Lavori nel noccioleto

Ramo spezzato dalle intemperie e da me ripulito prima di essere suddiviso in parti più piccole

Ancora lavori nel noccioleto, dopo la rimozione delle erbacce e degli arbusti affrontata la settimana scorsa: recupero in tutta l’area i rami spezzati e li preparo per essere tagliati con la motosega, ripulendoli dalle foglie e dalle diramazioni più piccole e conservando solo le parti con il diametro maggiore. Nel silenzio del boschetto tira un venticello assai gradevole che, insieme all’ombra, attutisce la calura pomeridiana. Un lavoro abbastanza faticoso ma che si rivela, svolto in simili condizioni, molto piacevole e rilassante fino a quando non cominciano a ronzarmi attorno gli aeroplani della Luftwaffe, le zanzare. Resisto portando a termine il compito che mi sono dato e finalmente accendo la motosega nuova (la prima che possiedo e uso), ma scopro che la catena non avanza, anche se il motore da 38cc canta salendo allegramente di giri ogni volta che sfioro con il dito la leva dell’acceleratore: non riesco infatti a sbloccare il freno di sicurezza anche se apparentemente è disinserito. Dovrò smontarla e forse portarla in assistenza, in caso non riuscissi a risolvere da solo. Peccato, avevo proprio voglia di affettare quei tronchetti preparati con cura sotto i bombardieri della Luftwaffe.
Ho ancora tempo per bagnare i giovani alberi da frutto, alcuni dei quali sembra che abbiano inserito il turbo nella crescita, e sto per recarmi dal piccolo noce spontaneo quando mi accorgo del “crollo”. Il noce è nato in un angolo che frequento poco, una strettoia fra la mia proprietà e quella del vicino ed è riuscito a svilupparsi su un accumulo di ciottoli di fiume accatastati in quel punto dai precedenti proprietari, all’ombra di un poderoso fico dalla chioma foltissima. Considero questa nascita una sorta di miracolo date le condizioni di partenza ostili: infatti il piccolo fusto del noce ha un andamento, nella parte inferiore, a zigzag. Il crollo di cui ho accennato è relativo alla caduta di due grossi rami del fico proprio in prossimità della giovanissima pianta. Quando me ne accorgo temo il peggio. Con grande fatica, allora, trascino via da lì i due rami, pieni di foglie ancora verdi e di piccoli frutti; sono davvero pesanti e tuttavia li colloco in un punto più in alto del campo, dove potrò sottoporli alla successiva fase di “pulizia”. Poi, preoccupato, mi avvicino alla zona interessata dal “sisma”: grosse foglie sparse ovunque e rametti spezzati, ma lui è ancora lì, piegato come un arco ma non rotto. Lo aiuto a raddrizzarsi allontanando le pietre a cui basterebbe un piccolo spostamento per schiacciarlo e gli dò una bella innaffiata, in attesa dell’autunno, quando cambierò la sua collocazione. Avrei voluto fotografarlo, ma la stanchezza improvvisamente sopraggiunta mi ha distolto dal proposito.

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Ciclogita: Roero meridionale, Langhe, Alta Langa

Escludendo un pomeriggio trascorso in sella poche settimane fa, la data del 4 luglio ha segnato la mia prima vera uscita stagionale in bicicletta. Non credo che mi sia mai capitato negli ultimi dieci anni di inaugurare la stagione ciclistica così in ritardo: ma le priorità possono variare e a ciò può aggiungersi una certa inerzia, alimentata dal “letargo” invernale, che mi ha lasciato in dote anche qualche chilo di troppo. Non si è trattato neppure di una gita programmata, quanto piuttosto di un’occasione sfruttata al volo nella prima giornata limpida e finalmente gradevole successiva ad una fase di caldo afoso ed opprimente, ridimensionatasi in seguito all’intenso temporale della notte appena trascorsa. Prima di allontanarmi quando ormai sono le dieci e trenta, con una breve perlustrazione nel noccioleto mi sincero delle condizioni delle piante, tutto sommato buone nonostante alcuni rami spezzati: temevo peggio considerando la violenza delle raffiche di vento che per quasi un’ora, stanotte, hanno strapazzato senza sosta le folte chiome.

Casa mia si trova in una valletta a forma di anfiteatro, circondata su tre lati da colline di altitudine modesta e aperta lungo il quarto, in direzione della val Tanaro: dunque l’unico modo per raggiungere qualsiasi altro luogo consiste, innanzitutto, nell’affrontare quei rilievi che la incorniciano percorrendo una fra le strette e ripide strade dirette verso il centro di Govone. Mi è già capitato più volte di sorprendere la mia mente che, spaventata ed in assoluta autonomia, ribellandosi alla prospettiva dell’ennesima fatica tenta rapidamente di scoprire un’alternativa più comoda al fine di propormela: ma questa purtroppo non esiste e scendere al livello del Tanaro, dal quarto lato aperto per intenderci, con lo scopo di guadarlo non è una possibilità realistica. L’unico modo per lasciare l’imbuto tappezzato di vigneti e noccioleti consiste nel risalirlo. E’ così che, mentre sono impegnato a spingere sui pedali e sto versando le prime, copiose gocce di sudore, il castello appartenuto ai Savoia, svettante lassù in cima con i suoi colori chiari e la forma squadrata ed elegante, pare osservarmi divertito con composta ironia.

I cinque chilometri successivi sulla provinciale per Priocca si susseguono facili, panoramici e divertenti, con un’alternanza di curve e variazioni contenute di altitudine; ma mentre percorro la lunga e leggera discesa per il paese, inizio ad avvertire uno strano indurimento nel manubrio che, divenuto improvvisamente “legnoso”, risponde con eccessiva lentezza alle piccole variazioni di direzione che imprimo. Accosto e scopro con sorpresa di aver forato la ruota anteriore. Una grossa spina triangolare si è conficcata nel copertoncino, un po’ a lato, dove è più tenero e vulnerabile. Sostituisco la camera d’aria con quella di riserva, l’unica che mi sono portato, fatto che mi lascerà in leggera apprensione per l’intera tappa, e riparto dopo aver speso un quarto d’ora nella riparazione, con un umore addirittura ravvivato dalle due piccole prove affrontate a distanza ravvicinata.

L’ampia facciata del castello di Magliano Alfieri, svettante sulla sommità del colle alto 328 metri, domina la sottostante val Tanaro ed è facilmente riconoscibile anche da lontano. Mi ricorda un po’, per via delle dimensioni e per il senso di solidità che trasmette, la fronte spaziosa di un militare che fissa fieramente un punto lontano all’orizzonte. Il sontuoso ingresso ad arco, quello principale, è però situato sul lato opposto, rivolto al paese. Trovandomi al suo cospetto ripenso al fatto che il maniero negli anni ’60 divenne un condominio popolare, in totale spregio del suo valore storico ed architettonico, ed il tentativo di recupero, iniziato alcune decine di anni fa per riportarlo agli antichi splendori, non si è ancora concluso completamente. Dall’ampia terrazza panoramica, da cui con un solo sguardo si abbraccia una vasta porzione delle Langhe con le Alpi sud occidentali sulle sfondo, osservo la prossima meta, la cittadina di Alba, bagnata dal fiume Tanaro con le sue tipiche anse. Nelle immediate vicinanze, alcuni cespugli fioriti di lavanda profumano delicatamente l’aria.

La durata della mia permanenza ad Alba è limitata al tempo necessario per assaporare in un bar, accompagnandola con alcuni cubetti di ghiaccio ed una fetta di limone, la bevanda energetica per eccellenza, la Coca Cola, il cui impiego in ambiti diversi da quello sportivo dovrebbe essere impedito per la quantità veramente eccessiva di zucchero che contiene. Con la sete che ho sviluppato la trangugio con avidità ed un certo piacere pregustandomi il contraccolpo energetico imminente, mentre il barista mi informa che, data l’ora, il negozio di bici in cui avrei voluto acquistare un paio di camere d’aria è ormai chiuso e riaprirà soltanto nel pomeriggio. Attraverso rapidamente il compatto centro storico, la cui indiscutibile attrattività è un’eredità dell’impianto medioevale sopravvissuto fino ad oggi, raccolto ed articolato, anche se alcuni innesti moderni costituiti da sgraziati, banali e spigolosi condomini provocano amari sussulti in tutti coloro che, durante la passeggiata, non si limitano ad osservare esclusivamente le vetrine curate dei negozi o a fissare lo schermino dello smarpthone.

Non mi rimane altro che fiondarmi sul lungo rettilineo in leggera pendenza positiva che, lasciando alle spalle i portici di Piazza Ferrero, si dirige deciso verso i rilievi collinari delle Langhe. Dal bivio per Rodello inizia la salita vera, sotto il sole intenso di metà giornata, senza la minima ombra a protezione della carreggiata. Intorno è un tripudio di vigneti ordinati, lineari,  geometrici, che osservo da innumerevoli punti di vista, inframmezzati da noccioleti e qualche basso albero da frutto, mentre la provinciale si inerpica sinuosa e mai monotona fino ai 537 metri del paese. Proseguo però verso i 560 metri di Montelupo Albese nei cui dintorni, secondo la narrazione popolare espressa tramite i moderni murales dipinti sulle facciate di numerose case, un tempo si aggirava il lupo. Mi riesce tuttavia difficile immaginare un simile animale mentre vaga fra queste colline, che oggi appaiono così antropizzate e rassicuranti, con filari di viti così estesi ed onnipresenti da avere annientato completamente il senso del mistero, della curiosità di scoprire cosa possa esserci al di là di una curva o nell’oscurità di un bosco. Ed è per questo che, nonostante Montelupo sia proprio carina, con tanti begli edifici ben restaurati, le stradine pulite e la centrale Piazza Castello che termina su un ampio terrazzo pubblico da cui si può ammirare il paesaggio circostante, torno in sella con l’obiettivo di proseguire per toccare finalmente una quota più elevata e meno adatta alla coltura della vite.

Entro allora nel territorio denominato Alta Langa, per via dell’altitudine raggiunta da colline che sfiorano gli 800 metri. Qui l’aria è più fine ed il vento spira fresco, con intensità neanche tanto moderata. Una peculiarità di tale area è che la strada viaggia spesso sul dorso dei rilievi, offrendo un panorama davvero ampio in ogni direzione e, allo stesso tempo, trasmettendomi la particolarissima sensazione di trovarmi sulla vetta del mondo. Percezione amplificata dalle praterie in pendenza che ricordano pascoli alpini e dalla presenza di numerosi esemplari di conifere. Da queste parti si producono ottimi formaggi e non è raro vedere pecore, capre e mucche che brucano l’erba: pedalo su alture delimitate dalle valli Tanaro e Bormida. Superate Pedaggera e l’interessante Serravalle, dopo 51 chilometri entro in Bossolasco, obiettivo odierno.

Bossolasco, nonostante non sia appetibile dal turismo di massa allo stesso livello delle altre mete langarole più blasonate ed accessibili, probabilmente a causa della posizione appartata e della quota relativamente elevata, ha un centro storico davvero attraente e caratteristico, in leggera salita e spalmato in lunghezza su un crinale, in cui è possibile contemplare una mescolanza armoniosa di edifici di pregio, tra cui alcune abitazioni signorili ed un piccolo maniero, e le più semplici case in pietra tipiche dei climi alpini o pre-alpini. L’omogeneità, se non totalmente nello stile, si esprime nell’altezza delle costruzioni, che in genere non superano mai i due livelli e sorgono allineate, l’una accanto all’altra per evitare il più possibile la dispersione del calore durante i freddi inverni di una volta, lungo la strada principale, lastricata nella porzione più elevata del borgo, la più suggestiva. A fianco di ogni porta d’ingresso sono state piantate delle rose che, con gli anni, si sono sviluppate fino a coprire parzialmente le graziose facciate e, qua e là, compaiono alcune curiose realizzazioni che riproducono figure antropomorfe, riprese in situazioni diverse, comuni o surreali, che vanno dalla sobria degustazione di un bicchiere di vino nei pressi di un tavolino all’ombra di un albero, all’abbandono di ogni freno inibitorio che spinge addirittura ad un tuffo a capofitto in una botte in legno, per ingurgitare avidamente fino all’ultima goccia della bevanda tanto amata. La salubrità dell’aria e la dolcezza di un paesaggio composto da boschi e praterie rendono oggi Bossolasco una meta particolarmente apprezzata dagli anziani, ma nel dopoguerra fu frequentata da personaggi italiani di spicco, a partire da scrittori come Italo Calvino, Giuseppe Ungaretti, Carlo Levi e Beppe Fenoglio, passando da industriali come Gianni Agnelli e Michele Ferrero, e per finire con addirittura due Presidenti della Repubblica: Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat.

Dopo 51 chilometri e la seconda Coca Cola con solo limone della giornata (senza ghiaccio perché la barista mi ha caldamente invitato a non aggiungerlo alla bevanda, già molto fredda a suo dire) inverto la rotta e ritorno sui miei passi. Questo fino a Pedaggera dove, per non dover ripetere interamente il percorso dell’andata, al bivio svolto a sinistra verso Sinio: si rivelerà una scelta fortunata in quanto, anche se la quota è nuovamente compatibile con la coltura intensiva della vite, coincidenza che non mi entusiasma, la varietà espressa dal paesaggio in questa valle laterale, che contempla addirittura alcune pareti verticali d’argilla chiamate rocche, e l’andamento allegro della strada che si inabissa ripida al suo interno, fra curve, dossi e controcurve, rendono decisamente apprezzabile questo tratto per me ancora sconosciuto. Dal fondovalle contemplo verso l’alto due castelli , molto piacevoli e in ottime condizioni: uno è probabilmente quello di Serralunga d’Alba, eretto sul cocuzzolo di una collina alla mia sinistra, mentre il secondo è quello di Grinzane Cavour, sulla destra e più in basso.

Ritorno ad Alba varcando stavolta l’ingresso occidentale, dove sorge una estesa periferia che, inizialmente, presenta una densità abitativa contenuta: fra le case si insinuano ancora ampi lembi di terra coltivata. Eppure le strade, le rotonde, i semafori hanno modificato irreparabilmente il territorio, cancellandone l’anima rurale. Il traffico composto da mezzi di ogni tipo e taglia è intenso. Avanzando, mi avvicino lentamente al grandioso stabilimento dolciario della Ferrero mentre la distanza fra le costruzioni si riduce progressivamente fino ad annullarsi: sono tornato nel pieno del trambusto tecno-industriale, segno distintivo e molesto della nostra civiltà iperattiva, che non conosce sosta per riposare, nè ozio per riflettere. E’ svanita completamente l’atmosfera placida che ho respirato fra le colline, che si accompagna alla sensazione fasulla di fissità in cui tutto appare immobile, ma in realtà è in continua e lenta evoluzione secondo i ritmi naturali. Le palazzine che mi circondano presentano un’altezza limitata, generalmente sui tre o quattro piani, anche se relativamente recenti. Questa è una caratteristica positiva riscontrabile ovunque nella città di Alba, dove infatti mancano i grossi condomini che hanno deturpato l’aspetto di troppi centri italiani. Ma ormai ho compreso che prima o poi tutte le barriere crollano, e lo stesso vale per i tabù ed il buon senso, sotto la spinta inesorabile del “progresso” e degli affari, e non appena termino la considerazione sul limitato sviluppo verticale degli edifici, subisco la smentita. Secca, palese, inequivocabile ma che non mi sorprende. Eccole lì svettare, quelle alte gru assemblate su uno dei rimanenti fazzoletti di terra strappati per sempre alla campagna, violati irrimediabilmente dall’intrusione delle fondamenta di cemento di quei nuovi, mostruosi condomini dalle volumetrie esagerate e dalle forme grottesche, che superano di slancio in altezza tutti gli altri.

Pedalo per 15 chilometri ancora prima di tornare nel mio anfiteatro naturale, con la tranquillità esteriore di chi ha compreso, accettato, ma non si è rassegnato.

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Interessante

Ora 21 circa, 26 giugno 2018. Luna piena sullo sfondo e “isola ecologica” in primo piano

La pendenza, sensibile ma non eccessiva, mi rallenta ogni volta che mi muovo lungo una direzione diversa da quella idealmente tracciata dal profilo isometrico del modesto rilievo collinare su cui si distende il campo. Avanzo adagio dunque, con lo sguardo rivolto alla terra, finalmente morbida e umida dopo le generose precipitazioni primaverili e che, come un malato in via di guarigione, mostra, ogni giorno che passa, i segnali di una salute in recupero. Il vecchio vigneto non c’è più da tempo ed il suolo è finalmente libero di esprimere le proprie potenzialità, a lungo castigate nei limiti ristretti della monocoltura; grazie anche al mio intervento che si affianca al naturale progredire, può arricchirsi di una certa varietà vegetale: gli alberi, da frutto e ornamentali, che ho piantato sono solo l’inizio di quello che si delinea sempre più come un esperimento colturale e culturale.

Ho affrontato i primi lavori con un approccio disciplinato, scavando buche adeguatamente distanziate lungo brevi filari ordinati, ma ben presto ho scoperto i limiti estetici e funzionali di questa modalità. Molto meglio donare varietà ed una certa irregolarità alla disposizione delle piante: la monotonìa è tipica dei processi produttivi industriali ma non della vita e della sua sorprendente multiformità. Quattro pini di due specie diverse, disposti a rombo lungo un pendio più accentuato; poi un salice piangente in un tratto pianeggiante; poco distante un cespuglio di mirtilli; due cipressi ancora giovani che un giorno svetteranno fra gli altri alberi da frutto ed, infine, l’eresia: un paio di “nicchie ecologiche”, come le chiamo io, ossia alcuni metri quadri di terra che non non taglio da mesi, su cui non intervengo in alcun modo, e che si confermano essere la porzione più suggestiva del lotto, almeno secondo la mia preferenza. In quei regni naturali d’anarchia crescono spighe che adesso, a giugno inoltrato, sono diventate gialle e si alternano con arbusti dai fiori viola che contrastano meravigliosamente. Sotto quel manto alto almeno mezzo metro che flette sotto lo sferzare del vento proveniente dall’ampia valle sottostante è un brulicare di vita che prospera grazie all’umidità rimasta intrappolata e alla densità biologica che vi regna.

Passeggio, mi fermo, osservo, rifletto, assaporo il profumo dell’erba, mi gusto la brezza rinfrescante di questa sera di fine giugno (finalmente un mese estivo climaticamente accettabile). Non ho alcuna fretta di tornare in casa anzi, sto bene qui e sarei tentato di montare la tenda per la notte. Rispetto agli inizi, questa porzione di terra offre adesso innumerevoli angoli interessanti: dai vecchi alberi rugosi ai nuovi che si irrobustiscono ogni mese di più, dai cespugli a cui ho risparmiato la tosatura agli arbusti di lavanda e camomilla, ai fiori dai colori accesi, alle concavità e convessità del suolo, alle tinte vivaci e mutevoli, per finire con le innumerevoli nicchie naturali che si stanno sviluppando autonomamente, appena addomesticate dal mio intervento, che non vuole essere dispotico. Quel che vedo è interessante, proprio così: perché non uniformato, non normalizzato, stimolante, diverso ad ogni passo, ricco. Viviamo (vivete) in ambienti tutt’altro che attraenti, artificiali, standardizzati, costruiti secondo la logica della tecnica, della produzione e di un fine (preferibilmente commerciale): ogni cosa deve avere uno scopo all’interno del sistema che ci siamo costruiti. Logico che l’interesse e la curiosità naturali, che si manifestano in ognuno di noi (nessuno nasce stupido, credo), vengano dirottati su qualcosa costruito artificiosamente allo scopo di appagare tali impulsi (dietro pagamento di una somma di denaro, molto poco naturalmente). Le periferie delle città sono luoghi orribili perché lineari e poco interessanti: non c’è da stupirsi che siano proliferate nel secondo dopoguerra, durante il boom economico e l’affermarsi della tecnica. Nè bisogna sorprendersi che i loro abitanti cerchino stimoli dove non dovrebbero, dalle droghe ai ben più dannosi supermercati (ah ah ah). I centri storici cittadini, invece, con il loro andamento tortuoso, la densità abitativa, la tendenza al ricamo minuzioso degli stili architettonici, sono interessanti, come una natural lasciata quasi del tutto libera: è bello passeggiarvi, ci si si sente più vivi perché stimolati intellettualmente da ciò che scorre lentamente davanti agli occhi, ad ogni metro.

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Vivere senza denaro, un esperimento di Mark Boyle

Mark Boyle è un giovane irlandese nato nel 1979, laureato in economia, che a partire dal 2008 ha tentato l’esperimento radicale di vivere per due anni e mezzo senza ricorrere al denaro, traendone profonde riflessioni riferite in due libri, “L’uomo senza soldi” e “Vivere senza denaro”. Questo articolo si riferisce in particolare al secondo, edito nel 2012 ma tradotto e pubblicato in Italia soltanto nel 2017: un segno del fatto che, nonostante la lentezza che contraddistingue il nostro Paese, spesso oggetto di critica e tuttavia, con ogni probabilità, significativa espressione della nostra peculiarità culturale, anche da noi l’interesse per certi argomenti prosegue sulla via di un lento ma continuo processo di maturazione.

Il suo viaggio, che l’ha condotto da un estremo all’altro, gli ha consentito di provare entrambe le prospettive: quella del consumatore in cui quasi tutti fra noi possono rispecchiarsi e quella dell’individuo in cerca di autenticità, che riesce a fare a meno del denaro per procurarsi i beni di prima necessità senza rinunciare a qualche extra legato alla sfera dei legittimi piaceri. Un tentativo di evasione e di esplorazione di un nuovo territorio non geografico ma esistenziale, che gli ha permesso di svestire i panni dello spettatore passivo all’interno di una esistenza in cui tutto è stato già predisposto, deciso e pianificato da altri, e indossare quelli dell’uomo che crea, coinvolto attivamente e perciò autore del proprio cammino. Per questo motivo lo definisco un moderno pioniere che, armato di curiosità e coraggio, ha oltrepassato i confini della società moderna declinante, contraddistinta dalla totale subordinazione dell’essere umano ai valori mercantili e dal suo allontanamento definitivo dall’ambiente naturale di cui è tuttavia parte e che a sua volta è minacciato nella sua integrità dallo sfruttamento forsennato delle risorse.

Per molti può non essere affatto chiaro il motivo per cui l’economia monetaria, che si è involuta dal ruolo di strumento a servizio del benessere materiale a quello di tiranno delle nostre vite, vada abbandonata o profondamente modificata, ed è difficile affrontare una spiegazione esaustiva. Tutte le cause che dovrebbero motivarci risultano interconnesse e ognuna di queste costituisce un aspetto del medesimo problema, che può forse riassumersi nel concetto sostenuto dall’autore secondo cui “grazie” all’importanza abnorme che associamo al denaro, ci siamo convinti di essere individui separati da tutto il resto, abbiamo rotto i legami profondi che ci connettono gli uni agli altri così come alla natura, e riteniamo con superbia di poter ottenere tutto ciò che ci serve (come se sapessimo veramente in cosa consista…) in cambio di una certa somma. Usando una espressione ricorrente dell’autore, abbiamo deciso di seguire e nutrire esclusivamente il nostro egocentrico senso di sé, l’ego appunto, dimenticandoci completamente del sé olistico, che si accompagna invece ad una visione interconnessa dell’esistenza di gran lunga più estesa ed omnicomprensiva. L’economia monetaria appaga l’ego a discapito di tutto il resto, promuovendo così la competizione fra individui, abolendo la cooperazione e distruggendo progressivamente tutto ciò che sostiene la vita (che siano risorse naturali oppure i legami interpersonali disinteressati e fondati sul concetto di gratuità e dono), condannando perciò alla morte, al termine della parabola, anche il sé individuale.

Per uscire dalla crisi, il segreto risiede nella capacità di percepirsi come parte del tutto e non più esclusivamente come un’entità separata, praticamente aliena ed in competizione perpetua; grazie a tale consapevolezza, agire in base al proprio interesse e prendersi cura di sé assumerà una dimensione più ampia e significherà anche salvaguardare l’ambiente naturale che ci fornisce ossigeno, cibo e tutti gli elementi fisici che ci permettono di vivere.  I motivi che hanno condotto Mark ad intraprendere un’avventura rivelatasi ricca di sorprese si concretizzano infatti in un bisogno di riconnettersi con il territorio, le persone e le creature con cui lo condivideva, alla riscoperta di rapporti non mediati dal denaro e basati invece sulla fiducia e rispetto reciproco. L’aver abbandonato del tutto la moneta non è stato un atto presuntuoso, quanto piuttosto un esperimento impegnativo, anche drastico, che apre la strada ad un nuovo tipo di evoluzione, questa volta non basata sulla tecnica quanto piuttosto umana e relazionale.

Mark Boyle elenca strategie e strumenti per ridurre la dipendenza dal denaro rendendo allo stesso tempo le nostre vite decisamente più ricche, interessanti ed attive. Il fulcro del suo modello consiste in un’economia del dono, in cui chi regala non si aspetta di essere ricambiato subito e attraverso i soldi, ma a sua volta può chiedere alla comunità ciò di cui ha bisogno. Scambi di questo tipo rafforzano i rapporti fra le persone in misura permanente, a differenza di quelli mediati dal denaro che in pratica si chiudono definitivamente al termine della transazione stessa. La raccolta dei frutti spontanei, la permacultura, la costituzione di comunità e il riciclo e riutilizzo creativo di oggetti dismessi offrono risposte ai nostri bisogni e nello stesso tempo ci stimolano, spronandoci a cercare soluzioni e a decifrare la realtà che ci circonda con occhi diversi, alla ricerca di opportunità e con una maggiore consapevolezza del valore degli oggetti. L’economia monetaria e la suddivisione del lavoro, infatti, con la sua eccessiva specializzazione, hanno avuto l’effetto deleterio di renderci ignari dell’origine di tutto ciò che fa parte della nostra quotidianità: dal gas con cui riscaldiamo l’acqua per lavarci all’origine geografica dei cibi che mangiamo, dal legname con cui sono fabbricati i nostri mobili alle guerre provocate dall’accaparramento dei combustibili fossili con cui alimentiamo le autovetture, e l’elenco potrebbe proseguire all’infinito. Riacquisendo la capacità di produrre, invece, potremmo finalmente tornare a valutare con esattezza il prezzo reale della realizzazione di qualsiasi manufatto, quindi imparare ad apprezzarlo di più e ad usarlo più a lungo e con più parsimonia. Collegato a questo aspetto, la localizzazione delle attività di raccolta e di produzione rappresenta quindi un altro passo fondamentale verso un mondo più sostenibile: all’opposto, le grandi economie di scala si basano sull’accaparramento di materie prime e componenti provenienti da ogni parte del globo, con costi esorbitanti che il pianeta non è più in grado di sopportare.

Naturalmente, come ogni vero cambiamento, anche questo non potrà essere messo in pratica interamente dall’oggi al domani, ma si attuerà con progressività. Potranno verificarsi errori e sarà il caso di valutarli e correggerli, oppure si renderà necessario cambiare parzialmente rotta. Il modello della Progressione dei Principi (PDP) è lo strumento proposto nel testo attraverso cui organizzare la propria transizione in passi da compiere con gradualità ed elasticità, senza particolare fretta ma mantenendo l’attenzione costante verso i risultati: concretezza e capacità di autovalutazione evitando situazioni di stallo sono fondamentali. Per dipendere il meno possibile dal denaro, è necessario identificare le aree in cui abbiamo intenzione di agire e suddividere il nostro cammino di liberazione in più livelli, che corrispondono ai diversi gradi di avanzamento verso l’obiettivo finale. Alcuni esempi di categorie possono essere: sistema economico, trasporti, abitazione.

I consigli e le opinioni contenute nel saggio comprendono importanti e svariati ambiti, spaziando dall’alimentazione e dall’agricoltura all’igiene personale, dall’istruzione alla possibilità di utilizzare meno tecnologia possibile e vivere off-grid, dall’abbigliamento ai trasporti. Anche se le spiegazioni pratiche non mancano, il testo non è concepito per essere utilizzato esclusivamente come un manuale, ma vuole essere uno strumento di riflessione, di stimolo all’azione ed un punto di riferimento per pionieri che desiderano avventurarsi alla scoperta di nuovi, inesplorati territori esistenziali, più ricchi di emozioni e senso.

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Il mio primo libro (cicloviaggio nelle Isole Maggiori e Sud Italia)

Copia cartacea di sicurezza, che dei computer è meglio non fidarsi…

Se avessi aspettato ancora un po’, l’avrei perso per sempre. Si sarebbe in massima parte dissolto e la porzione sopravvissuta sarebbe rimasta solo nelle fotografie, testimoni splendide ma mute, e sotto forma di frammenti non adeguatamente rielaborati nella mia memoria. Quando il tempo trascorso dagli accadimenti diventa troppo lungo, il recupero dei ricordi costa un mucchio di fatica: da qualche parte rimangono, probabilmente nulla viene perso, ma andarne alla ricerca, come fa un archeologo che ricostruisce a ritroso la storia, non è affatto semplice.

E allora prima che cominciasse a sfumare lentamente nell’oblìo, lasciando di sè solo vaghe impressioni, l’ho ripercorso con la mente e l’ho trascritto  nel libro che ho terminato due giorni fa, dopo quasi tre mesi di lavoro giornaliero e disciplinato. Le pagine adesso contengono il racconto del mio ultimo viaggio in bicicletta, il più lungo e denso, che si è snodato sugli oltre 3500 chilometri percorsi nel maggio e giugno del 2017, lungo i quali ho attraversato le isole maggiori ed il Sud Italia. Nell’ordine: Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata e Puglia. Cinquanta giorni a spasso per le terre più belle del nostro incantevole Paese, con l’idea, che da sempre mi accompagna, di riscoprirlo attraverso un turismo lento ed ecologico, a contatto con l’ambiente e senza troppe comodità, un randagismo guidato dalla curiosità e dal gusto della scoperta. In cambio ho incontrato molto più di quanto mi attendessi: l’Italia è veramente un paese stupendo, è un mosaico di diversità paesaggistiche, culturali, storiche e architettoniche. Ricchezza pura, ignorata dalla massa. Ho messo nel diario tutto quello che ho visto e vissuto, non ho tralasciato quasi nulla, l’ho riveduto, ampliato ed approfondito.

Adesso mi prendo una pausa, che coincide con l’arrivo della primavera e per questo mi risulta ancora più gradita (bello imparare a vivere secondo il ritmo delle stagioni!). Dieci giorni almeno, per lasciare decantare il manoscritto e svuotare in parte la mente. In seguito mi dedicherò ad una revisione completa, un lavoro forse addirittura pari a quello della prima stesura; infine, durante la terza ed ultima fase, la messa a punto definitiva  prima della pubblicazione. Non so secondo quali modalità questa si concretizzerà, ma sicuramente in qualche modo avverrà.

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Pura e semplice strategia (il giorno della marmotta)

“Ricomincio da capo”, più conosciuto forse come “Il giorno della marmotta”, è una delle commedie più belle e divertenti che abbia mai visto. Originale e dalle innumerevoli sfumature, anche un po’ horror, sa intrecciare comicità e tragedia incatenando lo spettatore al gioco dell’eterna ripetizione dello stesso giorno. Quell’orribile riproporsi sempre identico degli eventi, se da un lato suona come una vera e propria dannazione eterna, allo stesso tempo rappresenta una opportunità, a partire dal momento in cui il protagonista supera la prima drammatica fase di rifiuto e, fra errori e tentennamenti, inizia a prendere atto di sè: l’opportunità che gli si apre dinanzi è quella di imparare a distinguere quali elementi della vita sono totalmente indipendenti da lui e quali, invece, derivano dalla sua volontà o sono legati ad essa e perciò egli è in potere di cambiare. E questo vale anche nella situazione limite del film, in cui tutto avviene secondo una ripetizione apparentemente assurda ed infinita, priva di vie di fuga. Non a caso il protagonista si caratterizza, oltre che per la comicità, anche per un egocentrismo patologico ed uno stato di depressione più o meno latente, due condizioni che lo rendono cieco di fronte alle reali opportunità e gli impediscono, nella vita normale, di riconoscere i propri errori. Atteggiamenti che nella nuova indesiderata dimensione magica lo conducono dapprima ad un disperato rifiuto, rappresentato dai reiterati ma vani tentativi di suicidio e, solo dopo aver accettato l’assurdità della propria condizione, al riscatto. Il prezioso insegnamento che ne traggo è quindi il seguente: se il mondo attorno appare immutabile e per questo opprimente, se fornisce l’impressione di ripetersi su binari sempre uguali e se per questo ci dà l’alibi per non incolparci mai di nulla, l’opportunità di un rinnovamento si crea nel momento in cui mettiamo da parte l’intralcio rappresentato dall’ego (lui sì invariabile) e scegliamo di modificare il nostro modo di rapportarci al mondo, cambiando, con quest’atto, anche noi stessi. Pura e semplice strategia.

“Noi ridiamo e scherziamo ma per il protagonista Phil Connors è una sorta di film dell’orrore. Un fan totale, Wolf Gnards, ha analizzato il film e attraverso una serie di calcoli che non vi stiamo a dire, ha dichiarato che, come minimo, Bill è rimasto bloccato nel solito giorno per 8 anni, 8 mesi e 16 giorni. “

https://www.dailybest.it/tv-cinema/giorno-marmotta-groundhog-day-ricomincio-capo-bill-murray/

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Viaggio in Italia negli anni ’50

Guido Piovene, scrittore e giornalista italiano, intraprese dal 1953 al 1956 un lungo viaggio per l’Italia, provincia per provincia, da cui trasse una trasmissione andata in onda in ottanta puntate e a cui seguì il libro che sto leggendo. L’Italia di allora era molto diversa da quella attuale, molto più rurale e legata alle tradizioni, eppure i segnali del cambiamento in senso moderno si potevano già cogliere ed il boom economico che avrebbe prodotto la pasoliniana “mutazione antropologica” della sua gente era ormai imminente. Anche considerando le differenze, infatti, emergevano già sessant’anni fa alcuni tratti che, nonostante la distanza temporale, continuano a valere oggi più che mai (e perché stupirsi di questo in fondo? Del resto l’idea che tutto debba avere una scadenza ed essere sostituito è una bella invenzione di marketing, ma tolto quello le cose possono andare diversamente).
Le seguenti dure parole dell’autore, ad esempio, che si leggono sul retro del libro, sono purtroppo attualissime:


Occorre liberarsi del tutto di quell’idea idilliaca dell’Italia, che coltivano ancora molti viaggiatori stranieri (e a cui, nel libro scritto, ho fatto concessioni anch’io). Sotto un involucro di sorriso e di bonomia, l’Italia è diventata il paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo.

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