Camminare fra Langhe e Roero. Un “tranquillo” martedì diversamente impiegato.

Dopo aver quasi completato un lavoro per un cliente, durante il fine settimana ho realizzato che in quella seguente avrei potuto dedicarmi a qualcos’altro, come esplorare, magari, i chilometri di colline che circondano in ogni direzione la mia nuova casa, sempre con lentezza, in modo da poter percepire il più possibile di ciò che incontro e vedo. La pioggia, finalmente riapparsa in seguito alla lunga attesa rappresentata da un’estate caldissima e mesi di siccità, è giunta associata a temperature tardo autunnali che recano con sè il gusto dell’inverno prossimo, ma oggi, martedì 7 novembre, ha concesso alla terra dissetata una pausa per smaltire l’ubriacatura d’acqua. Approfittando del previsto intervallo nelle precipitazioni, ho deciso di prendere scarponcini, zaino e, con passo solerte, mi sono messo in moto, in una condizione d’animo aperta ed esploratrice, senza neanche pormi una meta. Camminare, masticare chilometri, osservare, cogliere, assaporare, senza fretta: è tutto ciò che ho desiderato per la giornata odierna e adesso, mentre scrivo e ripercorro il breve viaggio odierno, ritengo di averlo ottenuto pienamente.

I colori sono i consueti protagonisti dell’autunno per almeno due terzi della stagione, eppure rilevo come, dopo un’estate torrida, questi risultino ancora più accesi. Le foglie degli alberi hanno abbandonato il giallo usuale e tendono al rosso acceso, quasi abbagliante. Un cremisi che riflette la luce come il verde intenso se non addirittura come il bianco, che acceca e nello stesso tempo ha il potere di generare una sorta di incanto. La vegetazione, chiazzata da questa accesa tonalità che si mescola a quelle più consuete, stupisce per quanto è variopinta. I vigneti, estesissimi ed onnipresenti, si alternano con i noccioleti, ordinati in scacchiere tutt’altro che uniformi nella colorazione, mentre la terra è ammantata da una distesa omogenea di foglie secche di un giallo carico, quasi arancione.

La carreggiata fiancheggia case, cascine ed anche un vecchio forno che non passa inosservato per l’alta ciminiera in mattoni un po’ curva; si snoda fra i rilievi, ne segue il profilo quando può, oppure ne affronta di petto le pendenze, offrendo al viandante la possibilità di faticare, al suo cuore di pompare più sangue, ai suoi muscoli di dimostrare la propria forza, alla sua mente di esercitare determinazione e perseveranza. Raggiunta la sommità, la corona della Alpi innevate incornicia questo territorio capriccioso ricco di di continui dislivelli, mai banale. La coltre di nubi, spessa, pesante, dona alla volta naturale un colorito plumbeo ma, proprio in prossimità delle montagne imbiancante, sfilacciandosi e diradandosi si lascia trapassare dai raggi del sole così che quel biancore, illuminato di una luce chiara, diventa metafisico, quasi trascendentale, sublime.

Da Priocca, un paesone distruibuito su diversi colli e riconoscibile per l’alto ed elegante campanile della bella chiesa collocata sul rilievo più alto e centrale, seguo per Magliano Alfieri, che domina la sottostante valle del Tanaro. Il castello, appartenuto all’omonima famiglia ed edificato fra il 1660 e il 1680, è una figura squadrata ed imponente in mattoni a vista, elegante ed un po’ austero. Nella chiesa che sorge in sua prossimità trovo riparo e rifugio, mentre il tempo pare mettersi al peggio. Lì dentro, nella semioscurità interrotta dal luccichìo delle decorazioni dorate, riposo dopo tre ore di cammino mentre ascolto il vento ululare e valuto le mie possibilità di fronte alla mutevolezza delle condizioni meteorologiche. Dal belvedere, balcone naturale sulla valle sottostante orientato verso l’occidente, prima di entrare avevo osservato l’incupirsi del cielo e il manifestarsi, in lontananza, di intensi rovesci di pioggia.

Nuovamente in cammino, sfido la sorte e proseguo con un passo rinnovato. Perdo quota rapidamente ed imbocco una stradina secondaria che in breve diventa uno sterrato pesante e fangoso. Sono immerso nel silenzio e in una natura curata come un giardino. Filari di  alberi fiancheggiano il sentiero assieme ad orti, noccioleti, vigneti, campi arati, canali. La strada, stretta e rabberciata, si snoda irregolare, si impenna, si offre con pendenze decise, mi lascia rifiatare a tratti, poi riprende il tormento, infine costeggia piccoli agglomerati di cascine rinnovate. Se l’automobile in città è un vezzo, un segno distintivo, uno status symbol, uno “sfizio”, un premio per il tanto lavorare, in campagna costituisce una bella comodità. Offre protezione e consente di spostarsi su queste strade non illuminate e scorbutiche in tempi ragionevoli e con una certa sicurezza. Io, invece, batto i piedi per terra con forza per scrollare il fango dagli scarponi. Apro l’ombrello per ripararmi dalla pioggia che, fortunatamente, scende al massimo moderata e solo per brevi intervalli. Mi riprendo dalla fatica attardandomi nel fotografare, per catturare il più possibile forme e colori.

La salita per Guarene è di quelle che meritano rispetto, ma assai panoramica. E’ un’arrampicata fra vigneti esausti che, per quest’anno, hanno dato ormai il loro frutto. Fiancheggio i filari ordinati che si stagliano sullo sfondo della valle del Tanaro, ne osservo le continue variazioni cromatiche, l’ordine delle file perfettamente parallele ma sinuose, adagiate sulla superficie rotonda delle colline. La pendenza e il terreno appesantito dall’acqua mettono a dura prova la mia resistenza fisica. Il castello di Guarene si fa ammirare da lontano e, una volta raggiunto l’abitato, costituisce il mio primo obiettivo. Grande è l’amarezza quando scopro che è una proprietà privata destinata a resort di lusso: dopo tutte quelle energie spese, dopo aver avuto l’ambizione di, almeno, pormi al suo cospetto armato di fotocamera per immortalarne stile e proporzioni, ho dovuto rinunciare all’obbiettivo a lungo accarezzato.

L’ultimo decollo è seguito dall’atterraggio definitivo, quello su Alba. E’ difficile individuare da lontano e dall’alto il nucleo storico medioevale, soffocato com’è dai cappanoni industriali moderni, amorfi e uniformi, parallelepipedi squadrati di pura funzionalità che non concedono nulla alla bellezza. Eppure una volta anche le fabbriche potevano vantare una cura costruttiva ed un’attenzione all’aspetto da renderle dei gioielli perfettamente inseriti nel paesaggio. A questo si aggiungono i condomini edificati negli anni ’60, ’70 e ’80, sgraziati e anonimi, ma almeno limitati nello sviluppo verticale. La discesa comunque racchiude la summa dei colori autunnali che mi hanno accompagnato lungo tutto il percorso: dal verde intenso, al giallo, al cremisi fino al marrone, sotto un cielo plumbeo che si è tinto leggermente, verso sera, del rosa del tramonto. Giungo nella cittadina quando ormai è buio; mi reco alla stazione dei bus dove, alle 19, salgo sul mezzo che mi riporterà a casa. Le gambe, dopo tutti quei chilometri (stimo una trentina) raffreddandosi cominciano a dolermi e le continue oscillazioni mi provocano un po’ di nausea, ma nonostante i fastidi rivivo con la mente l’esperienza passata, rifletto sulla sbalorditiva varietà cromatica osservata, ripenso alla sensazione, sperimentata in varie occasioni, di trovarmi sulla sommità del mondo ogni volta che ho raggiunto il cocuzzolo di un colle.

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SIM sala bim

(post un po’ tecnico, ma in fondo tratta di come lo schiavo moderno viva una condizione peggiore che in passato, quando almeno sapeva di essere schiavo)

Lo confesso, io non possiedo uno smartphone. Fino ad un mese e mezzo fa utilizzavo, per telefonate ed sms, un vecchio telefonino pagato 10 euro grazie ad un buono sconto. Non disponeva di una fotocamera e la sua tastiera a membrana di scarsa fattura rendeva quasi impossibile digitare un messaggio di testo. Quando l’ho cambiato perché cadeva letteralmente a pezzi ho acquistato un Nokia 3310 nell’edizione moderna, attratto dalla sua semplicità. Anche questo dispositivo è dotato delle sole funzionalità di base, le uniche che possono servire per davvero, ma in aggiunta c’è una fotocamera da ben 2 megapixel (che riuscirebbe a scoraggiare perfino il più accanito sostenitore dei selfie). Non ho, di conseguenza, una sufficiente esperienza di piani tariffari, quelli del tipo “all on one”, che garantiscono milioni di minuti di conversazione utili a scambiarsi le solite banalità e gigabyte di traffico Internet per poter condividere quelle stesse banalità anche su Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp e simili.

Alcuni mesi fa, però, ho avuto bisogno di una linea dati per il mio tablet, da impegare durante il mio cicloviaggio, e successivamente per lavorare da remoto con il computer portatile. La mia idea, davvero naïf riconosco, consisteva nella possibilità di attivare una scheda ricaricabile solo all’occorrenza e, se per qualche tempo non mi fosse più servita, avrei potuto riporla in un cassetto e usufruirne in futuro in caso di necessità pagando e ottenendo la quantità prefissata di traffico internet corrispondente. Ho riferito la mia esigenza, piuttosto semplice e fin troppo chiara, alla frettolosa commessa del negozio di telefonia, anche se, ripensandoci adesso, ricordo di aver notato una certa dose di evasività nelle risposte delll’addetta alle mie richieste; tuttavia, quando ho iniziato a beneficiare del piano tariffario, ho ritenuto di essere stato accontentato. Ho mantenuto tale convinzione fino a ieri quando, dopo un periodo di un paio di mesi in cui non ho utilizzato la sim, al primo tentativo di ricarica mi sono ritrovato con un credito negativo abbastanza consistente. Immagino sappiate tutti il motivo ad eccezione del sottoscritto, una mosca bianca se si esclude quella fetta di popolazione di età non più giovane che, come è noto, non intrattiene un rapporto disinvolto con la tecnologia; ebbene ho scoperto che quello che avevo accettato era un vero abbonamento, basato sul concetto di “credito”, una diavoleria consistente in un conto virtuale da cui, ad ogni rinnovo automatico mensile, viene scalata la cifra corrispondente. Se, dopo la detrazione corrispondente, il credito risulta positivo, il traffico viene abilitato, se invece finisce in rosso sarà necessario abbeverare ulteriormente la bestia con le proprie “sostanze” (i verdoni). Poiché nel mio caso la sim è rimasta a riposo per un paio di mesi, quando ho eseguito la prima ricarica ho scoperto un credito negativo di svariati euro, corrispondenti al periodo in cui, fiducioso nella sua natura di  ricaricabile “pura”, l’avevo riposta e lasciata inutilizzata nel famoso cassetto.

A parte l’amara sorpresa, che mi è costata, oltre ad una certa cifra, una mezza giornata impiegata nell’approfondimento dei meccanismi poco chiari su cui si basa il funzionamento di quelli che sono abbonamenti a tutti gli effetti (altro che ricaricabili…) e che avrei preferito spendere in un migliaio di altri modi, tra cui addirittura spalare letame (pratica che ancora mi manca, comunque), aggiungo alcune pacate osservazioni sull’intera vicenda. Ho scoperto, assieme alla vera natura del piano tariffario, che il gestore di telefonia può attivare, a propria discrezione e ad insaputa del cliente, servizi non richiesti da quest’ultimo: nel mio caso si è trattato di una funzionalità che non è neanche utilizzabile poiché uso la sim solo per internet, ma che comunque mi è costata quasi due euro al mese. Questi mini-abbonamenti a funzioni perlopiù inutili rappresentano truffe perché, quando e se il cliente se ne accorge, ormai i soldi sono stati prelevati; questo può, addirittura, aver mandato in rosso il credito e obbligato lo sventurato ad una affrettata ricarica in genere di valore superiore al buco, pur di sbloccare la navigazione. Ovviamente sul sito di riferimento non mancano, raggiungibili dopo una ricerca, la modulistica e le istruzioni necessarie per risolvere queste odiose eventualità: in pratica, da un lato il fornitore tenta di infinocchiarti, dall’altro, per non contravvenire alla legge, ti fornisce anche la via d’uscita e tutto risulta tecnicamente legale. Dal punto di vista umano direi, con molta pacatezza, che si tratta di una bella merda.

Seconda osservazione: il traffico mensile da un po’ di tempo è spendibile su un periodo di 28 giorni e non più sull’intero mese. Questo comporta una differenza importante per il cliente: se prima pagava, alla simpatica azienda fornitrice, 12 mensilità all’anno, ora ne sborsa quasi per 13. Poiché, come recita la filostrocca (a meno che nel frattempo non sia stata modificata…):

Trenta giorni a novembre, con aprile, giugno e settembre. Di ventotto ce n’è uno, tutti gli altri son trentuno.

Si può facilmente calcolcare il numero di giorni che, per ogni mese, non sono coperti dall’abbonamento: 8 giorni per i quattro mesi di 30 giorni (novembre, aprile, giugno e settembre) e ben 21 giorni per i sette mesi di 31 giorni (gennaio, marzo, maggio, luglio, agosto, ottobre, dicembre), per un totale di 29 giorni. L’aver ridotto il mese a sole quattro settimane ha comportato la creazione dal nulla di un mese aggiuntivo virtuale della lunghezza di 29 giorni. In pratica una tredicesima pagata dal consumatore, lieto di sottoporsi a queste sevizie pur di condividere su Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp le solite banalità quotidiane.

Terza osservazione: questo abbonamento spacciato per ricaricabile è pesantemente subdolo nella concenzione. Si fa credere all’utente che, se non dovesse aver bisogno del servizio per un certo periodo di tempo, non dovrà sganciare un euro. Tuttavia, nel momento in cui si decida di ricorrere nuovamente alle funzionalità offerte dalla scheda, si dovrà ripagare il debito accumulato nel frattempo sul conto virtuale definito con il termine “credito”. Il concetto è poco chiaro in sè e richiede, per una comprensione adeguata, una certa forma mentale e dimestichezza che molti non hanno. Sarebbe stato meglio un abbonamento tipico a tutti gli effetti: tu paghi e io di do il servizio, poi vedi tu se sfruttarlo o meno. E invece no, bisogna essere più sottili, perversi, contorti e apparire convenienti: tu non paghi e io scalo dal conto virtuale; se questo va in negativo non mi devi niente ma il servizio non funzionerà, ciononostante risulterà attivo durante il periodo di tempo prefissato, in modo che, quando deciderai di effettuare una ricarica, il valore monetario accreditato verrà speso innanzitutto per ripagare sul conto virtuale la cifra corrispondente alle mensilità attivate ma non utilizzate nella pratica.

Quello descritto è un sistema costruito per fottere, che mi rifiuto di accettare e di cui non credo vi sia una consapevolezza diffusa. E’ una specie di trucco da illusionisti. Io stesso ne ho pagato le conseguenze ma almeno ho approfondito, ma per uno che cerca di capire ci sono milioni che vanno avanti senza farsi domande. Del resto oggi va così: tutti di fretta a prendere quello che c’è, buoni buoni a riempirsi la pancia senza interrogarsi su quali intrugli compongano la pietanza, mentre una economia canaglia deregolamentata, avida e machiavellica, ci prende per il naso e per il culo nei modi e nei tempi che preferisce.

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Qualcosa (di sinistro), là fuori

Una tra le estati più calde e siccitose degli ultimi decenni è terminata e qualcosa finalmente pare cambiare nella percezione delle persone, anche se molti individui, probabilmente a causa di un manifesto deficit nella capacità di discriminare, liquidano la stagione estrema appena conclusa con affermazioni di una banalità sconcertante, che irritano più per il pressapochismo intrinseco e spudorato che per i contenuti, assenti. Mi riferisco a espressioni del tipo “in estate è normale che faccia caldo”. Come se, all’opposto, il freddo invernale di Roma potesse competere con quello di Mosca. Stiamo purtroppo entrando, anche molto velocemente, in una nuova epoca in cui avvertiremo le conseguenze dei cambiamenti climatici, tanto più nefaste quanto ci ostineremo a perseverare nelle nostre ormai consolidate abitudini (business as usual, BAU). Servirebbero preparazione, consapevolezza, organizzazione per fronteggiare le difficoltà, mentre stiamo arrivando all’appuntamento impreparati, ignari del pericolo che incombe. Ne faremo le spese.

La tecnologia, fondamentale strumento a servizio del mercato proporrà le sue sfavillanti soluzioni, in modo da indurci a credere che, anche per questa volta, un deus ex machina ci salverà, sollevandoci dalle responsabilità e permettendoci di continuare a sguazzare nella nostra ignoranza, coltivata con amore giorno per giorno, e a vivere da consumatori insaziabili e anche un bel po’ rimbambiti. Nuove scintillanti autovetture elettriche, iperconesse ed ecologiche, prometteranno finalmente di ripulire l’aria delle città riducendo, allo stesso tempo, le emissioni di anidride carbonica; la stampa, che si configura come un’industria delle informazioni, segue a ruota e prepara il terreno alla nuova rivoluzione, all’ennesimo prodigio che non farà che confermare senza alcun dubbio le eccezionali qualità intellettuali dell’essere umano, trionfalmente destinato ad un progresso indefinito che lo condurrà a conquistare l’intero universo (è solo questione di tempo). Entusiasmo anche fra i commentatori, o giornalisti, che hanno mostrato in passato sensibilità ecologica: potremo costruire centinaia di milioni, anzi, più di un miliardo di nuove autovetture a trazione elettrica, che sostituiranno l’attuale, obsoleto parco circolante alimentato con fonti fossili.

Quale grande occasione di business, alla faccia dell’ecologia! Davvero pensiamo di aiutare l’ambiente ed evitare la catastrofe, fabbricando un altro miliardo abbondante di automobili, stavolta elettriche? Il rincoglionimento collettivo dev’essere così ben radicato, che stimati divulgatori della decrescita non parlano, ad esempio, della possibilità, molto più sostenibile, di convertire il mezzo che già si possiede, attraverso un’operazione chiamata retrofit: in questo modo, potremmo tenerci la nostra automobile, che funzionerebbe con un nuovo motore elettrico. Mi sembra un bel risparmio, un vantaggio per tutti eccetto che per l’industria dell’auto. Ah già, facevo i conti senza l’oste.

Eppure il danno che abbiamo arrecato al pianeta in cui viviamo, che poi così grande non è, se consideriamo pure che ci sono dei matti che se lo percorrono a piedi o in bicicletta, è enorme e perseveriamo, nonostante tutto, nella ricerca continua dell’incremento del prodotto interno lordo, anche se a questo punto sarebbe meglio chiamarlo prodotto interno lercio, ché puzza di morte ormai. Recentemente ho letto un bel libro che si chiama “Qualcosa là fuori”, di Bruno Arpaia, che affronta il tema delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Nel romanzo gli italiani, anche quelli del “è normale che d’estate faccia caldo”, tornano ad emigrare, in questo caso senza neanche le valigie di cartone, verso il nord Europa, perché sullo stivale non è rimasto più nulla, solo aridità, il deserto si è preso tutto. Le società sono collassate a causa delle devastazioni prodotte dall’aumento della temperatura del pianeta; i diritti umani sono evaporati assieme alle sempre più scarse risorse idriche e, con la scomparsa di queste, tutte le attività si sono azzerate. Gli unici paesi in cui è possibile condurre un’esistenza degna di essere vissuta sono rimasti quelli dell’estremo nord, meta del viaggio intrapreso dai protagonisti. Vi consiglio di leggerlo, perché oltre a rappresentare un affresco di un possibile futuro distopico, evidenzia i possibili errori in cui rischiamo (per ora direi che il rischio è una certezza) di cadere nell’affrontare le enormi sfide del prossimo futuro. E poi è ben scritto, scorre come un fresco ruscello d’acqua montana.

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Progressività

Ore 8, appena alzato. Nonostante il declino estivo in corso, rimango sorpreso dal risveglio brumoso di questa mattina: il cielo grigio è coperto da nuvole frastagliate inframmezzate da venature di sereno, mentre una densa foschia impedisce una visione limpida della valle del Tanaro. Solo il silenzio è quello usuale, capace di rendere la ripresa delle attività giornaliere una manovra progressiva, naturale, priva di quegli scatti, di quelle accelerate isteriche della città. Ho necessità di acquistare alcuni generi alimentari ma sono momentaneamente senz’auto: poco male, ne approfitto per sgranchirmi le gambe pedalando. La salita che, attraverso due tornanti, mi conduce sul dorso di questo basso colle posto alle spalle della mia abitazione, è di quelle che, con un po’ di allenamento, si affrontano senza sforzo eccessivo. Ben più dura è l’altra di fronte: punta dritta verso la sommità del rilievo, come un righello d’asfalto che si impenna fra i vigneti, e non pago, sul finire, accentua la propria pendenza per infliggere il colpo di grazia. Ovviamente è frequentata esclusivamente da mezzi a motore, dal sottoscritto (solo se obbligato) e qualche raro camminatore.

Il mio sguardo può soffermarsi sul panorama che si svela una volta superato il pugno di case allineate su entrambi i lati della carreggiata. Fra curve e moderati dislivelli, i profili sinuosi delle colline incantano, mentre il senso di apertura spaziale è accentuato dalla posizione sopraelevata. Nelle giornate perfettamente limpide, tutt’altro che rare, la vista riesce a comprendere dettagli anche molto lontani e mi sorprendo sempre quando riconosco l’ennesimo, lontanissimo companile costruito su un cocuzzolo; tuttavia la visibilità oggi è limitata dalla foschia che, come un velo, si adagia sul territorio ondulato, segno riconoscibile  dell’autunno incipiente.

Inizia la discesa su una piana allungata e stretta, che poi si abbassa ulteriormente allargandosi. La mia destinazione, un paese di seimila anime, sorge su un’ampia gobba naturale del terreno. Invece di percorrere l’ingresso principale, seguo un cartello che indica un’area picnic collocata alle estreme propaggini dell’abitato, lì dove le costruzioni cedono improvvisamente il passo alle colture, e mi ritrovo in un reticolo di vie secondarie che non conosco. In giro non c’è quasi nessuno, avverto un senso di immobilità che ha il sapore di un risveglio sereno ed assonnato, mentre avanzo fra villette moderne e case antiche: le prime sono circondate da giardini ornamentali abbastanza ampi da riuscire a ospitare, in un caso, addirittura un pony; le seconde si affacciano lungo la strada una di fianco all’altra, con le semplici facciate dai colori un po’ smorti. Fazzoletti di prato superstiti si insinuano fra questi muri: hanno resistito fino ad oggi all’espansione edilizia, ma chissà per quanto ancora potrà essere così.

Dopo aver svoltato l’angolo riconosco la via centrale ed improvvisamente entro in contatto con la vivace vita di paese del primo mattino. I portici storici ospitano un brulichìo di persone che si affaccendano fra i negozi, con i bambini al seguito; mentre i dehors dei bar sono occupati da numerosi clienti che si godono gli ultimi tepori della stagione declinante. Istintivamente scendo dalla sella e, con la bici al seguito, mi metto anche io a passeggiare. Ed è proprio in quel momento che sopraggiunge l’illuminazione: mi accorgo di come il passaggio dal punto di partenza a quello di arrivo si sia svolto con estrema gradualità, grazie alla velocità ridotta dello spostamento. Il breve tratto percorso, consistente in poco più di 7 chilometri, è stato preparatorio. La lentezza ha restituito l’esatta proporzione degli eventi, i luoghi si sono avvicendati alla velocità adeguata affinchè io potessi osservarli pienamente e soprattutto viverli. A differenza delle altre occasioni, in cui sono arrivato in auto, questa volta non mi sono sentito affatto “trasferire” da un punto al successivo. Il risultato è che non ho percepito alcuno stacco ben definito, accompagnato da quella lieve sensazione di spaesamento iniziale a cui siamo assuefatti e che si manifesta sempre non appena, raggiunta la destinazione, scendiamo dalla macchina (voltiamo la testa a destra e sinistra, ci guardiamo intorno, con curiosità e magari anche con un lievissimo fremito d’ansia, o sbaglio?). Sono sicuro che chiunque stia leggendo sappia esattamente di cosa parlo, basta solo prestarci attenzione. Tutto è fluito senza soluzione di continuità, come all’interno di una scena di un film, come una semplice armonia.

Queste osservazioni mi inducono ad abbozzare un parallelo con la comunicazione odierna, molto virtuale grazie ai social networks, basata su un modello in cui i due dialoganti sono lontani. Meraviglia tecnologica che annulla la distanza, permette dialoghi scritti in tempo reale una volta impossibili. Eppure l’andamento di una discussione, fortemente influenzato dalla vicinanza fisica, da questa ne è in gran parte determinato, anche se non ce ne rendiamo quasi conto: perciò la distanza fra i due interlocutori gioca un ruolo fondamentale. Ma se questa si elimina, cosa resta esattamente? E come evolve quindi una discussione? Proprio come l’auto “annulla” il tratto percorso, indebolendo la nostra percezione dello stesso e quindi l’esperienza che ne deriva, allo stesso modo la comunicazione “sintentica” rimuove tutte quelle influenze fisiche che ne costituiscono, forse, addirittura la polpa. Dunque se da un lato la rende più semplice ed immediata, dall’altro la svuota smorzandone l’efficacia. Solo le banalità sopravvivono in un contesto, concettuale e materiale, così impoverito e verificarlo non è purtroppo difficile.

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Lunedì (odiavo quel giorno lì)

Gravina in Puglia, ripresa durante il mio ultimo cicloviaggio

Poco fa mentre preparavo la cena mi sono ricordato che domani è lunedì. Un pensiero del genere che una volta, alla domenica sera, si manifestava automaticamente con un tempismo perfetto, accompagnandosi ad un sospiro, ad un senso di costrizione e di inesorabilità, ormai non mi sfiora da alcuni mesi, precisamente quattro, dato che il 28 aprile è stato il mio ultimo giorno di ufficio. Mi sono reso conto che domani, per me, l’inicipit della settimana costituirà una data qualsiasi sul calendario, mentre per molti rappresenterà un lunedì anche peggiore dei soliti, per via del rientro dalle vacanze. Dopo la pausa estiva, dopo l’assaggino di libertà, ognuno tornerà al “proprio” dovere, accettato con un sospiro, un po’ di tensione e quel senso di ineluttabilità che chiude lo stomaco. Bisognerebbe che costoro iniziassero a domandarsi se valga di più approfondire il concetto di libertà, praticandolo un po’ di più, ovunque, sempre, oppure impegnarsi tanto per soddisfare un senso indotto del dovere, legittimato da una visione troppo ristretta dell’esistenza.

Due mesi fa, il 28 giugno, invece, ritornavo dal mio cicloviaggio nell’Italia del Sud. Oltre 3500 km masticati con lentezza esasperata, ma non esasperante, per andare alla scoperta di una piccola parte di mondo ricca di tesori che non conoscevo e riempire il più possibile la distanza crescente fra la mia nuova vita e quella precedente con fatti, cose, persone, osservazioni, sensazioni, esperienze; allontanandomi fisicamente, emotivamente, spiritualmente e mentalmente dalla megamacchina produttiva che, con la nostra sciocca complicità, determina così efficientemente le nostre vite, regolandole, relegandole, impostandole su binari prestabiliti e svuotandole della polpa: la curiosità, la scoperta, la passione, il tentativo, i desideri e l’autonomia, necessaria affinché possa iniziare il concepimento di tutto questo.

Ho passato l’ultimo mese abbondante lavorando sodo nella nuova casa. Mai avrei pensato di faticare tanto, fisicamente soprattutto, ma ogni compito l’ho portato a termine con grande soddisfazione. Sistemare il nascente frutteto rimuovendo, solo con l’aiuto di un paio di cesoie, gli alti arbusti che ormai circondavano fittamente gli alberi mi ha occupato per quasi due giorni interi, ma al termine, mentre contemplavo il risultato, mi sono reso conto di aver compiuto un passo verso la trasformazione di quell’area verde nel giardino che immagino, e mi sono accorto di come, combinando pratica e teoria, l’idea iniziale possa naturalmente evolversi. Mi sono dedicato alla costruzione di due librerie in legno, senza alcuna esperienza in merito, con risultati apprezzabili e divertendomi. Ho pitturato le scale esterne, inventandomi un’uscita alternativa dal primo piano, per lasciare il tempo che si asciugassero. Pulizie, ritocchi e vari acquisti, dato che l’appartamento è ancora piuttosto vuoto; la perlustrazione del territorio, dei servizi offerti, i primi contatti con le persone del luogo. Molte nuove idee, che mi terranno occupato senza dubbio per un bel po’. La prima notte non riuscivo ad addormentarmi: troppo silenzio forse, ogni rumore prodotto dai rami, dagli uccelli e dai piccoli roditori, mi giungeva vicinissimo, sembrava provenire dalla camera a fianco. Dovermi arrangiare e trovare soluzioni mi diverte, se il disagio causato dalla mancanza di qualcosa di utile non è eccessivo, e avere obiettivi risveglia, agisce da stimolo, specialmente se non si attende troppo prima di passare all’azione.

Questa caldissima e siccitosa estate sta giungendo al termine. Da domani gli uffici si ripopoleranno, le menti che si erano appena svagate, che avevano cominciato a nutrirsi inconsapevolmente di qualcos’altro, ad accorgersi della bellezza che le circonda, verranno ricondotte alla risoluzione dei compiti per cui sono state così bene istruite. Il caldo eccezionale, mitigato sulla costa dalla brezza di mare, verrà dimenticato del tutto grazie al condizionatore e sarà ridimensionato a notizia di secondo o terzo ordine in televisione, fino a quando una burrasca autunnale lo smorzerà definitivamente. Risolta momentaneamente una scocciatura, si inizierà a pensare ai regali di Natale già dalla fine di ottobre, alla settimana bianca con la neve sempre più artificiale, e a mitigare quella sensazione di chiusura allo stomaco della domenica sera con un bel brodino, o una tisana calda.

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#CiclogiroItalia2017 – 27/28 giugno: da Foggia a Torino

Dopo quasi una settimana di pausa forzata a causa di un fastidioso problema intestinale che sembra colpisca i viaggiatori, oppure chi si è esposto troppo al calore, o ancora chi mangia qualcosa che sarebbe stato molto meglio evitare (ed io sono riuscito a collocarmi, con un colpo da maestro, nel punto di convergenza di tutte e tre le possibilità), riparto ragionevolmente dubbioso sul mio stato di forma, ma soprattutto timoroso nei confronti del caldo eccessivo che, dopo avere messo in ginocchio l’intera Italia, sta continuando a crescere al Meridione, con temperature prossime ai 40°C e oltre. Viaggiare in simili condizioni, rimanendo per troppe ore sotto i raggi diretti del sole, è semplicemente brutto, spiacevole e richiede sacrificio ed energie a livelli spropositati. Tuttavia fra un percorso un po’ più fresco in salita per i massicci centrali e un altro pianeggiante nell’entroterra e poi lungo la costa, propendo per il secondo, almeno per questa prima tappa. Una volta in sella, comunque, avverto i primi, confortanti segnali positivi: nessun dolore proveniente dallo stomaco, gambe che girano fluide, riscontro le solite rassicuranti reazioni da parte della bicicletta che mi infondono fiducia.

La tappa non può che rivelarsi un lungo trasferimento che mi condurrà ad alcuni chilometri di distanza da Vasto, in una piccola località compresa ancora in Molise. Tuttavia il paesaggio, in parte celato, all’orizzonte, da una foschia che aiuta a comprendere visivamente il livello di evaporazione e conseguente stress idrico a cui sono sottoposti il suolo e la vegetazione, è molto piacevole, in particolare nel tratto in cui la statale affianca da un lato i laghi di Lesina e Varano, due pentoloni ribollenti all’estremità nord occidentale dello sperone d’Italia, il Gargano, e dall’altro la campagna lievemente collinare e ben coltivata, propaggine dei rilievi montuosi interni. In prossimità della carreggiata, si distendono uliveti e vigneti il cui verde acceso trasmette una sensazione di leggero refrigerio, ma è solo suggestione. La verità è che vengo continuamente raggiunto da refoli di aria calda, senza possibilità di alcun sollievo, che rendono la respirazione quasi difficoltosa.

Essendo una via di comunicazione molto frequentata dai mezzi pesanti, non manca la clientela per le numerose prostitute, che sbucano dalle strade laterali gesticolando e spendendosi in curiose segnalazioni per camionisti e non. Sembrano delle bagnanti perché sono in costume, si muovono con sicurezza nel tratto compreso fra la propria auto e la tipica sedia da bar, si “autopromuovono” senza pudore, inusuali piccole manager di se stesse, e pare che qui abbiano vita facile. La loro solerte volgarità non conosce limiti e raggiunge una dimensione inedita quando, ritrovandomi solo a transitare sotto un ponte, ad alta concentrazione di passeggiatrici, nella semioscurità per almeno una trentina di metri, al mio lento passaggio tutte orientano i culi verso di me, con un sincronismo perfetto. L’inaspettata scena, naturalmente, scorre al rallentatore nella mente, rivelandosi tremendamente comica. Potere della televisione e dei video musicali in particolare, ne sono persuaso: ha istruito proprio tutti su come trasformarsi in oggetto di marketing e merce da esposizione, anche chi pratica il mestiere più antico del mondo e che forse parte con un certo vantaggio.

Dopo una settantina di chilometri, finalmente costeggio il mare e beneficio di un po’ di brezza rinfrescante, dagli effetti comunque decisamente limitati. A Termoli un buontempone mi affianca sorridente sulla sua bicicletta a pedalata assistita, tentando di convincermi circa il potere vivificante, rigenerante e tonificante di un sole così forte, ma non credo di essere stato così bravo a dissimulare la mia totale contrarietà a tali assurde affermazioni (a meno che il DNA di molti come lui non contenga lunghe sequenze di origine rettiliana, chissà…). Il sole, comunque, è sempre quello, a scanso di equivoci, è l’atmosfera, quel sottilissimo strato sopra le nostre teste che ci garantisce la sopravvivenza e che trattiamo come una pattumiera, a contenere troppa anidride carbonica, che ne ha innalzato la capacità di trattenere il calore modificando, in conseguenza di ciò, il clima. Questa enorme “iniezione” di gas serra ha iniziato a verificarsi con la Rivoluzione Industriale ed è andata aumentando costantemente con l’incremento delle attività produttive, sostenuta dall’ideologia della crescita infinita, che esiste in matematica ma non nella realtà, quindi è opera dell’uomo. Questo avrei voluto dire al “pedalatore assistito”, ma non avevo energie in eccesso da spendere, anzi.

Alle 16.30 sto montando già la tenda nel campeggio di una piccola località al confine con l’Abruzzo. Dato che l’unico ristorante nei paraggi è quello del villaggio turistico e non ho intenzione di cedere all’odioso ricatto, per la cena cambio momentaneamente regione e, una volta terminata, torno in Molise. 107 km.

Nottata febbricitante in cui mi sono sentito nuovamente stanco e spossato, umidità e caldo alle stelle, zanzare che sono riuscite ad entrare in tenda approfittando di una mia visita notturna al bagno e mi hanno tormentato dalle cinque del mattino, impedendomi di dormire oltre. Rifletto dunque: il solleone a quanto pare mi ha assestato una nuova batosta, non sto così male ma non posso per nulla affermare di essere in forma; le temperature sono fuori da ogni scala, anche al Sud, per essere giugno e non sono compatibili con qualsiasi attività all’aperto; al Nord ha rinfrescato ma al prezzo di violenti nubifragi e, in alcune zone, con grandine grossa quasi quanto una pesca. Le speranze che l’andamento metereologico dell’estate 2017 possa inquadrarsi in un ritorno alla normalità climatica sono ridotte al lumicino: con la dipartita dell’anticiclone azzorriano, la cui azione mite ed equilibrata teneva al riparo dagli eccessi in un senso o nell’altro, specialmente l’area centro occidentale europea è diventata terra di conquista di masse d’aria calda e stabile d’origine sahariana alternate ad incursioni di aria relativamente molto più fresca dai quadranti settentrionali. Tuttavia, dato che il clima si sta surriscaldando, l’anticiclone africano è decisamente più persistente e prepotente del fresco il quale, comunque, quando giunge a contatto con la massa rovente preesistente, per il differenziale di temperatura agisce da detonatore di violentissimi fenomeni precipitativi. Ci troviamo di fronte a due facce della stessa medaglia in pratica, a condizioni opposte libere di manifestarsi a turno sullo stesso palco dato che l’Azzorriano, il vecchio padrone di casa delle belle estati di una volta, non torna più.

Acquisisco dunque la consapevolezza, mentre provo a cacciare le zanzare, che le previsioni per le prossime settimane non possono essermi favorevoli: o soffro il caldo sottoponendomi ad uno stress ingiustificato, oppure rischio vento, nubifragi e grandine. Prospettive poco allettanti, ma bisogna essere realisti: sperare nel giusto mezzo sarebbe da sciocco illuso, o da incosciente. Pazienza se qualcuno proverà a rassicurarmi annunciando la pioggia nei giorni a venire perché so che, molto probabilmente, questa verrà seguita da una nuova pulsazione calda. 

Decido dunque di interrompere qui il viaggio e di tornare a Torino in treno. La decisione inaspettatamente mi rasserena e lo considero un buon segnale. Alle 7 del mattino, a scelta compiuta, fa già caldissimo, non circola aria e l’afa rende ogni cosa appiccicosa. Smontare la tenda e fare colazione si riveleranno due fatiche: la prima perché sudo ad ogni movimento, la seconda a causa dello stomaco chiuso. Intorno alle 9, dopo pochi chilometri, raggiungo la stazione ferroviaria di Vasto-San Salvo. In biglietteria l’unico impiegato è una persona disponibile e metodica, che in breve costruisce l’elenco dei treni che dovrò cambiare per tornare a casa. Sono ben cinque: uno da dove mi trovo fino a Pescara, un altro fino ad Ancona, poi ancora per Bologna, per Milano ed infine per Torino.

Il paesaggio scorre veloce sotto i miei occhi. Provo un po’ di amarezza per la possibilità mancata di gustarmi ogni chilometro a passo di lumaca, è come quando qualcosa che hai desiderato a lungo ti viene strappata di mano prima ancora di averla afferrata saldamente. Il cielo scuro e tempestoso a nord di Rimini pare inghiottire nel buio della notte il convoglio che tocca i 150, mentre violenti scrosci d’acqua si abbattono sui finestrini e la temperatura esterna crolla fino ad appena 19°C. Scorgo la bella campagna flagellata dalle precipitazioni intense, la visibilità di poche decine di metri, il grigio che predomina, poi a seguire modesti sprazzi di sereno, con la luce che illumina le propaggini dell’Appennino tosco-emiliano, e i nuovi temporali che si organizzano all’orizzonte.

I 3539 chilometri percorsi in bicicletta hanno però lasciato un segno profondo. La soddisfazione che deriva dall’aver masticato senza alcun aiuto tutta quella strada è notevole. La lentezza ci restituisce tempo, spazio e dimensione di cose, fatti ed avvenimenti, elemento da non sottovalutare neanche per un istante perché il sale della vita risiede lì, non è neanche nascosto, ma richiede di rallentare sostanziosamente per essere raggiunto. I luoghi visitati degni di imperitura memoria sono stati innumerevoli. Gli incontri si sono rivelati istruttivi, divertenti e pacifici. L’Italia del Sud è tutto meno che un corpo agonizzante prossimo alla fine e, pur fra i mille problemi che la zavorrano provocando sofferenze e rassegnazione, conserva dosi di vitalità e umanità che, specialmente nelle grandi città del Nord, rappresentano una preziosa rarità. 

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#CiclogiroItalia2017 – 17/20 giugno: da Lecce a Foggia

Prima di congedarmi da Lecce, visito ancora l’interno del Duomo e l’elegante cripta sotterranea. Questa è sorretta da ben 94 colonne i cui capitelli differiscono tutti gli uni dagli altri. Oltre a rappresentare un luogo di preghiera, contiene anche i sepolcri di defunti appartenuti alle famiglie nobiliari. Negli ultimi anni è stata interessata da accurati lavori di restauro durante i quali sono stati scoperti ulteriori locali collocati ad un livello ancora più basso in cui i corpi dei defunti venivano lasciati decomporre, come testimoniato dalla presenza dei canali di scolo e pozzetti per la raccolta dei fluidi corporei e di numerosi resti di ossa umane.
Il tratto di campagna che attraverso mentre raggiungo la costa è interessato da numerosi roghi, che coinvolgono la vegetazione ai margini della strada, piccoli lotti di terra e anche terreni agricoli. Le loro cause sono molteplici ma tutte riconducibili alle attività umane: dal lancio di mozziconi di sigarette accesi alla pratica scorretta di bruciare così i rifiuti di qualsiasi genere. Sulla vicina costa non va meglio, caratterizzata da una serie di villaggi sgraziati in cui almeno la metà delle case sarà stata costruita abusivamente e dall’odore acre dei roghi che si sente nell’aria.

La situazione migliora rapidamente, però, mentre mi approssimo a Brindisi. Scompaiono i segni di degrado ed entrano in scena estesi vigneti, fra i più grandi visti finora, che si alternano con i campi, tuttavia la fascia costiera è occupata da uno stabilimento Enel.

Su Brindisi, che apprezzo da subito soprattutto per l’atmosfera quieta e un po’ incantata, l’affaccio piacevolissimo sul porto naturale, il lungo viale alberato che conduce al mare e le colonne romane ritenute in passato terminali della via Appia, lascio che a esprimersi siano le parole perfette tratte da un’opera dello storico dell’arte Cesare Brandi, lette da un’incisione collocata nel centro della città: “La bellezza di Brindisi non è travolgente, e più che di bellezza bisogna parlare di attrattiva; ma il piano stesso della città, con la sua lunga strada alberata, e lo sbocco su un mare dolcissimo, permette di assaporare via via per quel che vale, e vale parecchio, la luce candida che dardeggia la città da ogni lato. Sarà stata la primavera, l’aria lavata dalle piogge recenti, il sole che non acceca come d’estate: ma in quella luce sembrava di trovarsi entro pareti di cristallo, nella lanterna d’un faro.” 

Il tratto di costa successivo affianca la riserva naturale di Torre Guerceto e, potendo finalmente ammirare una vegetazione più folta e in salute, senza segni di degrado, erosione, con alberi dalle chiome alte e rigogliose (la Puglia finora si è dimostrata essere la regione con la superficie boschiva di gran lunga meno estesa fra quelle incontrate), mi rendo conto di come la qualità del paesaggio sia strettamente condizionata dalle attività umane. Troppo spesso si ritiene irresponsabilmente che l’aridita’ di un luogo, e conseguentemente la sua povertà, dipenda da cause climatiche, ma ci si dimentica che fra disboscamenti, pascoli, sfruttamento eccessivo della terra si può trasformare una zona ricca e varia in una landa desolata e improduttiva (escludendo la cementificazione che distrugge direttamente il suolo). Questa area protetta, invece, è un giardino ben conservato di intatta bellezza, che si presenta in salute perché bene amministrata e gestita, l’esatto opposto di quanto ho osservato alcune decine di chilometri addietro, anche se c’è contiguità, medesime condizioni climatiche e potenzialità. Lo stress a cui è sottoposto il territorio, quindi, è innanzitutto quello derivante da attività umane impattanti e scriteriate, solo in seconda misura si possono considerare le varie condizioni climatiche e ambientali che ne facilitano o meno la rigenerazione.

Dopo 86 km mi fermo in località Specchiello.

Notte molto ventosa che ha spazzato via la cappa africana, restituendo un cielo terso e contrasti cromatici netti, ma le raffiche continueranno forti per tutto il giorno, dimezzando quasi la velocità della mia andatura. Il falsopiano su cui mi muovo è ricoperto in ogni direzione da uliveti. Buona parte degli esemplari ha una stazza importante, alcuni un diametro talmente grosso che per cingere il tronco servirebbero tre persone; ma ancora di più rimango impressionato dalla forte nodosità della corteccia, dall’aspetto contorto e intrecciato, filamentoso, del fusto, sul quale sono scavati buchi e cavità. Sembrano grosse interiora attorcigliate e fossilizzate, oppure mostruosi corpi alieni aggrovigliati e addormentati.

Ostuni è una scultura di ghiaccio che si innalza fra il verde diffuso delle chiome degli ulivi. Le sue case bianchissime riflettono la luce del sole accecandomi e la calce ricopre quasi tutto come uno strato di glassa che è stato spalmato su ogni superficie di edifici, mura, scalinate, archi e rocce. Riunisce in sé i tratti marcati dell’insediamento primitivo pugliese denso di abitazioni addossate l’una sull’altra, con vicoli e cunicoli; del borgo medievale fortificato, con archi, torrette, mura e la cui posizione rialzata regala scorci notevoli verso un mare limpido e una verde pianura; del centro nobiliare decorato in stile barocco e rococò, con soluzioni raffinate ed eleganti ed infine dell’espansione ottocentesca, con piazze e strade più grandi, luminose e “importanti”. Passeggiare per le vie ombrose e fresche, spazzate da questo vento balcanico che giunge qui dopo aver messo in agitazione il mare e di cui ne trasporta l’odore, in una luminosissima giornata di metà giugno, è una esperienza davvero piacevole.

Torno sulla litoranea, che coincide con l’Appia Antica, poi seguo la diramazione segnalata come provinciale 90 e mi trovo a ridosso della riva. Il mare è molto agitato e gli schizzi dei cavalloni che si infrangono su rocce e scogli mi raggiungono frequentemente mentre pedalo. Il vento forte mi ha rallentato parecchio oggi e non è possibile superare i 10 km/h. Tempo avverso per turismo e operatori del settore, con le acque che raggiungono gli ombrelloni erodendo la coltre sabbiosa delle spiagge. Con Egnazia, antica città messapica e romana, affiancata da un’area archeologica, termina ufficialmente il Salento. 

Dopo soli 58 km mi fermo per la notte. Mi sento improvvisamente molto stanco ma, ignaro, attribuisco questo brusco e sospetto calo verticale allo sforzo prolungato dell’odierna pedalata controvento. Quando mi corico dopo la cena, però, sono in preda a tremori e un senso di spossatezza che, per il momento, verranno superati con una buona dormita.

Monopoli mi piace da subito e molto, con quel dedalo di stradine aggrovigliate che, attraverso la vecchia porta romana, conducono allo splendido bacino naturale protetto dai venti su cui sorge il Porto Vecchio, il centro d’irraggiamento da cui cominciò l’espansione della città messapica durante il V secolo a.C. Durante il periodo romano la città si doto’ di torri e corpi di guardia che, assieme alle mura messapiche, furono inglobate nel Castello Carlo V, costituito nel XVI secolo durante la dominazione spagnola in località Punta Penna, a nord del centro storico.

Di Polignano individuo due volti, molto diversi l’uno dall’altro: il primo che incontro, provenendo da sud, corrisponde ad un fitto reticolo di dritte vie ortogonali ma ondulate, piuttosto esteso e via via più piacevole e interessante con il progredire verso l’interno, il secondo è rappresentato dal borgo fortificato, arroccato spettacolarmente sul mare, nel punto in cui le rocce su cui sorgono le abitazioni formano uno strapiombo verticale, una parete che contiene grotte e cavità naturali. Il mare ancora abbastanza agitato, scontrandosi contro quella parete inespugnabile, genera fragorose esplosioni di schiuma. 

A nord di Polignano, invece, la ben conservata campagna, nel tratto più prossimo alla costa, ospita una grande quantità di costruzioni in pietra che mi sembra costituiscano l’incrocio fra il trullo e la casedda. Sorgono sparpagliate in modo tale che ad ognuna sia assegnato un lotto di terra fertile. Intuisco allora quanto il trullo tipico, quello di Alberobello per intenderci, sia solo una sorta di fotogramma “congelato” del film sull’evoluzione di questa struttura, che invece poteva variare continuamente in base all’uso, alle necessità e alla zona, ibridandosi, se necessario, con tipologie diverse di costruzioni e modellandosi sull’uso vivo che se ne faceva. 

Le mie condizioni fisiche, intanto, tornano a peggiorare e, quando raggiungo Bari, la visito in modo affrettato. La città medievale, comunque, sembra decisamente interessante ma anche quella relativa allo sviluppo ottocentesco non delude. Dopo 81 km arrivo a Giovinazzo e ho fretta di sistemarmi in un campeggio che, come scoprirò con estremo disappunto il giorno dopo, è privo di alberi, e quindi ombra, su un gran numero di piazzole: alle ore 6:45 del 20 giugno la tenda è già surriscaldata per via dell’effetto diretto dei raggi solari e non posso più dormire.

Le difficoltà che incontro a fare colazione, nonostante ieri non abbia neanche cenato, chiariscono inequivocabilmente che ho dei problemi allo stomaco, uniti al senso di spossatezza, alla nausea e alla febbricitante stanchezza che mi pervadono. In più è tornato il caldo forte e sembra ancora maggiore dell’ondata precedente. L’obiettivo è raggiungere Foggia dove andare a trovare dei parenti e riposare un po’, ma questa traversata mi costerà cara perché, dei 109 km percorsi in data 20 giugno, almeno la metà sono collocati nell’entroterra infuocato e assolato. Ogni fontana quindi mi dà la possibilità di rinfrescarmi e bagnare completamente la testa e il cappello, che diventa un refrigeratore per tutto il tempo in cui resta umido; ogni albero mi offre l’occasione per una pausa all’ombra della durata di qualche minuto durante la quale smaltisco parte del calore accumulato. Fino alla meta finale, raggiunta con una prova di caparbietà e ostinazione che spero di non avere più necessità di ripetere per molto tempo ancora e che non auguro a nessuno di dover dimostrare…

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