben rifocillati e anche noi un po’ brilli, affrontammo gli ultimi chilometri che ci separavano da Torino.

Per quanto mi riguarda, avrei viaggiato ancora e ancora! Ero sì stanco, un po’ deperito, soprattutto dolorante al sedere, dove, come ho già detto, mi ritrovai i segni di tutte quelle ore passate sul sellino della mia mountain bike, ma entusiasta dell’esperienza passata. Salutai i compagni di viaggio e, con un po’ di malinconia per la fine di una esperienza così intensa, giunsi a casa dove ritrovai il buonumore raccontando a tutti le nostre “eroiche” gesta.

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