Qualcosa (di sinistro), là fuori

Una tra le estati più calde e siccitose degli ultimi decenni è terminata e qualcosa finalmente pare cambiare nella percezione delle persone, anche se molti individui, probabilmente a causa di un manifesto deficit nella capacità di discriminare, liquidano la stagione estrema appena conclusa con affermazioni di una banalità sconcertante, che irritano più per il pressapochismo intrinseco e spudorato che per i contenuti, assenti. Mi riferisco a espressioni del tipo “in estate è normale che faccia caldo”. Come se, all’opposto, il freddo invernale di Roma potesse competere con quello di Mosca. Stiamo purtroppo entrando, anche molto velocemente, in una nuova epoca in cui avvertiremo le conseguenze dei cambiamenti climatici, tanto più nefaste quanto ci ostineremo a perseverare nelle nostre ormai consolidate abitudini (business as usual, BAU). Servirebbero preparazione, consapevolezza, organizzazione per fronteggiare le difficoltà, mentre stiamo arrivando all’appuntamento impreparati, ignari del pericolo che incombe. Ne faremo le spese.

La tecnologia, fondamentale strumento a servizio del mercato proporrà le sue sfavillanti soluzioni, in modo da indurci a credere che, anche per questa volta, un deus ex machina ci salverà, sollevandoci dalle responsabilità e permettendoci di continuare a sguazzare nella nostra ignoranza, coltivata con amore giorno per giorno, e a vivere da consumatori insaziabili e anche un bel po’ rimbambiti. Nuove scintillanti autovetture elettriche, iperconesse ed ecologiche, prometteranno finalmente di ripulire l’aria delle città riducendo, allo stesso tempo, le emissioni di anidride carbonica; la stampa, che si configura come un’industria delle informazioni, segue a ruota e prepara il terreno alla nuova rivoluzione, all’ennesimo prodigio che non farà che confermare senza alcun dubbio le eccezionali qualità intellettuali dell’essere umano, trionfalmente destinato ad un progresso indefinito che lo condurrà a conquistare l’intero universo (è solo questione di tempo). Entusiasmo anche fra i commentatori, o giornalisti, che hanno mostrato in passato sensibilità ecologica: potremo costruire centinaia di milioni, anzi, più di un miliardo di nuove autovetture a trazione elettrica, che sostituiranno l’attuale, obsoleto parco circolante alimentato con fonti fossili.

Quale grande occasione di business, alla faccia dell’ecologia! Davvero pensiamo di aiutare l’ambiente ed evitare la catastrofe, fabbricando un altro miliardo abbondante di automobili, stavolta elettriche? Il rincoglionimento collettivo dev’essere così ben radicato, che stimati divulgatori della decrescita non parlano, ad esempio, della possibilità, molto più sostenibile, di convertire il mezzo che già si possiede, attraverso un’operazione chiamata retrofit: in questo modo, potremmo tenerci la nostra automobile, che funzionerebbe con un nuovo motore elettrico. Mi sembra un bel risparmio, un vantaggio per tutti eccetto che per l’industria dell’auto. Ah già, facevo i conti senza l’oste.

Eppure il danno che abbiamo arrecato al pianeta in cui viviamo, che poi così grande non è, se consideriamo pure che ci sono dei matti che se lo percorrono a piedi o in bicicletta, è enorme e perseveriamo, nonostante tutto, nella ricerca continua dell’incremento del prodotto interno lordo, anche se a questo punto sarebbe meglio chiamarlo prodotto interno lercio, ché puzza di morte ormai. Recentemente ho letto un bel libro che si chiama “Qualcosa là fuori”, di Bruno Arpaia, che affronta il tema delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Nel romanzo gli italiani, anche quelli del “è normale che d’estate faccia caldo”, tornano ad emigrare, in questo caso senza neanche le valigie di cartone, verso il nord Europa, perché sullo stivale non è rimasto più nulla, solo aridità, il deserto si è preso tutto. Le società sono collassate a causa delle devastazioni prodotte dall’aumento della temperatura del pianeta; i diritti umani sono evaporati assieme alle sempre più scarse risorse idriche e, con la scomparsa di queste, tutte le attività si sono azzerate. Gli unici paesi in cui è possibile condurre un’esistenza degna di essere vissuta sono rimasti quelli dell’estremo nord, meta del viaggio intrapreso dai protagonisti. Vi consiglio di leggerlo, perché oltre a rappresentare un affresco di un possibile futuro distopico, evidenzia i possibili errori in cui rischiamo (per ora direi che il rischio è una certezza) di cadere nell’affrontare le enormi sfide del prossimo futuro. E poi è ben scritto, scorre come un fresco ruscello d’acqua montana.

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Progressività

Ore 8, appena alzato. Nonostante il declino estivo in corso, rimango sorpreso dal risveglio brumoso di questa mattina: il cielo grigio è coperto da nuvole frastagliate inframmezzate da venature di sereno, mentre una densa foschia impedisce una visione limpida della valle del Tanaro. Solo il silenzio è quello usuale, capace di rendere la ripresa delle attività giornaliere una manovra progressiva, naturale, priva di quegli scatti, di quelle accelerate isteriche della città. Ho necessità di acquistare alcuni generi alimentari ma sono momentaneamente senz’auto: poco male, ne approfitto per sgranchirmi le gambe pedalando. La salita che, attraverso due tornanti, mi conduce sul dorso di questo basso colle posto alle spalle della mia abitazione, è di quelle che, con un po’ di allenamento, si affrontano senza sforzo eccessivo. Ben più dura è l’altra di fronte: punta dritta verso la sommità del rilievo, come un righello d’asfalto che si impenna fra i vigneti, e non pago, sul finire, accentua la propria pendenza per infliggere il colpo di grazia. Ovviamente è frequentata esclusivamente da mezzi a motore, dal sottoscritto (solo se obbligato) e qualche raro camminatore.

Il mio sguardo può soffermarsi sul panorama che si svela una volta superato il pugno di case allineate su entrambi i lati della carreggiata. Fra curve e moderati dislivelli, i profili sinuosi delle colline incantano, mentre il senso di apertura spaziale è accentuato dalla posizione sopraelevata. Nelle giornate perfettamente limpide, tutt’altro che rare, la vista riesce a comprendere dettagli anche molto lontani e mi sorprendo sempre quando riconosco l’ennesimo, lontanissimo companile costruito su un cocuzzolo; tuttavia la visibilità oggi è limitata dalla foschia che, come un velo, si adagia sul territorio ondulato, segno riconoscibile  dell’autunno incipiente.

Inizia la discesa su una piana allungata e stretta, che poi si abbassa ulteriormente allargandosi. La mia destinazione, un paese di seimila anime, sorge su un’ampia gobba naturale del terreno. Invece di percorrere l’ingresso principale, seguo un cartello che indica un’area picnic collocata alle estreme propaggini dell’abitato, lì dove le costruzioni cedono improvvisamente il passo alle colture, e mi ritrovo in un reticolo di vie secondarie che non conosco. In giro non c’è quasi nessuno, avverto un senso di immobilità che ha il sapore di un risveglio sereno ed assonnato, mentre avanzo fra villette moderne e case antiche: le prime sono circondate da giardini ornamentali abbastanza ampi da riuscire a ospitare, in un caso, addirittura un pony; le seconde si affacciano lungo la strada una di fianco all’altra, con le semplici facciate dai colori un po’ smorti. Fazzoletti di prato superstiti si insinuano fra questi muri: hanno resistito fino ad oggi all’espansione edilizia, ma chissà per quanto ancora potrà essere così.

Dopo aver svoltato l’angolo riconosco la via centrale ed improvvisamente entro in contatto con la vivace vita di paese del primo mattino. I portici storici ospitano un brulichìo di persone che si affaccendano fra i negozi, con i bambini al seguito; mentre i dehors dei bar sono occupati da numerosi clienti che si godono gli ultimi tepori della stagione declinante. Istintivamente scendo dalla sella e, con la bici al seguito, mi metto anche io a passeggiare. Ed è proprio in quel momento che sopraggiunge l’illuminazione: mi accorgo di come il passaggio dal punto di partenza a quello di arrivo si sia svolto con estrema gradualità, grazie alla velocità ridotta dello spostamento. Il breve tratto percorso, consistente in poco più di 7 chilometri, è stato preparatorio. La lentezza ha restituito l’esatta proporzione degli eventi, i luoghi si sono avvicendati alla velocità adeguata affinchè io potessi osservarli pienamente e soprattutto viverli. A differenza delle altre occasioni, in cui sono arrivato in auto, questa volta non mi sono sentito affatto “trasferire” da un punto al successivo. Il risultato è che non ho percepito alcuno stacco ben definito, accompagnato da quella lieve sensazione di spaesamento iniziale a cui siamo assuefatti e che si manifesta sempre non appena, raggiunta la destinazione, scendiamo dalla macchina (voltiamo la testa a destra e sinistra, ci guardiamo intorno, con curiosità e magari anche con un lievissimo fremito d’ansia, o sbaglio?). Sono sicuro che chiunque stia leggendo sappia esattamente di cosa parlo, basta solo prestarci attenzione. Tutto è fluito senza soluzione di continuità, come all’interno di una scena di un film, come una semplice armonia.

Queste osservazioni mi inducono ad abbozzare un parallelo con la comunicazione odierna, molto virtuale grazie ai social networks, basata su un modello in cui i due dialoganti sono lontani. Meraviglia tecnologica che annulla la distanza, permette dialoghi scritti in tempo reale una volta impossibili. Eppure l’andamento di una discussione, fortemente influenzato dalla vicinanza fisica, da questa ne è in gran parte determinato, anche se non ce ne rendiamo quasi conto: perciò la distanza fra i due interlocutori gioca un ruolo fondamentale. Ma se questa si elimina, cosa resta esattamente? E come evolve quindi una discussione? Proprio come l’auto “annulla” il tratto percorso, indebolendo la nostra percezione dello stesso e quindi l’esperienza che ne deriva, allo stesso modo la comunicazione “sintentica” rimuove tutte quelle influenze fisiche che ne costituiscono, forse, addirittura la polpa. Dunque se da un lato la rende più semplice ed immediata, dall’altro la svuota smorzandone l’efficacia. Solo le banalità sopravvivono in un contesto, concettuale e materiale, così impoverito e verificarlo non è purtroppo difficile.

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Lunedì (odiavo quel giorno lì)

Gravina in Puglia, ripresa durante il mio ultimo cicloviaggio

Poco fa mentre preparavo la cena mi sono ricordato che domani è lunedì. Un pensiero del genere che una volta, alla domenica sera, si manifestava automaticamente con un tempismo perfetto, accompagnandosi ad un sospiro, ad un senso di costrizione e di inesorabilità, ormai non mi sfiora da alcuni mesi, precisamente quattro, dato che il 28 aprile è stato il mio ultimo giorno di ufficio. Mi sono reso conto che domani, per me, l’inicipit della settimana costituirà una data qualsiasi sul calendario, mentre per molti rappresenterà un lunedì anche peggiore dei soliti, per via del rientro dalle vacanze. Dopo la pausa estiva, dopo l’assaggino di libertà, ognuno tornerà al “proprio” dovere, accettato con un sospiro, un po’ di tensione e quel senso di ineluttabilità che chiude lo stomaco. Bisognerebbe che costoro iniziassero a domandarsi se valga di più approfondire il concetto di libertà, praticandolo un po’ di più, ovunque, sempre, oppure impegnarsi tanto per soddisfare un senso indotto del dovere, legittimato da una visione troppo ristretta dell’esistenza.

Due mesi fa, il 28 giugno, invece, ritornavo dal mio cicloviaggio nell’Italia del Sud. Oltre 3500 km masticati con lentezza esasperata, ma non esasperante, per andare alla scoperta di una piccola parte di mondo ricca di tesori che non conoscevo e riempire il più possibile la distanza crescente fra la mia nuova vita e quella precedente con fatti, cose, persone, osservazioni, sensazioni, esperienze; allontanandomi fisicamente, emotivamente, spiritualmente e mentalmente dalla megamacchina produttiva che, con la nostra sciocca complicità, determina così efficientemente le nostre vite, regolandole, relegandole, impostandole su binari prestabiliti e svuotandole della polpa: la curiosità, la scoperta, la passione, il tentativo, i desideri e l’autonomia, necessaria affinché possa iniziare il concepimento di tutto questo.

Ho passato l’ultimo mese abbondante lavorando sodo nella nuova casa. Mai avrei pensato di faticare tanto, fisicamente soprattutto, ma ogni compito l’ho portato a termine con grande soddisfazione. Sistemare il nascente frutteto rimuovendo, solo con l’aiuto di un paio di cesoie, gli alti arbusti che ormai circondavano fittamente gli alberi mi ha occupato per quasi due giorni interi, ma al termine, mentre contemplavo il risultato, mi sono reso conto di aver compiuto un passo verso la trasformazione di quell’area verde nel giardino che immagino, e mi sono accorto di come, combinando pratica e teoria, l’idea iniziale possa naturalmente evolversi. Mi sono dedicato alla costruzione di due librerie in legno, senza alcuna esperienza in merito, con risultati apprezzabili e divertendomi. Ho pitturato le scale esterne, inventandomi un’uscita alternativa dal primo piano, per lasciare il tempo che si asciugassero. Pulizie, ritocchi e vari acquisti, dato che l’appartamento è ancora piuttosto vuoto; la perlustrazione del territorio, dei servizi offerti, i primi contatti con le persone del luogo. Molte nuove idee, che mi terranno occupato senza dubbio per un bel po’. La prima notte non riuscivo ad addormentarmi: troppo silenzio forse, ogni rumore prodotto dai rami, dagli uccelli e dai piccoli roditori, mi giungeva vicinissimo, sembrava provenire dalla camera a fianco. Dovermi arrangiare e trovare soluzioni mi diverte, se il disagio causato dalla mancanza di qualcosa di utile non è eccessivo, e avere obiettivi risveglia, agisce da stimolo, specialmente se non si attende troppo prima di passare all’azione.

Questa caldissima e siccitosa estate sta giungendo al termine. Da domani gli uffici si ripopoleranno, le menti che si erano appena svagate, che avevano cominciato a nutrirsi inconsapevolmente di qualcos’altro, ad accorgersi della bellezza che le circonda, verranno ricondotte alla risoluzione dei compiti per cui sono state così bene istruite. Il caldo eccezionale, mitigato sulla costa dalla brezza di mare, verrà dimenticato del tutto grazie al condizionatore e sarà ridimensionato a notizia di secondo o terzo ordine in televisione, fino a quando una burrasca autunnale lo smorzerà definitivamente. Risolta momentaneamente una scocciatura, si inizierà a pensare ai regali di Natale già dalla fine di ottobre, alla settimana bianca con la neve sempre più artificiale, e a mitigare quella sensazione di chiusura allo stomaco della domenica sera con un bel brodino, o una tisana calda.

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#CiclogiroItalia2017 – 27/28 giugno: da Foggia a Torino

Dopo quasi una settimana di pausa forzata a causa di un fastidioso problema intestinale che sembra colpisca i viaggiatori, oppure chi si è esposto troppo al calore, o ancora chi mangia qualcosa che sarebbe stato molto meglio evitare (ed io sono riuscito a collocarmi, con un colpo da maestro, nel punto di convergenza di tutte e tre le possibilità), riparto ragionevolmente dubbioso sul mio stato di forma, ma soprattutto timoroso nei confronti del caldo eccessivo che, dopo avere messo in ginocchio l’intera Italia, sta continuando a crescere al Meridione, con temperature prossime ai 40°C e oltre. Viaggiare in simili condizioni, rimanendo per troppe ore sotto i raggi diretti del sole, è semplicemente brutto, spiacevole e richiede sacrificio ed energie a livelli spropositati. Tuttavia fra un percorso un po’ più fresco in salita per i massicci centrali e un altro pianeggiante nell’entroterra e poi lungo la costa, propendo per il secondo, almeno per questa prima tappa. Una volta in sella, comunque, avverto i primi, confortanti segnali positivi: nessun dolore proveniente dallo stomaco, gambe che girano fluide, riscontro le solite rassicuranti reazioni da parte della bicicletta che mi infondono fiducia.

La tappa non può che rivelarsi un lungo trasferimento che mi condurrà ad alcuni chilometri di distanza da Vasto, in una piccola località compresa ancora in Molise. Tuttavia il paesaggio, in parte celato, all’orizzonte, da una foschia che aiuta a comprendere visivamente il livello di evaporazione e conseguente stress idrico a cui sono sottoposti il suolo e la vegetazione, è molto piacevole, in particolare nel tratto in cui la statale affianca da un lato i laghi di Lesina e Varano, due pentoloni ribollenti all’estremità nord occidentale dello sperone d’Italia, il Gargano, e dall’altro la campagna lievemente collinare e ben coltivata, propaggine dei rilievi montuosi interni. In prossimità della carreggiata, si distendono uliveti e vigneti il cui verde acceso trasmette una sensazione di leggero refrigerio, ma è solo suggestione. La verità è che vengo continuamente raggiunto da refoli di aria calda, senza possibilità di alcun sollievo, che rendono la respirazione quasi difficoltosa.

Essendo una via di comunicazione molto frequentata dai mezzi pesanti, non manca la clientela per le numerose prostitute, che sbucano dalle strade laterali gesticolando e spendendosi in curiose segnalazioni per camionisti e non. Sembrano delle bagnanti perché sono in costume, si muovono con sicurezza nel tratto compreso fra la propria auto e la tipica sedia da bar, si “autopromuovono” senza pudore, inusuali piccole manager di se stesse, e pare che qui abbiano vita facile. La loro solerte volgarità non conosce limiti e raggiunge una dimensione inedita quando, ritrovandomi solo a transitare sotto un ponte, ad alta concentrazione di passeggiatrici, nella semioscurità per almeno una trentina di metri, al mio lento passaggio tutte orientano i culi verso di me, con un sincronismo perfetto. L’inaspettata scena, naturalmente, scorre al rallentatore nella mente, rivelandosi tremendamente comica. Potere della televisione e dei video musicali in particolare, ne sono persuaso: ha istruito proprio tutti su come trasformarsi in oggetto di marketing e merce da esposizione, anche chi pratica il mestiere più antico del mondo e che forse parte con un certo vantaggio.

Dopo una settantina di chilometri, finalmente costeggio il mare e beneficio di un po’ di brezza rinfrescante, dagli effetti comunque decisamente limitati. A Termoli un buontempone mi affianca sorridente sulla sua bicicletta a pedalata assistita, tentando di convincermi circa il potere vivificante, rigenerante e tonificante di un sole così forte, ma non credo di essere stato così bravo a dissimulare la mia totale contrarietà a tali assurde affermazioni (a meno che il DNA di molti come lui non contenga lunghe sequenze di origine rettiliana, chissà…). Il sole, comunque, è sempre quello, a scanso di equivoci, è l’atmosfera, quel sottilissimo strato sopra le nostre teste che ci garantisce la sopravvivenza e che trattiamo come una pattumiera, a contenere troppa anidride carbonica, che ne ha innalzato la capacità di trattenere il calore modificando, in conseguenza di ciò, il clima. Questa enorme “iniezione” di gas serra ha iniziato a verificarsi con la Rivoluzione Industriale ed è andata aumentando costantemente con l’incremento delle attività produttive, sostenuta dall’ideologia della crescita infinita, che esiste in matematica ma non nella realtà, quindi è opera dell’uomo. Questo avrei voluto dire al “pedalatore assistito”, ma non avevo energie in eccesso da spendere, anzi.

Alle 16.30 sto montando già la tenda nel campeggio di una piccola località al confine con l’Abruzzo. Dato che l’unico ristorante nei paraggi è quello del villaggio turistico e non ho intenzione di cedere all’odioso ricatto, per la cena cambio momentaneamente regione e, una volta terminata, torno in Molise. 107 km.

Nottata febbricitante in cui mi sono sentito nuovamente stanco e spossato, umidità e caldo alle stelle, zanzare che sono riuscite ad entrare in tenda approfittando di una mia visita notturna al bagno e mi hanno tormentato dalle cinque del mattino, impedendomi di dormire oltre. Rifletto dunque: il solleone a quanto pare mi ha assestato una nuova batosta, non sto così male ma non posso per nulla affermare di essere in forma; le temperature sono fuori da ogni scala, anche al Sud, per essere giugno e non sono compatibili con qualsiasi attività all’aperto; al Nord ha rinfrescato ma al prezzo di violenti nubifragi e, in alcune zone, con grandine grossa quasi quanto una pesca. Le speranze che l’andamento metereologico dell’estate 2017 possa inquadrarsi in un ritorno alla normalità climatica sono ridotte al lumicino: con la dipartita dell’anticiclone azzorriano, la cui azione mite ed equilibrata teneva al riparo dagli eccessi in un senso o nell’altro, specialmente l’area centro occidentale europea è diventata terra di conquista di masse d’aria calda e stabile d’origine sahariana alternate ad incursioni di aria relativamente molto più fresca dai quadranti settentrionali. Tuttavia, dato che il clima si sta surriscaldando, l’anticiclone africano è decisamente più persistente e prepotente del fresco il quale, comunque, quando giunge a contatto con la massa rovente preesistente, per il differenziale di temperatura agisce da detonatore di violentissimi fenomeni precipitativi. Ci troviamo di fronte a due facce della stessa medaglia in pratica, a condizioni opposte libere di manifestarsi a turno sullo stesso palco dato che l’Azzorriano, il vecchio padrone di casa delle belle estati di una volta, non torna più.

Acquisisco dunque la consapevolezza, mentre provo a cacciare le zanzare, che le previsioni per le prossime settimane non possono essermi favorevoli: o soffro il caldo sottoponendomi ad uno stress ingiustificato, oppure rischio vento, nubifragi e grandine. Prospettive poco allettanti, ma bisogna essere realisti: sperare nel giusto mezzo sarebbe da sciocco illuso, o da incosciente. Pazienza se qualcuno proverà a rassicurarmi annunciando la pioggia nei giorni a venire perché so che, molto probabilmente, questa verrà seguita da una nuova pulsazione calda. 

Decido dunque di interrompere qui il viaggio e di tornare a Torino in treno. La decisione inaspettatamente mi rasserena e lo considero un buon segnale. Alle 7 del mattino, a scelta compiuta, fa già caldissimo, non circola aria e l’afa rende ogni cosa appiccicosa. Smontare la tenda e fare colazione si riveleranno due fatiche: la prima perché sudo ad ogni movimento, la seconda a causa dello stomaco chiuso. Intorno alle 9, dopo pochi chilometri, raggiungo la stazione ferroviaria di Vasto-San Salvo. In biglietteria l’unico impiegato è una persona disponibile e metodica, che in breve costruisce l’elenco dei treni che dovrò cambiare per tornare a casa. Sono ben cinque: uno da dove mi trovo fino a Pescara, un altro fino ad Ancona, poi ancora per Bologna, per Milano ed infine per Torino.

Il paesaggio scorre veloce sotto i miei occhi. Provo un po’ di amarezza per la possibilità mancata di gustarmi ogni chilometro a passo di lumaca, è come quando qualcosa che hai desiderato a lungo ti viene strappata di mano prima ancora di averla afferrata saldamente. Il cielo scuro e tempestoso a nord di Rimini pare inghiottire nel buio della notte il convoglio che tocca i 150, mentre violenti scrosci d’acqua si abbattono sui finestrini e la temperatura esterna crolla fino ad appena 19°C. Scorgo la bella campagna flagellata dalle precipitazioni intense, la visibilità di poche decine di metri, il grigio che predomina, poi a seguire modesti sprazzi di sereno, con la luce che illumina le propaggini dell’Appennino tosco-emiliano, e i nuovi temporali che si organizzano all’orizzonte.

I 3539 chilometri percorsi in bicicletta hanno però lasciato un segno profondo. La soddisfazione che deriva dall’aver masticato senza alcun aiuto tutta quella strada è notevole. La lentezza ci restituisce tempo, spazio e dimensione di cose, fatti ed avvenimenti, elemento da non sottovalutare neanche per un istante perché il sale della vita risiede lì, non è neanche nascosto, ma richiede di rallentare sostanziosamente per essere raggiunto. I luoghi visitati degni di imperitura memoria sono stati innumerevoli. Gli incontri si sono rivelati istruttivi, divertenti e pacifici. L’Italia del Sud è tutto meno che un corpo agonizzante prossimo alla fine e, pur fra i mille problemi che la zavorrano provocando sofferenze e rassegnazione, conserva dosi di vitalità e umanità che, specialmente nelle grandi città del Nord, rappresentano una preziosa rarità. 

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#CiclogiroItalia2017 – 17/20 giugno: da Lecce a Foggia

Prima di congedarmi da Lecce, visito ancora l’interno del Duomo e l’elegante cripta sotterranea. Questa è sorretta da ben 94 colonne i cui capitelli differiscono tutti gli uni dagli altri. Oltre a rappresentare un luogo di preghiera, contiene anche i sepolcri di defunti appartenuti alle famiglie nobiliari. Negli ultimi anni è stata interessata da accurati lavori di restauro durante i quali sono stati scoperti ulteriori locali collocati ad un livello ancora più basso in cui i corpi dei defunti venivano lasciati decomporre, come testimoniato dalla presenza dei canali di scolo e pozzetti per la raccolta dei fluidi corporei e di numerosi resti di ossa umane.
Il tratto di campagna che attraverso mentre raggiungo la costa è interessato da numerosi roghi, che coinvolgono la vegetazione ai margini della strada, piccoli lotti di terra e anche terreni agricoli. Le loro cause sono molteplici ma tutte riconducibili alle attività umane: dal lancio di mozziconi di sigarette accesi alla pratica scorretta di bruciare così i rifiuti di qualsiasi genere. Sulla vicina costa non va meglio, caratterizzata da una serie di villaggi sgraziati in cui almeno la metà delle case sarà stata costruita abusivamente e dall’odore acre dei roghi che si sente nell’aria.

La situazione migliora rapidamente, però, mentre mi approssimo a Brindisi. Scompaiono i segni di degrado ed entrano in scena estesi vigneti, fra i più grandi visti finora, che si alternano con i campi, tuttavia la fascia costiera è occupata da uno stabilimento Enel.

Su Brindisi, che apprezzo da subito soprattutto per l’atmosfera quieta e un po’ incantata, l’affaccio piacevolissimo sul porto naturale, il lungo viale alberato che conduce al mare e le colonne romane ritenute in passato terminali della via Appia, lascio che a esprimersi siano le parole perfette tratte da un’opera dello storico dell’arte Cesare Brandi, lette da un’incisione collocata nel centro della città: “La bellezza di Brindisi non è travolgente, e più che di bellezza bisogna parlare di attrattiva; ma il piano stesso della città, con la sua lunga strada alberata, e lo sbocco su un mare dolcissimo, permette di assaporare via via per quel che vale, e vale parecchio, la luce candida che dardeggia la città da ogni lato. Sarà stata la primavera, l’aria lavata dalle piogge recenti, il sole che non acceca come d’estate: ma in quella luce sembrava di trovarsi entro pareti di cristallo, nella lanterna d’un faro.” 

Il tratto di costa successivo affianca la riserva naturale di Torre Guerceto e, potendo finalmente ammirare una vegetazione più folta e in salute, senza segni di degrado, erosione, con alberi dalle chiome alte e rigogliose (la Puglia finora si è dimostrata essere la regione con la superficie boschiva di gran lunga meno estesa fra quelle incontrate), mi rendo conto di come la qualità del paesaggio sia strettamente condizionata dalle attività umane. Troppo spesso si ritiene irresponsabilmente che l’aridita’ di un luogo, e conseguentemente la sua povertà, dipenda da cause climatiche, ma ci si dimentica che fra disboscamenti, pascoli, sfruttamento eccessivo della terra si può trasformare una zona ricca e varia in una landa desolata e improduttiva (escludendo la cementificazione che distrugge direttamente il suolo). Questa area protetta, invece, è un giardino ben conservato di intatta bellezza, che si presenta in salute perché bene amministrata e gestita, l’esatto opposto di quanto ho osservato alcune decine di chilometri addietro, anche se c’è contiguità, medesime condizioni climatiche e potenzialità. Lo stress a cui è sottoposto il territorio, quindi, è innanzitutto quello derivante da attività umane impattanti e scriteriate, solo in seconda misura si possono considerare le varie condizioni climatiche e ambientali che ne facilitano o meno la rigenerazione.

Dopo 86 km mi fermo in località Specchiello.

Notte molto ventosa che ha spazzato via la cappa africana, restituendo un cielo terso e contrasti cromatici netti, ma le raffiche continueranno forti per tutto il giorno, dimezzando quasi la velocità della mia andatura. Il falsopiano su cui mi muovo è ricoperto in ogni direzione da uliveti. Buona parte degli esemplari ha una stazza importante, alcuni un diametro talmente grosso che per cingere il tronco servirebbero tre persone; ma ancora di più rimango impressionato dalla forte nodosità della corteccia, dall’aspetto contorto e intrecciato, filamentoso, del fusto, sul quale sono scavati buchi e cavità. Sembrano grosse interiora attorcigliate e fossilizzate, oppure mostruosi corpi alieni aggrovigliati e addormentati.

Ostuni è una scultura di ghiaccio che si innalza fra il verde diffuso delle chiome degli ulivi. Le sue case bianchissime riflettono la luce del sole accecandomi e la calce ricopre quasi tutto come uno strato di glassa che è stato spalmato su ogni superficie di edifici, mura, scalinate, archi e rocce. Riunisce in sé i tratti marcati dell’insediamento primitivo pugliese denso di abitazioni addossate l’una sull’altra, con vicoli e cunicoli; del borgo medievale fortificato, con archi, torrette, mura e la cui posizione rialzata regala scorci notevoli verso un mare limpido e una verde pianura; del centro nobiliare decorato in stile barocco e rococò, con soluzioni raffinate ed eleganti ed infine dell’espansione ottocentesca, con piazze e strade più grandi, luminose e “importanti”. Passeggiare per le vie ombrose e fresche, spazzate da questo vento balcanico che giunge qui dopo aver messo in agitazione il mare e di cui ne trasporta l’odore, in una luminosissima giornata di metà giugno, è una esperienza davvero piacevole.

Torno sulla litoranea, che coincide con l’Appia Antica, poi seguo la diramazione segnalata come provinciale 90 e mi trovo a ridosso della riva. Il mare è molto agitato e gli schizzi dei cavalloni che si infrangono su rocce e scogli mi raggiungono frequentemente mentre pedalo. Il vento forte mi ha rallentato parecchio oggi e non è possibile superare i 10 km/h. Tempo avverso per turismo e operatori del settore, con le acque che raggiungono gli ombrelloni erodendo la coltre sabbiosa delle spiagge. Con Egnazia, antica città messapica e romana, affiancata da un’area archeologica, termina ufficialmente il Salento. 

Dopo soli 58 km mi fermo per la notte. Mi sento improvvisamente molto stanco ma, ignaro, attribuisco questo brusco e sospetto calo verticale allo sforzo prolungato dell’odierna pedalata controvento. Quando mi corico dopo la cena, però, sono in preda a tremori e un senso di spossatezza che, per il momento, verranno superati con una buona dormita.

Monopoli mi piace da subito e molto, con quel dedalo di stradine aggrovigliate che, attraverso la vecchia porta romana, conducono allo splendido bacino naturale protetto dai venti su cui sorge il Porto Vecchio, il centro d’irraggiamento da cui cominciò l’espansione della città messapica durante il V secolo a.C. Durante il periodo romano la città si doto’ di torri e corpi di guardia che, assieme alle mura messapiche, furono inglobate nel Castello Carlo V, costituito nel XVI secolo durante la dominazione spagnola in località Punta Penna, a nord del centro storico.

Di Polignano individuo due volti, molto diversi l’uno dall’altro: il primo che incontro, provenendo da sud, corrisponde ad un fitto reticolo di dritte vie ortogonali ma ondulate, piuttosto esteso e via via più piacevole e interessante con il progredire verso l’interno, il secondo è rappresentato dal borgo fortificato, arroccato spettacolarmente sul mare, nel punto in cui le rocce su cui sorgono le abitazioni formano uno strapiombo verticale, una parete che contiene grotte e cavità naturali. Il mare ancora abbastanza agitato, scontrandosi contro quella parete inespugnabile, genera fragorose esplosioni di schiuma. 

A nord di Polignano, invece, la ben conservata campagna, nel tratto più prossimo alla costa, ospita una grande quantità di costruzioni in pietra che mi sembra costituiscano l’incrocio fra il trullo e la casedda. Sorgono sparpagliate in modo tale che ad ognuna sia assegnato un lotto di terra fertile. Intuisco allora quanto il trullo tipico, quello di Alberobello per intenderci, sia solo una sorta di fotogramma “congelato” del film sull’evoluzione di questa struttura, che invece poteva variare continuamente in base all’uso, alle necessità e alla zona, ibridandosi, se necessario, con tipologie diverse di costruzioni e modellandosi sull’uso vivo che se ne faceva. 

Le mie condizioni fisiche, intanto, tornano a peggiorare e, quando raggiungo Bari, la visito in modo affrettato. La città medievale, comunque, sembra decisamente interessante ma anche quella relativa allo sviluppo ottocentesco non delude. Dopo 81 km arrivo a Giovinazzo e ho fretta di sistemarmi in un campeggio che, come scoprirò con estremo disappunto il giorno dopo, è privo di alberi, e quindi ombra, su un gran numero di piazzole: alle ore 6:45 del 20 giugno la tenda è già surriscaldata per via dell’effetto diretto dei raggi solari e non posso più dormire.

Le difficoltà che incontro a fare colazione, nonostante ieri non abbia neanche cenato, chiariscono inequivocabilmente che ho dei problemi allo stomaco, uniti al senso di spossatezza, alla nausea e alla febbricitante stanchezza che mi pervadono. In più è tornato il caldo forte e sembra ancora maggiore dell’ondata precedente. L’obiettivo è raggiungere Foggia dove andare a trovare dei parenti e riposare un po’, ma questa traversata mi costerà cara perché, dei 109 km percorsi in data 20 giugno, almeno la metà sono collocati nell’entroterra infuocato e assolato. Ogni fontana quindi mi dà la possibilità di rinfrescarmi e bagnare completamente la testa e il cappello, che diventa un refrigeratore per tutto il tempo in cui resta umido; ogni albero mi offre l’occasione per una pausa all’ombra della durata di qualche minuto durante la quale smaltisco parte del calore accumulato. Fino alla meta finale, raggiunta con una prova di caparbietà e ostinazione che spero di non avere più necessità di ripetere per molto tempo ancora e che non auguro a nessuno di dover dimostrare…

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#CiclogiroItalia2017 – 14/16 giugno: da Alliste a Lecce

Caldo aggressivo già dalle prime ore del mattino. L’anticiclone africano, il nuovo protagonista delle estati europee da circa un quindicennio pur nell’ignoranza generale, è giunto a farci visita scalzando l’azzorriano, ormai indebolito e passato di moda. Eppure le rare Fiat 500 che mi superano, 50 anni ben portati, sembrano non patire più di tanto la canicola. Le sento arrivare da lontano, le riconosco dallo sferragliare del glorioso bicilindrico raffreddato ad aria, mi superano con i deflettori spalancati a 90 gradi; essenziali, leggere ed agili avanzano per questa litoranea rovente e pietrosa senza grossi affanni. L’odore di bruciato, se non proviene dai freni dei grossi SUV impacciati e sotto sforzo, con le ventole di raffreddamento che girano al massimo, è quello delle ristoppie a cui i contadini danno disinvoltamente fuoco.

Il mare, presenza costante a pochi metri sulla destra, è l’indiscusso protagonista. Il suo profumo satura l’aria, invade narici, polmoni, si appiccica sulla pelle che diventa salata; il suo respiro lento e profondo si manifesta nello sciabordio delle onde contro gli scogli e in una brezza lieve e fresca. Fra il nastro d’asfalto e l’immensa massa d’acqua blu si dispiega lo spazio per la terra rossastra dei campi, il verde intenso degli orti e dei fichi d’india, il grigio degli onnipresenti muri a secco. 

A Santa Maria di Leuca, estremità inferiore del tacco dello Stivale, ammiro le belle ville ottocentesche mentre, poco fuori dall’abitato, in posizione elevata, sorge La Basilica-Santuario di “Santa Maria de finibus terrae”, che subì ripetuti assalti da parte dei pirati e conseguenti danneggiamenti; vicino al suo altare è conservata una porzione superstite di una tela che ritrae la Madonna ed il Bambino, miracolosamente scampata all’incendio appiccato dagli invasori. Il caldo, intanto, raggiunge vette decisamente elevate ed inedite in questo cicloviaggio. Dopo Leuca la costa si movimentato diventando alta, bella, rocciosa e frastagliata; la bollente provinciale scorre nella rada pineta fra sassi e costruzioni primitive, in tutte le possibili varianti; la presenza dei muri a secco è continua ed ossessiva: sono costruiti anche lungo i declivi più scoscesi, a delimitare fino all’ultimo metro proprietà che, a giudicare dall’intreccio che vedo, avranno costituito motivo di chissà quanti litigi, diatribe se non addirittura faide!

Santa Cesarea Terme conserva nella Villa Sticchi, costruita per volontà del primo concessionario delle terme, un esempio dello stile moresco dalle origini islamiche radicatosi nei secoli XI-XV nel Mediterraneo occidentale e diffuso nell’Ottocento nelle località balneari del Salento. Purtroppo non manca il pugno in un occhio, assicurato dalla presenza di una piscina ormai in disuso installata fra le pareti verticali di roccia sul mare, poco più in là. Un autentico ecomostro di cui auspicare la demolizione al più presto. Meglio non chiedersi a cosa serva, poi, una vasca da bagno gigante, così appare se osservata da una certa distanza, collocata fra le acque particolarmente limpide del mare…

La costa è comunque superlativa. Falesie, declivi rocciosi, grotte naturali, pendenze vertiginose su cui crescono gli ulivi che riescono a piantare radici in piccoli fazzoletti di terra delimitati dai sassi, fichi d’india ovunque. Quando manca poco ad Otranto, il litorale subisce una metamorfosi istantanea, diventando una grande pianura che termina con uno strapiombo sul mare, un paesaggio irlandese nel cuore del Mediterraneo, solo più arido e caldo, ma ugualmente spettacolare.

Dopo 94 km mi sistemo ad Otranto, il comune più orientale d’Italia, un lembo di terraferma fortificato che si sporge sulle acque, fitto di costruzioni antiche fra cui spiccano il Castello Aragonese e la Cattedrale, sulla cui piazza prospiciente, ad un’altezza di alcuni metri dal suolo, le rondini si dispiegano in un volo circolare gioioso e rumoroso. La cittadina è graziosa, perfetta per il turismo odierno attratto dai prodotti tipici e dagli scorci pittoreschi a portata di mano, fruibili con immediatezza e senza scarpinare troppo; tuttavia per ora gli eccessi del sovrappopolamento vacanziero sono ancora lontani e la passeggiata è godibile.

Cielo lattiginoso, colori smorti, sensazione di afa accentuata, l’Africa sahariana, dopo aver fatto il carico di umidità dal mare, ha piazzato le tende sulle nostre teste e non intende abbandonare facilmente le terre conquistate. Per fortuna si attiva la brezza dal mare, ancora fresco, che mi aiuta a mantenere un precario equilibrio fra la velocità di crociera e lo sforzo: cerco di ottenere il massimo dal minimo, dosando la spinta sui pedali per non sudare troppo. Affianco i Laghi Alimini sulla sinistra e la Baia dei Turchi a destra, luogo dove, come la leggenda racconta, sbarcarono i turchi per cominciare il lungo assedio ad Otranto. 

Costa sempre notevole, con boschetti e pinete a ridosso del mare, alcune falesie e isolotti. Mi bagno nelle splendide acque interne alla Grotta della Poesia, una cavità di origine naturale aperta a sud dell’insenatura meridionale del promontorio di Roca. Una fessurazione conduce ad un complesso di tre grotte carsiche tra loro comunicanti attraverso sifoni, cunicoli e gallerie. Il “monumento” riveste anche un’importanza archeologica, in quanto sulle pareti si trovano centinaia di testimonianze epigrafiche, con incisioni riferibili all’età preistorica, messapica e latina. Acque limpide e fresche, panorama suggestivo, bagno che non scorderò.

Fino a Torre Specchia si susseguono falesie di roccia calcarea, spiaggette e isolotti; una volta raggiunto l’agglomerato abbandono la costa e penetro nell’entroterra seguendo le indicazioni per Acaya, direzione Lecce. Mi ritrovo in breve circondato da chilometri di uliveti, con i filari ordinati degli alberi che si perdono a vista d’occhio interrotti solo da qualche primitiva costruzione in pietra. Il canto delle cicale impazzite per via del sole feroce raggiunge volumi da discoteca, sovrasta il rombo delle poche vetture che percorrono la statale semideserta, alla fine è l’unico segnale di vita nell’immobilita’ arroventata che mi circonda. I paesi che attraverso non registrano tracce di attività umane, ma ostentano nella piazza principale con un certo orgoglio il cartello che segnala la disponibilità della connessione WI-FI gratuita in tutto il comune.

Acaya, ad una dozzina di chilometri da Lecce, vale quasi quanto la toscana Monteriggioni. È un esempio di borgo fortificato a pianta ortogonale, con un castello e una porta principale di accesso; assunse questo nome quando Giovanni Giacomo dell’Acaya, “regio ingegnere militare” di Carlo d’Asburgo e alla cui famiglia era stato concesso il feudo tre secoli prima con il nome di Segine, decise di costruirvi le mura e scavare il fossato attorno al castello già edificato durante il governo del padre. La Valle della Cupa, area perlopiù pianeggiante e fertile che si estende intorno a Lecce, include numerose masserie, anche abbandonate, è cappelle votive; cave di tufo e affioramenti di roccia nei campi, che ho riscontrato frequentemente in Puglia.

Nel tardo pomeriggio raggiungo il capoluogo dopo 53 km, con l’intenzione di rimanere per visitarlo il giorno successivo.

L’appellativo per Lecce di “Firenze del Sud”, anche se un po’ iperbolico, è comunque giustificato, anche se trovo più affinità con la “Firenze dell’Elba”, come veniva chiamata la città tedesca di Dresda fino al 1945, prima che una sola notte di criminali e devastanti bombardamenti aerei la distruggesse a guerra quasi conclusa. Il barocco leccese, diffusosi nel Salento fra il Seicento e il Settecento, utilizzava una pietra locale di tipo calcareo, tenera e quindi adatta alla lavorazione con lo scalpellino, dai toni caldi e dorati. Infatti Lecce non è bianca come altri notevoli centri salentini che ho esplorato, ma tende ad un giallo oro tenue che risalta particolarmente al tramonto. Barocco ma anche rococò, raffinati e leggeri, adornano con ricchezza estrema di dettagli le facciate di alcuni monumenti, fra i quali: il Duomo e il Seminario, affacciati sulla medesima piazza ampia e scenografica che, collocata in un’urbanistica più raccolta e compatta, realizza una rottura che genera stupore ed incanto quando vi si accede; la Basilica di Santa Croce, in fase di restauro e nascosta dalle impalcature, e il vicino, notevole palazzo del governo; le numerosissime chiese che si incontrano in ogni angolo o piazzetta e le facciate di palazzi nobiliari sparsi ovunque per il nucleo storico.

La mia passeggiata comincia dopo le 17, non appena la morsa del sole inizia ad allentarsi e scompare progressivamente quel senso di apnea, di attesa per il ritorno alla vita in strada. Apprezzo le proporzioni degli edifici, le volumetrie contenute e il rapporto fra la larghezza delle strade e l’altezza delle costruzioni, uniforme per tutto il centro. Le vie lastricate in pietra, come ho notato in molti altri borghi del meridione, sono molto lucide, come se vi fosse stata passata la cera. Si tingono dei colori provenienti dall’ambiente circostante e permettono quasi agli edifici di specchiarsi sulla loro superficie, generando un effetto simile alla traslucenza, che si manifesta quanto si vede attraverso un liquido cosa c’è sotto. Ecco, gli edifici specchiati rappresentano una seconda città capovolta e riflessa su queste vie dall’andamento irregolare, curvilineo come il corpo di un serpente. 

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#CiclogiroItalia2017 – 11/13 giugno: da Matera ad Alliste (Salento)

Salutata la Città dei Sassi, affronto gli spazi infiniti della Murgia Materana, un mare dorato di spighe scosse dalle sostenute raffiche di vento che rallentano la mia andatura. L’ingresso in Puglia non introduce particolari novità nel paesaggio appena ondulato in cui si susseguono alcuni centri abitati. Il primo avvistamento con i trulli avviene a meno di una decina di chilometri da Mottola: l’esemplare è collocato nei pressi di una grande e pregevole masseria abbandonata, caratterizzata da elementi che richiamano quelli di un castello medievale, a partire dalle proporzioni, passando per le merlature, la presenza di una chiesa e di una torre.

Oltre Mottola l’altopiano degrada lentamente verso il mare e con esso il lungo rettilineo perpendicolare alla costa da cui avvisto il Golfo di Taranto e le alte ciminiere dell’enorme stabilimento dell’Ilva. Mi immetto sulla statale 7 fino a Massafra il cui tracciato coincide con quello che fu ben più famoso e prestigioso, anche se ormai quasi dimenticato, di un’altra strada: l’Appia antica, che collegava Roma con Brindisi al tempo dei romani. Questo è un territorio di gravine e civiltà rupestri che, proprio come a Matera, sfruttavano le grotte naturali lungo le pareti dei solchi tellurici per realizzare abitazioni e luoghi di culto. Massafra, costruita a ridosso di un’altra gravina, trae origine da questa attitudine abitativa. Rocce ed edifici formano un tutt’uno, con i secondi che incarnano la naturale prosecuzione delle prime verso l’alto; osservo questo dalla stretta strada che conduce al centro storico, delimitata lateralmente da pareti di roccia intonacate di bianco su cui sorgono le case. Simile ad una caverna di ghiaccio, priva però della volta.

Più avanti registro il ritorno in grande stile dei muri a secco, come quelli incontrati nel ragusano, nelle terre del Gattopardo. Delimitano con geometrie regolari appezzamenti di terreno in cui vegetano esemplari di ulivi che, a giudicare dal diametro dei tronchi e dalle nodosità pronunciate, sono probabilmente secolari. Un netto cambio di direzione verso il nord, con destinazione Alberobello, mi pone dinanzi alla salita per l’altopiano della Murgia Tarantina, dalla cui sommità si può godere della vista sul Golfo della città.

Il paesaggio, con il procedere dei chilometri, si rivela progressivamente nelle sue componenti fondamentali svelando così l’anima più autentica e antica della Puglia. I grandi lotti agricoli, delimitati da muri a secco alti fino a 1,50 metri le cui buone condizioni testimoniano l’utilizzo mai cessato da parte della popolazione delle aree rurali, non si sono modificati nel tempo e ancora oggi ospitano trulli e masserie. Il trullo, evoluzione in muratura della primitiva capanna, in greco tardo significa “cupola”, realizzata con il sistema della “tolos”, mettendo cioè uno sull’altro in cerchi concentrici tante file di pietre, con quelle di sopra sempre un pochino più sporgenti sulla fila di sotto. In cima al cono del tetto è collocato un pennacchio che può assumere varie forme e dona slancio alla struttura. Le vicine masserie, di un bianco accecante, mi ricordano gigantesche costruzioni di ghiaccio dalle forme tondeggianti e i tetti grigi di pietra. Osservo sassi e roccia ovunque, affioranti direttamente dai terreni e primo materiale di costruzione alternarsi con i cilindri di fieno che riposano lungo le praterie declinanti; con le greggi, dai cavalli ai bovini, che brucano, anche nel sottobosco pietroso; con gli ulivi e le colture. Agricoltura e pastorizia sono gli elementi predominanti di questo contesto che mantiene però, evidente, un rapporto con la pietra che sa decisamente di preistoria, di ancestrale, e che raggiunge il culmine con i trulli, vere e proprie capanne primitive evolute. Ad Alberobello si conclude questa tappa lunga 96 km.

La visita alla cittadina purtroppo conferma i miei timori e cioè che l’architettura moderna prima e il turismo di massa dopo l’abbiano trasformata in una sorta di luna-park, una disneyland piena di negozi di cibo e souvenir, cancellando quasi totalmente lo spirito originario del luogo che ieri, sull’altopiano, ho autenticamente respirato. Il Rione Monti contiene centinaia di Trulli ed è stato definito Patrimonio dell’Umanità entrando così nella lista UNESCO, ma quasi ogni capanna è addobbata di mercanzia varia, trasformata in ristorante oppure micro-museo; fastidiosi poi sono i cartelli che, come slogan, recitano frasi come “il trullo con pavimentazione originale del ‘700” oppure “trullo panoramico” e via dicendo. Pare il villaggio dei Puffi. Di questi edifici molto simili gli uni agli altri e interessanti soprattutto se inseriti in un contesto intatto e credibile, ma non ritengo per la loro architettura elementare per quanto intelligente, segnalo il Sovrano, chiamato così perché è l’unico a disporre di un piano rialzato, raggiungibile attraverso una scala in muratura dall’interno e tra i primi ad avere visto l’impiego della malta nella propria costruzione.

Lascio Alberobello senza troppi rimpianti ed affronto la Valle d’Itria, i suoi boschi, la macchia mediterranea, gli uliveti, le distese di ciliegi ed il suolo di un colore marrone acceso, tendente al rossastro. In qualsiasi direzione volga lo sguardo, rilevo un territorio punteggiato dal bianco dei trulli, che qui riescono a suscitare incanto per la forma, il colore e qualcosa di meno evidente ma funzionale, ossia il legame con la terra, rudimentale ma autentico e ancestrale.

Locorotondo è un gioiello nel cuore della valle; il suo centro storico un tempo fortificato da mura e torrioni custodisce antichi palazzi colore della calce, piazzette suggestive, strette viuzze che seguono l’andamento circolare della collina, e scorci preziosi sul paesaggio sottostante. La successiva Martina Franca, con i suoi 50.000 abitanti, vince però qualsiasi confronto. Con la sua architettura rococò più spiccata che in qualsiasi altra città meridionale, esprime grazia, eleganza e libertà dalle preoccupazioni, dalla pesantezza, risultando anche gioiosa. Moltissimi dunque i palazzi signorili risalenti al XVIII secolo, in cui lo stile delle facciate è in sintonia con i valori a cui si ispirava l’aristocrazia dell’epoca. Dopo 107 km, di cui 80 circa percorsi nel solo pomeriggio, mi sistemo a Torre Lapillo, una località sulla costa appartenente al comune di Porto Cesareo.

Procedo verso sud con il mare alla mia destra. Fa molto caldo ma oggi la bicicletta è forse la scelta migliore: nessuna salita importante in vista, una pedalata leggera e agile, mentre la ventilazione data dalla velocità di crociera aiuta a smaltire il calore prodotto. A piedi non sarebbe ugualmente piacevole mentre in auto bisognerebbe sopportare il disagio dovuto all’abitacolo surriscaldato prima che l’intervento del condizionatore lo rinfreschi e in ogni caso si rimarrebbe isolati. Sul litorale sorgono in coincidenza dei promontori torri di guardia contro i pirati saraceni, la maggior parte delle quali è realizzata in muratura con forme squadrate, merlature ed una scala di dimensioni importanti che introduce al portone d’ingresso; in pratica dei piccoli bastioni in grado di ospitare pezzi di artiglieria pesante.

Nei campi alla mia sinistra, invece, sono frequenti delle costruzioni in pietra che si discostano parzialmente dai trulli innanzitutto per la pianta, in quanto non è esclusivamente a base quadrata ma può avere angoli molto arrotondati oppure forma circolare; composti da uno o due cilindri sovrapposti, presentano raggio decrescente salendo di livello e muri lievemente inclinati verso il centro. Privi d’intonaco e con un diametro alla base piuttosto ampio se rapportato all’altezza complessiva, appaiono tozzi e poco slanciati. Delle scalette esterne di pietra consentono di raggiungere il piano superiore. A seconda del luogo in cui si trovano, possono prendere il nome di furnieddhi, pajari oppure caseddu.

La provinciale 286 penetra nel perimetro del Parco Naturale Regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano, 300 ettari di pineta e 7 km di costa alta e incontaminata, disseminata di torri costiere, grotte e ripari naturali frequentati fin dal Paleolitico. Segnalo la baia di Uluzzo su cui svetta la torre, la cava messapica di blocchi monolitici e la baia di Portoselvaggio. Queste sono zone messapiche, dal nome dato all’area (Messapia) compresa fra le province di Lecce, Brindisi ed in parte Taranto, su cui si stanzio’ a partire dall’VIII secolo a.C. una popolazione di origine illirica, proveniente cioè dai Balcani, assorbita successivamente da Roma ma che mantenne comunque caratteristiche proprie.

Gallipoli vecchia, sviluppatasi su un’isola collegata alla terraferma da un ponte seicentesco, ha l’atmosfera della tipica località di mare. Una cittadina densa di abitazioni, alcune semplici, altre barocche, collegate da fresche viuzze in cui è difficile comunque perdersi, perché si raggiunge velocemente il perimetro dell’abitato, di alcuni metri elevato sulle acque, oppure si incontra la Cattedrale, che sorge al centro e nel punto più alto dell’isola. Realizzata a partire dal 1629, nel 1696 fu completata la ricca facciata barocca, mentre l’interno, con le 12 colonne doriche che separano la navata centrale dalle due laterali, è una vera e propria esposizione di numerosi grandi dipinti realizzati da vari pittori.

Dopo 70 km finisco in un “accampamento rurale” all’interno di un uliveto e monto la tenda vicino ad un caseddu, in località Alliste.

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