Cultura e cambiamenti climatici: un incontro necessario non più procrastinabile

Fra attacchi alieni, olocausti nucleari, invasioni zombie, mutazioni genetiche, ribellioni delle macchine guidate dall’intelligenza artificiale, fantasiose congiunture negative dalle conseguenze mortali, le menti dei creativi hanno immaginato, attraverso svariate opere letterarie e cinematografiche, innumerevoli futuri distopici per l’umanità. Alcuni di essi, fondati su premesse irrealizzabili, sono serviti come fascinosa ambientazione per un certo tipo di storie, mentre altri, assai più plausibili (si pensi al rischio di annichilimento atomico vissuto negli anni della Guerra Fredda), si possono considerare come il tentativo di stimolare una riflessione ed una presa di coscienza da parte del pubblico su certe fondamentali questioni. Fortunatamente nessuna delle ipotesi suggerite si è avverata, perlomeno interamente, e l’umanità è più numerosa che mai, anche se non direi che stia prosperando; eppure, secondo quella che può apparire come una tragica ironia, l’unica possibilità che continua a non essere adeguatamente presa in esame da un punto di vista narrativo, potrebbe essere quella fatale: sto parlando della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici, i cui effetti si stanno manifestando con frequenza e intensità crescenti, generando altrettanto allarme.

Fatico davvero a trovare una spiegazione univoca a questo fenomeno di rimozione collettiva dalle coscienze di un pericolo così concreto; temo inoltre che stilare un elenco di possibili spiegazioni a questo strano caso di dissonanza cognitiva diffusa sia per me un’impresa eccessiva e, forse, non poi così utile. Quando sei sulla traiettoria di una freccia scagliata da lontano, sprechi attimi preziosi chiedendoti dove si trova l’arciere e perché ce l’ha con te, oppure con scatto felino provi a schivarla? La situazione in cui si trova l’intera umanità è molto simile a quella della probabile vittima del dardo, perché il tempo antecedente all’impatto sta per scadere: dopo aver ignorato per decenni (almeno quattro o cinque) le segnalazioni e gli avvisi, via via più frequenti e dai toni progressivamente più gravi, prodotti dalla comunità scientifica sui rischi a cui saremmo andati incontro se avessimo continuato a sostenere una crescita economica infinita in un sistema limitato di risorse come la Terra, siamo giunti alla resa dei conti.

Non c’è più tempo: urge ridurre sostanziosamente l’immissione di anidride carbonica in atmosfera e provare a sottrarre la parte in eccesso prima che il clima si surriscaldi eccessivamente, e l’ultima espressione non è una metafora purtroppo. E’ assai probabile che il pianeta diventi davvero invivibile nel giro di una generazione o due, e il riferimento all’invibilità non è un modo di dire. Quindi mi chiedo: è mai possibile che fior di letterati, intellettuali, musicisti, registi, attori di cinema e teatrali, pittori, in genere così sensibili, così attenti ai segnali che il mondo esterno offre, così intelligenti (da intelligere, cioè inter-legere, quindi mettere in relazione, legare, scoprire le connessioni presenti nella realtà), non abbiano ancora colto e raccontato, ognuno secondo la propria inclinazione e capacità di rappresentazione, la portata del rischio estremo verso cui ci stiamo muovendo con sbalorditiva, scellerata inconsapevolezza? E’ possibile che l’avvicinamento del grande pubblico ad un tema di così fondamentale importanza per la sopravvivenza di tutti sia prerogativa esclusiva degli scienziati e di qualche saggista, lasciati praticamente soli a combattere contro l’impenetrabile muro di gomma del pensiero comune, osteggiati in tutti i modi sui mezzi di comunicazione di massa e considerati uccelli del malaugurio? Per quanto riguarda il nostro caricaturale Paese, in particolare, pensiamo davvero che il generoso ricercatore e divulgatore scientifico Luca Mercalli (insieme a pochi altri) debba addossarsi tutto l’onere di un compito così gravoso? Il livello di elaborazione culturale di cui siamo capaci è così limitato, così lento ad evolvere e ad anticipare gli eventi?

Una sensibilità diffusa al tema dei cambiamenti climatici si ottiene non solo attraverso comunicazioni ufficiali, allerte e qualche opera saggistica, pur utili. Ci sono mezzi ancora più efficaci, nonché piacevoli, per condurre le persone al necessario livello di comprensione: sono quelli che da sempre si ritrovano nell’arte, nella rappresentazione scenica, nel racconto, nella narrazione. Durante il Novecento l’invenzione del cinema ha inoltre impresso una vigorosa accelerazione alla diffusione delle idee, grazie alla potenza degli stimoli audio-visivi che colpiscono l’animo del pubblico, la sua sensibilità ed il suo immaginario con una efficacia probabilmente superiore a quella di un romanzo, di un quadro, di una melodia (a cui la stessa opera cinematografica può ricorrere). Dunque non è davvero possibile affrontare il problema da angolazioni differenti? In ambito letterario distopia e fantascienza sono generi ampiamente diffusi e correlati, ma mancano quasi completamente romanzi sui cambiamenti climatici, salvo rarissime eccezioni: si preferisce continuare a resuscitare zombie in eterno per disporre di un’ambientazione post-apocalittica e non ci si accorge che l’aumento delle temperature terrestri offre tantissimo nuovo materiale di ispirazione per lo scrittore e fonte di coinvolgimento per il lettore. In ambito cinematografico, oltre a Di Caprio in tempi recenti e Al Gore ormai troppi anni fa, registi e produttori si tengono lontani dalla tematica come se si trattasse di una malattia infettiva, prefendo realizzare pellicole di fantascienza ambientate nello spazio (sempre con lo sguardo rivolto al cielo e mai alla terra, eh?) e insulsi remake di vecchi successi. Gli sceneggiatori delle fiction televisive insistono nel riciclare gli stessi due o tre temi proponendo ad un pubblico attonito l’ennesima serie centrata su noiose indagini poliziesche intrecciate con una debolissima storia d’amore. In qualsiasi ambito culturale, insomma, c’è un vuoto evidente che potrebbe costituire, se lo si desiderasse riempire, ossigeno puro per le menti di autori e pubblico, ma si preferisce continuare a ignorare, a riproporre gli stessi schemi come degli automi, o forse più semplicemente dei perfetti imbecilli.

Ci troviamo su un treno composto da tantissime carrozze che sta incrementando la propria andatura per motivi intrinseci, privo di reale destinazione e di macchinista, e tuttavia diretto al massimo della velocità verso uno spesso muro di cemento armato su cui si distruggerà generando un’esplosione spettacolare: peccato davvero non poterla osservare. Quindi per favore, ritrovate il coraggio, rinunciate ad una fetta di stipendio e raccontateci, nel modo che vi è più congeniale, di come l’equipaggio e i viaggiatori, pochissimi giorni prima dell’impatto, ridestandosi improvvisamente dal lungo sonno tenteranno in tutti i modi di rallentare il convoglio.

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Cento pagine per l’avvenire

Aurelio Peccei, Torino, 1908-1984

Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma nel 1968 e figura scientifica, culturale e imprenditoriale di primissimo piano, nel suo “Cento pagine per l’avvenire”, lungimirante saggio pubblicato nel 1981,  va dritto al sodo ed espone il proprio articolato pensiero a riguardo delle inedite, complesse e grandiose sfide che un’umanità totalmente impreparata, profondamente divisa e sbilanciata nel rapporto fra ricchi e poveri avrebbe presto dovuto fronteggiare. Sebbene i frutti del suo lavoro, che rimetteva al centro di tutto l’essere umano, non siano stati completamente vani, è avvilente riconoscere che, in quasi quarant’anni, su molte questioni di fondamentale importanza la situazione non abbia fatto altro che peggiorare. Non siamo stati in grado di afferrare integralmente la complessità del sistema-mondo in cui viviamo e di conseguenza a comprendere, con un approccio radicale, le interrelazioni fra i grandi problemi della Terra nella loro dimensione globale. Ci siamo limitati a considerare le parti dell’insieme come separate, accontentandoci di soluzioni parziali e notevolmente sottodimensionate, che nella migliore delle ipotesi hanno permesso di guadagnare soltanto un po’ di tempo, in attesa di una svolta mai prodotta. Abbiamo continuato a conferire fiducia alla “sacra” tecnologia, senza interrogarci adeguatamente sugli scopi e modalità di utilizzo dei nuovi strumenti, così efficaci da mettere potenzialmente a repentaglio il nostro stesso futuro. Nè siamo riusciti a sviluppare una mentalità nuova, olistica e più raffinata, preferendo rimanere ancorati a categorie, credenze e modelli mentali inappropriati, superati e del tutto anacronistici, retaggi di epoche ormai lontane che richiedevano approcci molto diversi dall’esperienza moderna. L’ottusa fiducia nella crescita infinita della produzione e del prodotto interno lordo, che sta distruggendo il pianeta e deformando gli stessi esseri umani, è forse solo la punta dell’icerberg, il sintomo più evidente della catastrofe ormai prossima e che abbiamo preparato con le nostre stesse mani. Riporto di seguito un brano molto significativo tratto dal saggio:

“Quello che viene chiamato progresso è diventato talmente frenetico e sconcertante, così meccanico e innaturale, così erratico e inesorabile, che noi non riusciamo più a dominarlo, né a comprenderne il senso. La nostra situazione è letteralmente drammatica. Un fossato sempre più grande ci separa dal mondo reale, una volta familiare, ma ormai diventato estraneo. Al tempo stesso, una faglia in noi stessi ci impedisce di distinguere le cose che aggravano la nostra posizione da quelle che potrebbero migliorarla. Siamo talmente sconvolti da tutto ciò, che agiamo in maniera sconsiderata, e che saremmo tosto in situazione disperata, se non esistesse un’ultima ancora di salvezza in fondo al nostro essere.
Si tratta della ricchezza innata delle risorse di comprensione, di immaginazione e di creatività che costituiscono il patrimonio di ogni essere umano, ma che sono rimaste incredibilmente dimenticate e abbandonate. Questa ricchezza è accompagnata da energie morali ancora intonse e disponibili. La scelta tra essere e non essere, tra sopravvivere e soccombere [..], dipende quasi esclusivamente dalla nostra capacità di mobilitare e sviluppare questo potenziale naturale che è latente in noi.
Basta anche soltanto un’osservazione superficiale per comprendere come l’uomo moderno sia incompiuto. Egli ha mietuto successi spettacolari e ha innalzato a vette inaudite le proprie conoscenze, il proprio potere e il proprio impero; ma si è tradito da solo, credendo di aver raggiunto una volta per tutte l’era dell’abbondanza e del benessere, senza dover fare lo sforzo necessario per mettersi all’altezza delle trasformazioni che egli stesso provocava. Di conseguenza è rimasto sottosviluppato, superato dalle realtà che gli scappano di mano. Il solo mezzo che gli resta per riprendersi e per riacciuffare la realtà è quello di concentrare le proprie facoltà in modo da sviluppare se stesso in forma adeguata, cioè di imparare a essere e a divenire in modo coerente con il mondo nuovo, fantastico e semiartificiale di sua creazione”.

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Fahrenheit 11/9 di Michael Moore

Ieri sera sono andato al cinema a vedere Fahrenheit 11/9, l’ultimo film-documentario di Michael Moore. Sono uscito dalla sala profondamente scosso, senza più voglia di parlare. La situazione è più grave di quanto immaginassi. Se ci si limita al personaggio di Donald Trump, circoscrivendo il problema alla sua scadentissima figura, attribuendo all’ultimo presidente USA le cause di tutti i mali, evitando di capire nel profondo le circostanze che hanno portato alla sua triste elezione, si pecca di superficialità e fretta. Non a caso la maggior parte delle “analisi”, in Italia almeno, si ferma a questo primo, elementare livello. Trump, nella prospettiva espressa da Moore, si è trovato la strada spianata e ne ha approfittato. Sono stati i suoi stessi avversari ad agevolarlo con la propria sciatteria e inettitudine, il disinteresse e l’incapacità di comprendere appieno le variegate situazioni di allarme riscontrabili nel paese, nelle tante americhe problematiche davvero lontane dal “sogno americano” di sviluppo e benessere per tutti. Una classe dirigente (in Italia definita “establishment”) autoreferenziale e del tutto priva della minima empatia verso i governati, colpiti da disagi sempre più gravi (è riportato il caso drammatico della cittadina a maggioranza afro-americana di Flint, in cui gli abitanti sono stati letteralmente avvelenati con l’acqua potabile prelevata da un fiume inquinato a causa di scellerate e criminali scelte dirigenziali, e come se non bastasse ha subito gli effetti di un’esercitazione militare con elicotteri, armi ed esplosioni, il tutto durante l’ammnistrazione Obama), ha abbandonato fisicamente i propri presidi, si è allontanata a tal punto dalle fasce sociali più in difficoltà lasciando enormi vuoti, estesissime praterie che sono state occupate dall’avversario politico, la cui unica capacità riconosciuta è consistita nel comunicare a parole ciò che i cittadini avevano bisogno di sentirsi dire.
Ricorderò a lungo due episodi contrapposti ed emblematici del film, uno dal pessimo sapore e l’altro che porta con sè un carico di speranza : il primo è consistito nella terribile figura di Obama a Flint quando, invece di prendere le parti della popolazione di colore che aveva subito l’avvelenamento da piombo, finge di bere, inumidendosi appena le labbra, un bicchiere d’acqua proveniente dall’acquedotto locale, con il fine subdolo di rassicurare la platea, fra scontate battute di spirito e il solito proclama sulla responsabilità collettiva, che invece collettiva non era affatto. Il secondo, luce in mezzo alle tenebre, è rappresentato dalla rivolta studentesca nata in seguito all’ennesima strage armata in una scuola. Una circostanza da cui sono emerse la determinazione e la limpidezza di intenti di tantissimi giovani, gli unici in grado di capire e di organizzare una protesta via via più estesa contraria al possesso privato delle armi, animati da un ideale che recita più o meno così: “salveremo il mondo che questi hanno devastato!”.

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Commissioni slow e tempo allargato

L’occasione per svolgere semplici operazioni in modo alternativo mi è particolarmente gradita e non attendo che si presenti grazie a qualche congiunzione astrale o al caso: se posso me la creo. Stamattina, approfittando della mitezza e della stabilità meteorologica di questo inizio d’autunno, ho scelto di spostarmi in bicicletta per compiere alcune commissioni. Quarantaquattro chilometri totalizzati, di cui una buona parte in collina. I primi passi in questa nuova condizione di maggiore libertà si accompagnano ad una almeno parziale riappropriazione del tempo, anche se non ne sono ancora padrone quanto vorrei. Abbastanza comunque da potermi concedere una mattinata diversa in cui unire l’utile al dilettevole senza l’assillo della fretta.

Il percorso, snodato e ricco di moderati saliscendi, perde quota gradualmente con l’avvicinamento al capoluogo di provincia, Asti. La velocità ridotta mi induce in un frequente stato di distrazione, attratto come sono dal panorama collinare circostante e dai colori riscaldati dalle tinte vivaci tipiche dell’autunno: è il periodo in cui rivaluto decisamente l’estetica dei vigneti, ormai chiazzati irregolarmente di un giallo e un rosso scintillanti, che contrastano splendidamente con la limpida profondità del cielo turchese. Della città, viceversa, colgo come di consueto la frenesia, il traffico vorticoso e impaziente. Un dettaglio però, apparentemente insignificante, mi sorprende, anche se a scoppio ritardato. Quando mi trovo a pagare alcune buste di carta che utilizzerò per conservare degli alimenti, ascolto un commento scambiato dalla cassiera con una collega. Sta esprimendo il proprio stupore per la rapidità con cui il mese di settembre è volato via. E’ lungo la strada di casa, mentre pedalo fra i campi arati da poco e le distese invitanti di fresche insalatine, che rifletto sull’episodio apparentemente insignificante.

In effetti per chi è tornato nei consueti luoghi di lavoro, settembre segna il ripristino della “normalità” dopo un mese di agosto in cui le ferie, come sempre troppo brevi, hanno concesso l’occasione di sperimentare per un po’ uno stile di vita più ricco, vario, diverso. Di respirare profondamente, in senso esistenziale. E quando ci si cimenta in qualcosa di inedito oppure decisamente sporadico, come un paio di settimane godute senza interruzione al mare, in montagna, o in viaggio, il tempo si dilata poiché il livello di esperienza si arricchisce repentinamente. Ho osservato in molte occasioni tale curioso effetto, che contraddice l’idea matematica di un tempo lineare scandito da intervalli tutti uguali, percependo una giornata vissuta intensamente, dedicata in sostanza a nuove attività, come più lunga delle altre, quasi come interminabile.

Logico quindi che settembre, con il ripristino forzato della normalità, della velocità coatta, della routine così povera di novità, ma in cui il ricordo delle vacanze e delle impressioni accumulate sono ancora vive in noi, possa confessare, all’opposto, la propria fugacità: la nostra coscienza ha registrato le differenze e lancia a modo suo un segnale d’avviso. Purtroppo l’impressione spiacevole che ne deriva, che comunichiamo prontamente al primo che capita come se ci volessimo liberare al più presto di un insopportabile fardello, verrà dimenticata nei mesi a seguire, che si consumeranno con la stessa fretta ma senza neanche più il promemoria della spia rossa d’allarme, ormai ben nascosta dietro lo spesso strato di distrazioni e incombenze quotidiane.

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Con le mani nell’argilla

Da sinistra verso destra: melograno, ciliegio amarena, ribes

Domenica, 16 settembre 2018

La buona notizia è che me ne sono reso conto e adesso ho una misura in più; quella cattiva, ma non troppo, è aver accettato che il guado non si attraversa in un colpo solo, come un atleta che si cimenta nel salto con l’asta: una vigorosa rincorsa e poi il balzo in avanti, potente e felino. Semmai è l’esatto opposto. Oggi mi sono accorto della fretta che impiego nell’azione: tre fosse scavate, per altrettanti alberelli, ma alla seconda ho compreso con naturalezza che nessuno mi correva dietro e avrei potuto eseguire l’opera con più tranquillità, senza grossi affanni. La fatica fisica impone, limitandola, la velocità di esecuzione del compito: se è assente salta tutto, perché l’agire, quando è buono, si avvantaggia delle presenza dei tanto disprezzati limiti.

In un attimo le possibilità si sono come espanse e i miei movimenti sono divenuti più fluidi ed armoniosi; mi sono stupito osservando me stesso spaccare con la vanga le grosse zolle d’argilla indurite dalla siccità, con piccoli gesti calmi e risoluti. Ho collocato poi l’apparato radicale al centro, verificando l’orientamento della parte aerea in modo da rivolgere la porzione più sviluppata verso sud e, dopo essermi concesso tutto il tempo necessario, ho iniziato a riempire la buca ai lati prelevando con calma la terra dagli accumuli circostanti. Con una leggera pressione del piede l’ho compattata un po’, in modo da assicurare bene la pianta nella sua nuova collocazione; ho ricoperto il tutto con una pacciamatura di foglie secche ed ho innaffiato abbondantemente.

Oggi tre, ieri due: ma in un paio di casi si è trattato di trapianti. Il primo ha coinvolto un noce selvaggio, nato, suppongo, un anno fa nell’unico angolo veramente impervio del mio fazzoletto verde, in uno stretto corridoio compreso fra un vecchio albero di fichi dalla chioma grandiosa e rotonda come una enorme sfera e la recinzione fittamente ricoperta d’edera del vicino. È cresciuto su un accumulo di sassi levigati messi lì dal precedente proprietario e mai più smossi fino ad oggi, piegando il proprio fusto come un punto interrogativo per guadagnare un varco fra le pietre di fiume accatastate, poter ricevere la quantità minima di luce che filtra attraverso le fronde del fico e svilupparsi. Impietosito ho deciso di spostarlo altrove, lungo una sgombra stradina ai margini, in posizione favorevole e sufficientemente assolata, e ieri sono finalmente intervenuto.

Ho trascorso diverso tempo chinato, in una nuvola di moscerini e respirando a tratti un odore intenso di fichi in decomposizione, intento a rimuovere la terra con delicatezza senza danneggiare le radici, ma quel lungo fittone che scendeva in profondità sembrava non terminare mai. Alla fine sono riuscito a estrarlo e mi sono sentito un po’ dentista e un po’ chirurgo. Adesso il piccolo noce dal fusto gobbo e storpio, dalle foglie grandi e di un verde scuro che mi ricordano un po’ quelle degli spinaci e forse sproporzionate rispetto all’altezza complessiva, mi è sembrato un po’ sofferente nella sua nuova collocazione: spero di non aver ucciso il mio paziente! L’ho potato leggermente e innaffiato ancora una volta. Da oggi gli tiene compagnia, a pochi metri di distanza, il secondo alberello trapiantato, una quercia alta alcune decine di centimetri, un fuscello spuntato all’ombra dei noccioli. Un’altra operazione difficile e delicata, affrontata sicuramente con più calma e precisione grazie all’esperienza del giorno prima.

Ai trapianti si sono aggiunte tre nuove piantumazioni. Il mio campo, una volta un arido e assolato vigneto, lentamente sta trasformandosi in un giardino “commestibile”. Vi hanno trovato dimora un arbusto di ribes nero, collocato in ombra parziale, un melograno ed un ciliegio amarena, i cui frutti potranno impreziosire futuri e rinfrescanti gelati. Ho incontrato sempre un terreno indurito dall’assenza prolungata di piogge importanti e dalle temperature ancora prettamente estive, fatto che mi ha indotto a usare la vanga come se fosse un grande scalpello: con un colpo secco la conficcavo per pochi centimetri poi, facendo leva, sollevavo una crosta riponendola ai margini e ripetevo, guadagnando a piccoli passi una profondità sempre maggiore.

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Un’idea vecchia due secoli

Questa è una di quelle cose da capire in profondità ma, per riuscirci, bisogna riprendere il controllo del proprio pensiero. Nel senso che è necessario condurre la propria capacità di riflettere anche lungo i territori mentali più impervi, tali non per difficoltà intrinseca ma perché “occupati” da quelle dottrine di cui non si osa dubitare. Queste si ergono come fortezze inespugnabili e deviano, limitano, costringono la mente a rimanere all’interno di un perimetro da esse disegnato. Si tratta spesso dei pilastri concettuali su cui si fonda una società, tali proprio perché ognuno di noi li riconosce come fondamentali, irrinunciabili, immutabili, insuperabili, strettamente necessari, l’unica base possibile su cui costruire un intero apparato di pensiero e, quindi, modellare la condotta della propria esistenza.

Considero il concetto della crescita infinita da una prospettiva inedita, quella che mi lascia più sgomento e che quindi viene aprioristicamente scartata per evitare questo spiacevole effetto. Un concetto della cui stupidità sempre più ne scrivono assumendo più o meno implicitamente un giudizio scientifico. Un numero crescente di persone è ormai in grado di comprendere che un aumento illimitato della produzione, dei consumi e delle emissioni non è sostenibile in un sistema finito (cioè limitato) di risorse quale è la Terra. Costoro, me compreso, si stanno smarcando da uno di quei totem del pensiero che hanno guidato gran parte dell’umanità negli ultimi 250 anni e ciò non è poco. Purtoppo, come spesso accade, ci si adegua a far di conto alla pari di un ragioniere evitando di considerare, assumendo altri punti di vista, come sia stato possibile che un pensiero del genere possa essersi affermato.

Arriverà il giorno in cui l’idea di una crescità illimitata verrà considerata una follia umana. Eppure all’inizio, quando si radicò, un senso l’aveva eccome. Ancora nel XVIII secolo, infatti, il pianeta era percepito come molto grande, ricco di risorse ed in parte inesplorato. Le ormai prossime scoperte tecnologiche ne avrebbero ridotto, in pratica, l’estensione consentendo di viaggiare su distanze sempre maggiori in meno tempo, di comunicare da un punto all’altro del globo con maggiore precisione e rapidità, di volare, di costruire, tramite l’ausilio della macchine, strumenti sempre più sofisticati. Ma nei secoli diciottesimo e diciannovesimo la Terra non appariva molto diversa da come era sempre stata considerata nella storia dell’essere umano, e cioè talmente grande da poter essere reputata, in pratica, infinita. Ed il suo sfruttamento a fini produttivi, con la trasformazione delle materie prime in manufatti, prendeva origine esattamente da questa percezione, propria dell’esperienza umana. Il punto di vista era umano, insomma, e, per un umano, “consumare” un pianeta è impossibile.

Il cambio di mentalità messo in moto dalla classe mercantile e da quella del nascente capitalismo non fu indolore: servirono enormi energie e un’opera di convincimento, con le buone o con le cattive, per convertire le masse abituate da sempre a vivere secondo natura e trasferirle nelle città, dove sarebbero state impiegate nelle fabbriche. All’epoca, però, le prospettive che si stavano aprendo erano inedite e dovevano apparire strabilianti, per chi osava spingersi oltre al contingente, fino ai limiti dell’immaginazione. Si trattava di innescare un processo di crescita esponenziale che avrebbe trainato l’intera umanità verso un progresso illimitato, reso possibile da risorse talmente abbondanti da potersi considerare inesauribili, appartenenti ad un grande, grandissimo pianeta molto ricco. Avanti tutta dunque, ad estrarre minerali, abbattere foreste, bruciare carbone, petrolio, saccheggiare la terra ed i mari, inquinare l’aria, costruire infrastrutture e grandi città totalmente parassitarie per il proprio sostentamento nei confronti della campagna.

Quell’assunzione iniziale, l’idea di un pianeta enorme, generoso e capace di rigenerarsi indefinitamente, da sfruttare senza limiti, evidentemente è riuscita ad insediarsi in modo stabile nella nostra coscienza più profonda ed ha preso il controllo del nostro comportamento: nonostante la propaganda continua e martellante sulla necessità di una crescita economica imperitura, in troppi non sono neanche più in grado di concepire un pizzico di sano sospetto. Si tratta comunque di un’idea vecchia, ormai fuori contesto, che fa ancora proseliti solo perché costoro vivono in uno stato di allucinazione perenne, impegnati come sono nella realizzazione di una carriera e di uno status sociale che possa ripagarli in qualche modo delle fatiche incessanti e di una condizione di perenne ansietà; un’idea formulata in un periodo in cui ci si spostava ancora su un cavallo o sul dorso di un asino ed in cui la velocità era un concetto astratto, dato che i tempi di percorrenza erano di svariati ordini di grandezza più elevati rispetto ad oggi; un’idea nata all’epoca in cui per tagliare un grosso albero si ricorreva alla forza di più taglialegna robusti e il concetto di schiavitù non era stato ancora del tutto superato. Un’idea, formulata su una scala completamente diversa da quella attuale, in cui le distanze contavano, la forza impiegata era animale o umana, le rotte erano tracciate su cartine disegnate a mano. Un’idea, infine, oggi totalmente anacronistica, grottesca, eppure sostenuta e propagandata ad ogni costo, contro qualsiasi buon senso, secondo un folle disegno autodistruttivo. Smettiamola di prestarvi fede, altrimenti ci condurrà alla fine.

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Così fan tutti (ma io no)

Era innanzitutto istinto, da un lato capace di stimolare una serie di riflessioni, a loro volta in grado di esercitare un effetto domino a livello mentale, con cui ogni tessera subì la sorte della precedente venendo abbattuta, e dall’altro in grado di alimentare una ribellione spontanea, spesso disorganizzata ma animata dal medesimo impulso: non permettere all’imbuto della routine, dei gesti ripetitivi, del “si fa così, lo fanno tutti, non ti lamentare” di risucchiarmi e normalizzarmi. Questa è la storia semiseria e tragicomica dei mie trasferimenti giornalieri da casa al lavoro e viceversa, in un arco di tempo di quasi un decennio.

Ricordo il primo giorno di lavoro serio, con un contratto iniziale di sei mesi, un’eternità all’epoca, almeno così mi pareva. Mi recai ad appena cinque chilometri da casa. Era il primo di settembre e mi sentivo libero, tornato da poco da uno dei miei primi cicloviaggi, fino ad allora uno dei più lunghi e belli, un’esperienza che aveva davvero ampliato il mio orizzonte mentale. Avevo sperimentato la lentezza, la dilatazione del tempo, la fatica intensa, il contatto prolungato e vissuto con la natura, l’incontro con le bellezze artistiche italiane, migliorando nel contempo l’attitudine al vivere con poco e arrangiarmi, nella condivisione (ero in compagnia) di gioie e dolori, nutrendo e sostenendo una visione che si stava radicando con forza in me. Alle 9 del mattino arrivai puntuale in bicicletta all’appuntamento, indossando sandali e calzoni corti, con un bel sorriso rilassato stampato in volto. Nulla poteva toccarmi, pensai, eppure nel giro di pochi minuti l’entusiasmo si era smorzato, le prospettive si erano ristrette e sentii montare in me un sentimento di contrarietà, dovuto principalmente a due motivi: il primo, pratico, consisteva nel fatto che sarei stato spedito nella sede più lontana da casa, addirittura in collina. Questo avrebbe significato una condanna a percorrere la bellezza di quindici chilometri a trasferimento, per complessivi trenta giornalieri, quasi tutti nel traffico ad eccezione di un breve tratto collinare. Il secondo era una considerazione derivante direttamente dal primo: compresi chiaramente che, da quel momento, con la mia offerta spontanea di collaborazione rinunciavo implicitamente alla mia libertà, a cominciare da quella di decidere dove trascorrere le mie giornate e, in aggiunta a questo, come corollario giunsi alla conclusione che qualcuno dei miei capi avrebbe sempre potuto richiedere la mia presenza ovunque fosse richiesta, senza sondare il mio parere, da sacrificare totalmente o quasi alle “esigenze” degli affari e del profitto.

Quel giorno fui dunque indirizzato all’estremità opposta della città. Grazie ad un passaggio da parte di una collega, mi trovai presso la struttura, costruita durante il ventennio fascista sulle prime alture a ridosso del centro storico, del fiume Po e di Piazza Vittorio, in cui l’azienda aveva preso in affitto alcuni uffici. Un intonaco di colore rosso scuro, consumato e anche un po’ mortifero, ne caratterizzava la facciata; si trattava di un edificio austero, isolato e raggiungibile solo attraverso una strada particolarmente tortuosa dal fondo in cattivo stato. Sembrava una casa circondariale, ma in compenso da lassù la vista sulla sottostante città ed il fiume era spettacolare. L’unico bar all’interno terminava su un grande terrazzo panoramico, ma il caffè che veniva preparato mi suscitava istantanei e vigorosi movimenti intestinali che mi obbligavano quasi sempre a prolungate soste forzate nei bagni. Gli uffici, davvero semplici perché oltre al necessario per lavorare non c’era davvero nulla a parte i muri, disponevano ognuno di un bagno con doccia, retaggi di una cessata attività alberghiera. Un luogo piuttosto triste, ma circondato dal verde ed in una sorprendente posizione sopraelevata.

L’ambiente attorno mi forniva buone possibilità per liberarmi durante la pausa pranzo, che avevo iniziato a detestare per alcuni motivi, fra cui il fatto che avvenisse sempre secondo le stesse modalità: il collega più anziano, o quello immediatamente più giovane (si parla comunque di trentenni all’epoca dei fatti), sostava all’ingresso di ciascun ufficio chiamandoci a raccolta. Mancava solo la trombetta. E così, ognuno con il proprio “fagotto”, ci si radunava nel corridorio davanti alla porta d’ingresso, da non aprire fino a quando non si disattivava l’allarme, che puntalmente qualcuno inavvertitamente faceva suonare provocando le urla stridule della sirena. Fra inspiegabili sorrisetti d’imbarazzo e battutine di circostanza ci si dirigeva in fila, o quasi, nella sala mensa del bar, dove consumavamo i nostri pasti portati da casa. La comunicazione a tavola era inspiegabilmente limitata ad alcuni argomenti neutrali, zone franche che permettevano ai partecipanti di giocare a carte coperte, limitando al massimo il rischio di esporsi e farsi conoscere. Per me tutto ciò costituiva una noia mortale ed una aberrazione; più comprendevo quella logica assurda, più me ne allontanavo. Quindi, con la scusa della bella stagione (quando c’era) e delle mie tendenze da cicloturista, consumavo il mio pasto all’esterno.

Intanto ero costretto ad utilizzare l’auto. Prima quella di mio padre, poi la mitica Saxo diesel che comprai usata, un vero gioiello che uso ancora con profitto. Ed un affare perché, nonostante l’età al momento dell’acquisto, pareva nuova sia per la cure amorevoli ricevute dai proprietari precedenti che per il ridotto chilometraggio, particolarmente contenuto per un mezzo a gasolio. Quei trenta chilometri al giorno che dovevo macinare, però, mi pesavano lo stesso: dal punto di vista economico ma soprattutto per la mia salute. Capivo che il contatto giornaliero con un traffico imbecille, opportunista, schizofrenico e aggressivo mi provocava un grande sdegno e doveva essere limitato al massimo. Continuo a chiedermi come si possa sopportare tutto ciò per una vita intera senza uscire fuori di testa, anche se, in realtà, ogni tanto qualcuno dà davvero di matto ma, appunto, passa per matto (come se gli altri invece…vabbè). Comunque, nel marzo del 2010 tentai l’esperimento di riprendere la bicicletta. Avrei usato la mia MTB, adatta ad affrontare la salita finale in collina e avrei approfittato dell’ufficio con doccia per rendermi presentabile dopo il trasferimento. Funzionò tutto molto bene per un mese e, in pausa pranzo, a volte prendevo addirittura la mia due ruote per scendere a godermi il sole e la gente in Piazza Vittorio, oppure lungo la riva del Po. Una sera, però, all’uscita dal lavoro fui investito da una donna distratta alla guida di una Y10 bordeaux in una maniera assurda: in seguito all’incidente, trascorsi la bellezza di quaranta giorni a casa, dopo essermi procurato un trauma cranico e la rottura del braccio destro. A quel punto lasciai la presa e, dopo una riflessione, riportai al primo posto la mia incolumità nella scala dei valori da perseguire.

Questo sistema, che garantisce a quasi tutti ogni comfort, cibo abbondante, riparo sicuro, cura dalle malattie, richiede in cambio di rinunciare alla nostra libertà e di accettare con abnegazione le sue leggi di funzionamento. E guai a superare i suoi confini, perché la punizione, severa, è dietro l’angolo. E’ così, ad esempio, per i ciclisti urbani che decidono di cessare di essere automobilisti sempre in lotta gli uni con gli altri e, dopo essere balzati in sella, sfidano i pericoli mortali a cui sono esposti, in nome di una maggiore libertà d’azione, della tutela dell’ambiente e del piacere di stare all’aria aperta. E per me era, ed è, lo stesso, anche se adesso sono meno urbano di una volta…

Il mio primo tentativo di “evasione” dal “si fa così, lo fanno tutti, non ti lamentare”, concretizzatosi nella rinuncia all’automobile a favore della bicicletta quale mezzo per recarmi al lavoro, era dunque fallito per cause esterne. Misi da parte ogni velleità fino al 2012, anno in cui, secondo il calendario Maya, un evento apocalittico avrebbe dovuto decretare la fine dell’umanità oppure una sua evoluzione spirituale. Per quanto mi riguarda, fu l’azienda per cui lavoravo a passarsela male e, posso assicurare, nessuno, lì dentro, come era prevedibile, morì oppure beneficiò di una qualche evoluzione spirituale, e non ne sentì neppure la necessità (anche se avrebbe dovuto, parere mio). La conseguenza dei primi scossoni finanziari si tradusse in un numero eccessivo di chiacchiere, proclami e rassicurazioni, preludio ad un primo trasferimento in una nuova locazione che avrebbe successivamente condotto al collasso definitivo. Questa volta non eravamo più circondati da boschi e prati, ma dai grandi condomini di una importante strada di comunicazione cittadina, la frequentatissima Via Nizza. Il panorama, come prevedibile, era deludente e l’edificio derivava da un capannone industriale rinnovato profondamente negli anni Settanta, quando era stato letteralmente ricoperto di vetri scuri riflettenti che gli regalavano un aspetto sufficientemente moderno e “cool”.

Nonostante la distanza da casa non fosse diminuita, la zona risultava ben servita dal trasporto pubblico: l’unica linea di metropolitana di Torino passa da lì, a cui si aggiungono le altre tipologie di mezzi “di superficie”e, addirittura, il fiume Po: o meglio, le sue sponde, perché l’idea di navigarlo per tornare a casa dal lavoro purtroppo non illuminò la mia mente. I primi mesi mi accontentai di utilizzare il servizio pubblico: per coprire i quindici chilometri a viaggio dovevo cambiare due pullman e percorrere l’ultimo tratto in metropolitana. Ogni tanto, sovrappensiero, salivo sul convoglio che andava nella direzione sbagliata e questo accadeva quando, per spezzare la monotonìa, mi recavo in una stazione sotterranea diversa. Poi, d’un tratto, la mia insofferenza iniziò a manifestarsi con rinnovato vigore. Non sopportavo più la ressa, nè la vista di tutte quelle persone apatiche con la testa china sullo schermino da quattro pollicini dello smartphone, prese a digitare compulsivamente per comunicare le solite cazzate. Leggevo, approfittando di quell’ora e mezza giornaliera non retribuita ma sacrificata lo stesso all’altare del lavoro, in modo che non risultasse tempo del tutto sprecato, e anche per non dover vedere gli zombie e le loro teste vuote.

Distrarsi con la lettura non fu sufficiente e, come spesso accade, un primo cambiamento si manifestò spontaneamente. Non l’avevo previsto nè programmato. Accadde che alla sera, appena uscito dall’ufficio, invece di scomparire nei sotterranei della città, quasi come un supereroe dei fumetti, per salire sulla metropolitanina di Torino, decisi di percorrere un pezzo di strada a piedi. Cinque chilometri la prima volta, che divennnero anche dieci successivamente. Due ore di tempo spese così. A volte camminavo per l’intero tragitto di quindici chilometri, arrivando a casa tardi. Una svolta grazie alla quale mi resi conto di un mucchio di cose che avvenivano attorno a me. Osservavo l’interno dei negozi lungo il percorso e non più solo l’insegna o la vetrina: erano diventati tridimensionali e dentro c’erano delle persone! Incrociavo con lo sguardo la gente a piedi, sempre pensierosa ma reale, e potevo accorgermi del mutare delle stagioni, avvertendo sulla pelle la differenza di temperatura, umidità, l’odore e la consistenza dell’aria che respiravo. Conservo un ricordo nitido della fine dell’inverno del 2013. Era l’ultima decade di febbraio, mi trovavo in strada dopo essermi lasciato alle spalle l’ampio portone di vetro. Nonostante fossero passate da poco le 18, notai che quella sera il buio era in ritardo ed un ultimo raggio di sole illuminava le finestre di un bel palazzo ottocentesco, mentre l’aria limpida ripulita dalle raffiche di favonio rendeva i colori vivaci ed il cielo di un azzurro intenso e promettente. Pur consapevole della mia condizione di schiavo salariato, sussultai per la primavera incombente e conservai quelle impressioni preziose nella mia memoria

Al mattino quindi mi recavo al lavoro con i mezzi pubblici, al pomeriggio tornavo a piedi per quasi tutto il percorso. Gli ultimi tre o quattro chilometri li “scroccavo” al primo bus in transito che incontravo. Tuttavia così impiegavo davvero troppo tempo. Decisi allora di rispolverare la bicicletta.Avevo progettato un percorso che comprendeva gli argini della Dora e del Po, attraversando il bel parco del Valentino, che divenne anche meta di alcune piacevoli soste serali, e limitando al massimo il contatto con il traffico sempre più feroce e pericoloso. Ero anche in forma e, al mattino, entravo in ufficio rilassato, carico di energia positiva e con un sano appetito. Un giorno, però, un cane mi attraversò la strada improvvisamente e caddi rovinosamente per evitarlo, procurandomi un’altra ingessatura applicata più che altro per cautela, dato che dalle lastre il dottore non riuscì a capire se c’era davvero una frattura. Dopo qualche giorno di prurito insopportabile raccolsi un paio di forbici e la tagliai liberando l’arto, che recuperò fortunatamente senza problemi. Rinunciai, però, nuovamente alla bicicletta sempre per la mia incolumità.

Non mi piegai però ed elaborai un altro sistema per sfuggire alla routine del traffico e dei mezzi pubblici. Al mattino avrei fatto come sempre: primo bus, secondo bus, metropolitana ma, alla sera, sarei tornato a casa facendo jogging. Mi dotai di uno zaino in cui riposi il cambio di vestiti e le scarpe per la corsa che, durante il viaggio di ritorno, sarebbe stato occupato dagli abiti da “civile”. E fu così che, per ogni giorno degli ultimi quattro mesi del 2013, alle 18 mi cambiavo in bagno, come Superman nella cabina telefonica, ed uscivo dal lavoro in pantaloncini corti, con sulle spalle uno zaino che, con l’avanzare della stagione , diveniva sempre più voluminoso e pesante all’aumentare del freddo. Poi, con la conclusione dell’anno, l’azienda per la quale lavoravo entrò in coma profondo e terminò anche la mia collaborazione.

Gli anni successivi sono stati molto più compatibili con l’utilizzo della bicicletta. Il nuovo luogo di lavoro era a cinque chilometri da casa e riuscivo, pertanto, anche a tornare per la pausa pranzo, sempre pedalando. La mia insofferenza per la routine e per la prostituzione lavorativa, però, non ha mai cessato di mandarmi segnali e così, il 28 aprile 2017, ho abbandonato il lavoro di ufficio. Questa, però, è un’altra storia.

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