Fatica

Benedetta stanchezza. Quella forte, che non ti lascia le energie per prepararti la cena e ti permette solo di sorseggiare una birra mentre scrivi un pensiero su Facebook, in attesa che lo stomaco si metta a brontolare davvero. Benedetta stanchezza, seguita ad un lavoro tenace, che dura ormai da settimane e che oggi ha raggiunto il suo culmine. Forse, credo, spero. Una potatura super del noccioleto che mi sta impegnando, affaticando, stressando, appassionando ed entusiasmando molto, che sta convertendo la grezza energia in qualcosa di più fine… in vitalità. Ma benedetta stanchezza, adesso, in questi minuti, con lo sguardo sbarrato e le dita che corrono da sole sulla tastiera. Benedetta stanchezza, limite dell’essere umano, misura delle sue azioni e dei suoi pensieri, finalmente, un centro di gravità. Non tanto permanente, perché fra 10 ore sarò fresco come una rosa e l’avrò dimenticato, ma per ora, quel limite raggiunto attraverso lo sforzo, il sudore, l’impegno caparbio regala, conferisce senso. Benedetta stanchezza, oltre non si può andare.

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Compostiera e canale di accumulo

La mia prima compostiera, realizzata ieri pomeriggio assemblando alcuni pallets recuperati. Per chi non lo sapesse, come si può vedere è un grosso contenitore arieggiato e che lascia passare l’umidità, all’interno del quale accumulare gli scarti vegetali della cucina, ramaglie, resti di potatura ed erba falciata che, grazie alle infinite interazioni biologiche naturali, nel giro di 9-12 mesi si trasformano in ottimo terriccio ricco di humus perfetto per concimare. In questo modo parte dei rifiuti della cucina vengono riciclati a km 0, così come le ramaglie che non verranno bruciate.
Le ultime due foto mostrano invece un canaletto di accumulo dell’acqua piovana, situato a monte di 3 alberelli (pero, mandorlo e fico), il cui scopo è rilasciare nel terreno, in modo graduale, l’acqua. Per questo motivo il fondo del canale deve essere sostanzialmente in piano, in modo che il prezioso liquido non scorra via ma venga invece riassorbito lentamente idratando le piante situate a valle. Sul terrapieno che si è formato su una sponda, composto dal terreno asportato in seguito allo scavo (manuale), è possibile piantare varie specie vegetali che beneficeranno dell’approvvigionamento idrico e allo stesso tempo consolideranno la struttura grazie alle proprie radici.

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Pedalata fino al Pian della Musa (Valli di Lanzo)

17 luglio 2019

Approfittando dello stato di forma favorevole, retaggio del cicloviaggio in Appennino, oggi ho raggiunto in bici il Pian della Mussa, ultima località della Val d’Ala a quota 1850 metri. Giornata metereologicamente non eccelsa e nuvole che hanno incappucciato le cime più elevate, ma la temperatura gradevole, via via più bassa con l’aumento dell’altitudine, mi ha agevolato nella lunga salita. Dopo la perturbazione di lunedì, che ha affondato il Piemonte a colpi di decine e decine di millimetri di preziosa piogga, le montagne grondano ancora acqua e i torrenti, gonfi e rumorosi come in primavera, sono stati una delle attrattive principali della gita e anche la colonna sonora principale. In modo analogo a quasi tutte le località montane d’Italia non particolarmente rinomate, anche le intatte Valli di Lanzo continuano a spopolarsi, come dimostrano le saracinesche abbassate delle attività commerciali e i cartelli di vendita degli immobili, entrambi in moderato aumento. Eppure non mancano i segnali opposti: ho fiutato una certa vivacità e desiderio di rinnovare, di restaurare e di recuperare, atteggiamento che mi sembra inedito per queste terre sonnacchiose e molto appartate. Ho osservato molti nuovi cartelli informativi sulle attrazioni naturali e architettoniche che si incontrano lungo la strada, espressione di una consapevolezza finalmente in crescita, da parte delle istituzioni innanzitutto, del valore dei tesori conservati in queste lande adatte a chi ancora sa godere del contatto con la natura, di silenzio e quiete. Evidentemente necessità, crisi e magari un desiderio di riscatto risvegliano sensi e ingegno nelle popolazioni indigene, storicamente tradizionaliste e avverse alle novità.

Oltre ai paesaggi, che conosco bene, l’architettura dei borghi che ho attraversato ha stavolta attirato la mia attenzione. In passato, quando l’occhio non era allenato, quelle costruzioni in pietra dai tetti spioventi e i balconi in legno, spesso malconce, non incontravano il mio apprezzamento, così come le chiesette piccole e povere, dai campanili semplici e le facciate lisce, prive di orpelli in rilievo alla cui assenza si compensava con pitture appena più ricercate. Tutto mi dava un’impressione, non ingiustificata comunque, di vecchio e abbandonato. Adesso vedo le cose diversamente, anche grazie all’opera di lento recupero con cui si tenta di rivitalizzare i borghi. In valle, comunque, non mancano costruzioni più prestigiose, come splendide ville novecentesche e case costruite negli anni a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento, grandi per l’epoca, a tre o quattro livelli, molto ariose e che potevano ospitare famiglie assai numerose. Le cui ampie facciate sono meravigliosamente esposte a Sud, per poter beneficiare del massimo dell’illuminazione e del calore del Sole, prima della sua scomparsa, davvero precoce in inverno, dietro il profilo dei monti. 126 chilometri percorsi.

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2 luglio. Quarantesima tappa. Vamos a la Praia (FINE).

Il viaggio è finito. Dopo un mese e mezzo e quasi 3000 km percorsi prevalentemente in montagna, si conclude la mia piccola odissea in bicicletta lungo l’Appennino, la colonna vertebrale dell’Italia che ho attraversato da Nord a Sud. Mentre il bombolone alla crema “oversize made in Calabria”, consumato al bar del campeggio di Scalea, scompare in modo incredibilmente rapido nel mio stomaco, accompagnato da cappuccino e succo di frutta, riflettendo provo stupore di fronte alle particolarità e differenze che fortunatamente e nonostante tutto esistono, resistono ancora nel nostro Paese e che lo rendono uno dei luoghi più interessanti del Pianeta. Ogni scollinamento ha rappresentato un varco che mi ha proiettato in un’area nuova, distinta dalla precedente per il paesaggio ma soprattutto per la popolazione: fisionomia, parlata, atteggiamenti e usanze diversi; ogni luogo, in fondo, ha il suo spirito per davvero ed è sicuramente una grande sfida rintracciare il legame, che pur c’è, fra gli abitanti ed esso, gli infiniti modi in cui si palesa lasciando traccia della propria presenza. L’Appennino stesso è un’Italia alternativa, un negativo come per le fotografie, un grande spazio montuoso che si compone di tante tessere diverse come in un mosaico, eppure così lontano dai riflettori, dai mass media, dal turismo dei grandi numeri, dagli italiani stessi che se ne sono dimenticati. Le montagne in Italia sono le Alpi, grandiose e spocchiose, con le loro piste attrezzate e l’anima, però, un po’ raffreddata, quando non proprio congelata, per via di quell’effetto patinato applicato in dosi massicce dal marketing, il cui fine è attrarre e ingolosire il turista moderno con mille stimoli. Le carte vincenti dell’Appennino, oltre alla bellezza che non è seconda a quella delle Alpi, sono altre ma la principale, per me, consiste nel fatto che si sia lasciato scoprire. Perché non c’è alcun faro, salvo rari casi, che mi abbia illuminato la via da seguire. Non ci sono stati itinerari preconfezionati, o località di cui senti spesso parlare e che ti sei convinto di dovere assolutamente visitare, pena provare vergogna a tempo indeterminato. Nessun cartello luminoso mi ha “suggerito” di scegliere una destinazione invece di un’altra, non ho subito alcuna pressione di tipo pubblicitario o informativo che mi condizionasse. L’Appennino è dimenticato e quindi è libero, è un territorio franco e solitario, a tratti in modo drammatico; il viaggio per le sue plaghe non può che ereditare queste caratteristiche. E’ stato bello meravigliarsi tanto spesso senza aver dovuto viaggiare all’altro capo del mondo.

La tappa odierna, l’ultima, è corta: devo pedalare lungo il breve tratto di costa compreso fra Scalea e Praia a mare. A destinazione salirò sul primo della serie di treni che mi riporterà a casa. Sono preparato al peggio perché i convogli più veloci sono interdetti alle biciclette: posso solo utilizzare i regionali, su cui in genere il trasporto è garantito con la presenza di uno spazio apposito in cui lasciare la due ruote, anche se la pedana di accesso, di sovente, si trova in posizione troppo rialzata rispetto alla banchina e costringe a smontare le borse per poter sollevare la bici. L’addetto in biglietteria è un ragazzo gentile che, dopo alcuni minuti di elaborazione, formula la lunga lista di cambi: saranno addirittura sette! Il primo treno parte oggi alle 13:37, ma l’ultimo, da Milano a Torino, arriverà a destinazione intorno alle 20 di domani. Un giorno e mezzo di viaggio, con una pausa notturna a Roma, trascorsa in un albergo, simile ad un porto di mare, nei pressi della stazione; stazione all’interno della quale manca la sala d’attesa, perché le nuove reinterpretazioni di questi spazi come centri commerciali hanno sacrificato parte delle funzionalità sull’altare del commercio.

Ho trovato le varie città in cui ho effettuato il cambio di treno spiacevolmente calde, anzi direi proprio tropicali. Dopo un mese e mezzo trascorso in montagna, circondato da ecosistemi pressoché intatti in cui la fitta vegetazione e l’altitudine (a volte modesta) sono riuscite a mitigare le ondate di caldo di intensità crescente, l’impatto con queste realtà densamente cementificate è stato traumatico. Napoli si è rivelata la peggiore insieme a Milano, entrambe afosissime e surriscaldate, ma Roma, Prato e Firenze hanno seguito a breve distanza, comunque invivibili. E’ andata poco meglio a Bologna, mentre Torino mi ha dato il benvenuto con la fase terminale di un temporale, che ho accettato molto favorevolmente scegliendo di non coprirmi con la mantella una volta fuori dalla stazione, per godermi una pioggia vivificante a contatto con la pelle. Si sono registrate in tutte le maggiori località temperature drammaticamente superiori alle medie stagionali, che gettano un’ombra tetra sul futuro prossimo e pongono questioni molto serie sul livello a cui si collocherà la qualità della vita nei grandi agglomerati, totalmente impreparati a fronteggiare i cambiamenti climatici in evidente accelerazione.

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1 luglio. Trentanovesima tappa. Pino loricato cercasi disperatamente.

Il viaggio volge al termine, ma c’è un ultimo obiettivo che desidero raggiungere: visitare il Parco nazionale del Pollino, il più esteso d’Italia con i suoi 192.000 ettari ed in cui sono racchiuse le maggiori cime dell’Appennino meridionale, tutte oltre i 2000 metri. Un’altra peculiarità del parco consiste nella presenza di numerosi esemplari di pino loricato, una specie arborea ormai rara e diffusa soltanto qui, nell’area montana compresa fra Basilicata e Calabria, e in alcune zone della Penisola balcanica. Il pino loricato è un relitto dell’ultima glaciazione, un fossile vivente capace di sfiorare i mille anni di vita, raggiungere i 40 metri di altezza e caratterizzato dalla corteccia fessurata in placce romboidali (le loriche, appunto) che ricordano un po’ le squame dei rettili.

Lascio dunque la piacevole Laurìa e la pregevole cornice montana che la circonda, preparandomi a scalare il Valico di Prestieri, il primo della serie interminabile di scollinamenti che affronterò oggi, collocato a 837 metri di quota partendo dai 380 di Laurìa. E’ da ieri che il mio percorso si intreccia in più occasioni con quello di una nuova, misteriosa via di comunicazione, non ancora completata, e durante la discesa verso Castelluccio (che non c’entra nulla con l’omonima località umbra) un uomo conferma la mia ipotesi, ossia che si tratti di una nuova pista ciclabile che, partendo da Lagonegro, arriverà fino in Calabria. E’ stata ricavata dalla ferrovia dismessa e, per ora, è soltanto uno sterrato ben spianato, da cui è stato rimosso il vecchio sedime, su cui spero verrà posato l’asfalto. Castelluccio è divisa in due: Superiore ed Inferiore. Ormai stanco e desideroso di completare l’ultima vera tappa, mi accontento di attraversare la seconda con i suoi 500 metri di quota, entrando così in contatto con la popolazione locale ed osservando, per l’ennesima volta, quanto sia vera l’affermazione secondo cui, in Italia, dopo ogni scollinamento si presenta un altro, differente micromondo: riconosco infatti nelle persone i tratti somatici e i modi di fare caratteristici della Calabria, così come gli occhi azzurri normanni di alcuni individui. L’area del Parco nazionale del Pollino mi appare come una terra di frontiera, dolce ed accessibile alle quote basse come quelle che sto affrontando, ma più aspra a quelle più elevate.

Chiedo ad alcuni passanti dove possa osservare un esemplare di pino loricato, ma la risposta è che l’albero vegeta nei luoghi più impervi del parco, difficilmente raggiungibili, a detta loro, in bicicletta. Secondo me, invece, potrei arrivarci senza troppe difficoltà perché è dall’inizio del viaggio che noto quanto i giudizi delle persone incontrate risultino eccessivamente prudenti alla prova dei fatti, ma faccio comunque i conti con la stanchezza accumulata e con il manifesto desiderio di concludere il mio impegnativo, splendido e sorprendente cicloviaggio. Riparto dunque alla volta di Viggianello, conservando la speranza di incontrare la particolarissima specie arborea durante il cammino, e scegliendo un percorso appartato, di nuovo in salita che attraversa una manciata di case a cui è stato dato il nome di Pedali…

Viggianello, latititudine 39 gradi, è la località più a sud toccata finora in tutta la mia avventura. Sole mediterraneo che spacca le pietre, silenzio assoluto che tuttavia continua a sorprendermi ed un villaggio a scalini spalmato su un declivio con inclinazione di 45 gradi da cui domina una vallata verdissima; sembra fatto di zucchero per via dei delicati colori pastello – rosa, giallo, azzurro, arancio – degli intonaci perfetti applicati alle facciate. Querce ovunque, dal portamento regale e anche molto antiche, il tronco spesso e la chioma ampia e folta, ma purtroppo nessun pino locricato nei paraggi. Lungo la salita per Rotonda, altro delizioso borgo romito di pietra lucida e abitazioni ben restaurate, il caldo è di nuovo intenso. Incrocio uno dei pochissimi cicloturisti incontrati nell’ultimo mese e mezzo: è scozzese, ma vive a Siviglia e pedala in Italia, mi dice ridendo. Questi incontri sono in genere molto spassosi, per via della situazione in cui si verificano: non è infrequente che capitino quando meno me li aspetto, durante momenti difficili vissuti magari sotto i raggi potenti del sole e la solitudine assoluta di una salita interminabile. Proprio allora non è impossibile che spunti un altro ciclista carico di borse, madido di sudore, la pelle bruciacchiata, i vestiti puzzolenti ed un sorriso a 32 denti stampato in volto…

A Rotonda ricevo l’ennesima conferma dalla barista sul pino loricato: sta sù, molto in alto, in lande estreme che l’interlocutrice non ha probabilmente mai visto, ma che giudica inaccessibili, impervie, esotiche, lontane, difficili e che per essere raggiunte richiedono tutta la temerarietà di questo mondo, concentrata naturalmente in un solo individuo. I suoi occhi sgranati supportano le parole, ma io ho smesso da un pezzo di prestarle ascolto, mentre continuo a tenermi in contattatto con la mia voce interiore. E questa è sempre più chiara, limpida, inequivocabile: “va bene così Fabio, sei arrivato in area Pollino come avevi deciso fin dall’inizio, hai percorso quasi 3000 chilometri sull’Appennino compiendo un’impresa che a te stesso sembrava improbabile, hai conosciuto un’Italia diversa di cui non sospettavi neanche l’esistenza, ora datti pace e tornatene a casa”.

Dovrò raggiungere la costa: a Praia a Mare c’è la stazione del treno ma non è di certo dietro l’angolo: mi trovo pur sempre fra i monti e, anche se ritengo – erroneamente, come scoprirò – di avere davanti solo discesa, sono già le quattro e mezza del pomeriggio. La decisione però è presa e mi incammino fiducioso verso Mormanno, primo paese in Calabria a 840 metri, che sfioro soltanto dopo l’ennesimo scollinamento. Segue una discreta discesa ed una salita, al termine della quale incrocio addirittura il secondo cicloturista del giorno: Chris, inglese, partito da Napoli, diretto non ricordo più dove. Mi annuncia che dal punto in cui siamo sarà tutta discesa fino a Scalea. La mia esultanza è giustificata: è da un mese e mezzo che pesto duro sui pedali e l’idea di avere concluso questa faticosa attività una volta per tutte è semplicemente inebriante. Provo l’ebbrezza di una discesa spettacolare, tornanti su tornanti in una delle valli più belle dell’intero viaggio, fra gole, praterie d’alta quota, grotte ed il fiume Lao che scorre limpido e freddo più in basso, mentre il sole per lunghi tratti, a causa dell’inclinazione crescente, scompare dietro il profilo delle alture alla mia destra. Chilometri di meraviglia, dovuta in parte al paesaggio eccezionale e in parte alla certezza che continuerà così fino al mare. Dopo Papasidero, però, l’evidenza mi risveglia dal sogno ad occhi aperti con almeno 6 imprevisti chilometri di salita che stemperano un po’ il mio entusiasmo. Chris, che proveniva dalla costa, non deve averli conteggiati dato che per lui saranno stati, dopo tutto quell’arrampicarsi, una breve parentesi di riposo in discesa… oppure stava per dirmelo ma, per non raffreddare la mia esultanza, ha taciuto. Non lo saprò mai.

E’ quasi buio quando raggiungo il campeggio di Scalea, poco più a sud di Praia. La giornata qui è stata molto calda e l’aria è pesante, afosa e per me opprimente, dopo quasi un mese e mezzo di montagna. Non manca nulla del tipico repertorio: traffico intenso, tanti negozi di cibo, l’onnipresente illuminazione e l’immancabile animazione a volumi da discoteca, proprio a due passi dalla piazzola che mi è stata assegnata. Dopo aver montato la tenda ed essermi lavato, non posso fare a meno, dal tavolino presso cui sono seduto mentre sorseggio bibite fredde e dissetanti, di confrontare impietosamente la civiltà appenninica con cui sono entrato in contatto, pur con tutte le sue peculiarità a seconda delle aree attraversate, con quella cosiddetta evoluta, cittadina e massificata in cui sono nato e da cui provengo.

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30 giugno. Trentottesima tappa. Arrivederci Cilento!

La pianta di Sanza, seguendo l’andamento del colle su cui sorge l’abitato, è composta da una serie concentrica di strade circolari che solo nel cerchio più interno si aggrovigliano a formare un reticolo più complesso. Raggiungere il punto più elevato del paese non è facile per chi non è del posto, perché dapprima si rende necessario imboccare la “circonvallazione” giusta nella direzione corretta, poi trasferirsi su quella più interna e così via, fino a quando non ci si ritrova davanti ad uno degli ingressi del ricetto. Mi sembra che dal punto di vista difensivo questa organizzazione delle strade sia efficace, anche se purtroppo oggi non è possibile ammirare le antiche mura in quanto non ne è sopravvissuta alcuna traccia. Rimane però la vecchia Porta Pungente con il suo arco, che garantiva l’accesso dopo l’orario di chiusura di tutte le altre porte ai ritardatari, ai quali era concesso l’ingresso solo dopo esere stati punti da un’asta dotata di uno spillone.

Oltrepassato l’arco, si dispiega un medioevale dedalo di vicoli e slarghi impreziosito da un susseguirsi di portali in pietra costruiti fra il Seicento e l’Ottocento. La piccola ma panoramica Piazza San Martino, a cui si accede tramite l’omonimo arco che dà accesso anche all’antichissimo palazzo nobiliare Barrelloni, è una delle più importanti e in essa sorge la Torre Medioevale con il suo orologio, elemento riconoscibile della particolare skyline curva, simile ad una mezzaluna per via del colle perfettamente rotondo su cui sorge, di Sanza. Percorro poi lo stretto e tortuoso vicolo 2° di San Martino che mi conduce alla Piazza del Plebiscito su cui si affaccia la Chiesa Madre, apprezzabile soprattutto per l’interno barocco ben conservato. Prolungo il mio giro di perlustrazione vagando senza meta, aiutato in questo dalla pianta irregolare che mi costringe a correggere spesso la mia direzione, quando mi trovo davanti a strade chiuse oppure a scalinate che, con la bici al seguito, non posso affrontare.

E’ quasi mezzodì quando riparto. Il paesaggio è sempre molto gradevole, boschivo anche se via via più pianeggiante. Annoto i nomi particolari di alcuni borghi, che suggeriscono facilità di insediamento e più che apprezzabili condizioni di vita: Buonabitacolo e Casalbuono. Nel frattempo la già bassa densità abitativa si è quasi azzerata mentre lentamente riprendo quota, così come il traffico, tornato ad essere irrilevante. Questo si rivela essere il momento ideale per una riflessione a questo punto del viaggio, che volge ormai alla conclusione. La desolazione ed il silenzio delle belle lande su cui sto pedalando regalano comunque un momento in cui non è possibile sottrarsi al contatto con le proprie emozioni, dato che ora è privo di qualsiasi interferenza. Mi accorgo così che il Cilento e le sue genti sono in qualche modo riusciti a insinuarsi nel mio cuore e l’hanno fatto senza ricorrere ad effetti speciali e attrazioni patinate, ma con la semplicità di incontri veramente umani uniti alla bellezza dei luoghi visitati. Sento dispiacere nel proseguire, ma allo stesso tempo la solitudine che offre questo paesaggio ampio con pochi segni di presenza umana mi aiuta nell’intento di andare avanti, facendomi sentire come un fuggitivo silenzioso che, per non incontrare ostacoli, si allontana furtivamente alle prime luci dell’alba mentre tutti ancora dormono.

A Montesano Scalo cambio rotta e, invece di avanzare da ovest verso est, piego con un angolo di 90 gradi verso sud, lungo la statale 19 “delle Calabrie” e alla volta del Valico del Fortino con i suoi 780 metri. Prima di raggiungerlo, però, entro nuovamente in Basilicata e, questa volta, mi congedo definitavamente dalla Campania e, in particolare, dal soprendentemente intatto, sia dal punto ambientale che umano, Cilento. Lagonegro, 666 metri, è il primo paese in terra lucana. I rilievi attorno intanto si sono innalzati, offrono profili più spigolosi e versanti ripidi, cime aguzze che toccano quote più elevate, ma sono pur sempre ricorperti dal folto vello verde scuro dei boschi. Altra salita fino agli 869 metri del Valico dei Cerri e poi, finalmente, la discesa. Al Lago di Siriano, grazioso specchio d’acqua abbastanza limpida che riflette meravigliosamente le tinte forti del paesaggio e del cielo sgombro di nuvole, mi concedo una meritata birra fresca degustata al bar; riprendo poi a scendere verso Laurìa, dove mi fermerò per la notte, deliziato da un panorama sempre più eccezionale chilometro dopo chilometro illuminato dalla calda luce del Mezzogiorno nelle ore che precedono la sera, di una tonalità giallo intenso, forse addirittura arancione, mentre la temperatura perfetta e l’aria fine mi tengono compagnia fino alla meta.

 

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29 giugno. Trentasettesima tappa. La strada statale perfetta.

La Statale 18 che imbocco a Vallo era, prima dell’avvento dell’autostrada, l’unica via percorribile dal lato tirrenico per giungere a Reggio Calabria. La costruzione dell’arteria più grande ha risucchiato tutto il traffico automobilistico, lasciando la SS18 vuota, sicura e silenziosa. E’ una meraviglia che vale la pena attraversare a piedi o in bicicletta, non solo per l’assenza quasi assoluta di mezzi a motore, ma per il paesaggio montuoso traboccante di una vegetazione che comprende, tra gli altri, pini, ulivi e ciliegi che insanguinano con i propri frutti caduti alcuni tratti della carreggiata. E si vedono anche il mare e la costa con le sue baie. Anche la meteo è favorevole oggi: il vento della notte ha spazzato via la cappa umida e calda che ha imperversato durante gli ultimi due giorni, ha rinfrescato l’aria che adesso è pulita, leggera, restituendo brillantezza ai colori. Attraverso paesi come Cuccaro Vetere, sulle cui case spicca un campanile dal gusto vagamente orientale; mi disseto e rinfresco alle delizione acque di fonte che sgorgano copiose e fredde dalla fontana di San Biase, da quella di Futani, con abbeveratoi e panche in pietra per riposare, e dalla “Fontana acqua dei castagneti”, restaurata negli ultimi anni.

A Montano Antilio, 766 metri di quota, non rinuncio ad una sosta ad un bel bar di recente riapertura, che offre un panorama stupefacente, a occidente, sulla costa di Palinuro con le sue anse e, a oriente, sul Golfo di Policastro. In mezzo i massicci montuosi di Camerota. “Questo bar era una bettola, chiuso da un anno. L’ho acquistato e ristrutturato, ci ho speso un mucchio di soldi” mi confida il proprietario. Continua: “quando non c’era l’autostrada, il vecchio proprietario poteva chiudere già alle otto del mattino, perché a quell’ora aveva venduto tutto il latte e le brioches ai viaggiatori che andavano verso Sud e che passavano per forza da qui”. Tempi lontani di boom economico, lo scenario odierno invece combina scarse presenze umane con una natura intatta. E la mia idea per la rinascita di queste località verte proprio sulla carta del paesaggio incontaminato, dell’aria pulita e del silenzio, i nuovi beni di lusso del presente e, in misura ancora maggiore, del futuro prossimo; gli suggerisco l’opportunità di un turismo sostenibile, più maturo, quello praticato da chi è ancora capace di scarpinare, pedalare e rinuncia a qualche comodità, pur di non violare l’ambiente. Questo è l’unico, ma vincente, biglietto da visita che posti come questo hanno da offrire. Ci pensa su, non sembra sorpreso ma i cambi netti di prospettiva raffreddano sempre un po’ gli spiriti, anche quelli più intraprendenti come quello che l’uomo di fronte sembra possedere.

Supero ancora Laurito ed Alfano, poi mi congedo dalla Statale 18 e mi dirigo verso Rofrano, un pugno di case incastrato fra valli boscose e versanti scoscesi, che trasuda isolamento e solitudine. La strada subito dopo si dispiega in un zigzag accentuato che pare il tracciato spigoloso di un elettrocardiogramma e scala un lato della Raia del Pedale, uno dei monti più alti della zona con i suoi 1521 metri. Pedalo fra pascoli di alta montagna, impressionanti pareti verticali di roccia mentre, in lontananza, rivedo il blu intenso e scintillante del mare. L’ultima discesa della giornata avviene lungo un piano inclinato fino ai 600 metri di Sanza, alle pendici del Monte Cervati, il secondo monte più alto della Campania con i suoi 1899 metri. Sanza sorge su un colle perfettamente tondo, regolare, e l’abitato sembra una papalina che lo copre per due terzi dell’altezza fino alla sommità, lasciandone scoperta solo la porzione più in basso. I suoi orgogliosi abitanti mi informano della natura carsica dell’amato Monte Cervati, che custodisce inghiottitoi e laghi temporanei generati dallo scioglimento primaverile delle nevi, e della coltivazione della lavanda “anche se, a dire il vero, quest’anno è stata distrutta da mucche e cavalli che pascolano allo stato brado”, mi confessano con genuina sincerità. Decido di fermarmi qui per la notte, sia per la stanchezza, sia perché il borgo promette davvero bene ed infine per la simpatia di queste genti.

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