L’istante prima del disgelo

La piacevole corsa di stamattina fra i campi ancora innevati ha fatto riemergere nella mia memoria il ricordo sopito di una lettura risalente a qualche decade fa, tratta dal “sussidiario”, il libro che riunisce tutte le materie di studio alle elementari e su cui l’insegnante si appoggia per le lezioni in aula. Il brano raccontava gli ultimi istanti dell’inverno attraverso la descrizione di un candido paesaggio ricoperto dalla neve fresca accumulatasi durante la tempesta notturna, colto negli attimi che precedono l’alba di un giorno particolare, quello in cui la vecchia stagione, dopo l’ultimo sussulto, cederà improvvisamente il passo alla primavera che incombe.  Con uno stile narrativo capace di catturare l’atmosfera immobile e intatta del luogo, ritratto con ricchezza di particolari nel suo immacolato biancore, l’autore dilatava il tempo, indugiando sulla linea degli eventi alla ricerca del momento preciso in cui i raggi del sole avrebbero cominciato a riscaldare le superfici congelate, fondendo progressivamente la neve e producendo l’inequivocabile canto delle grondaie, a cui sarebbe seguito, entro poche ore, un riscaldamento più vigoroso, proprio della nuova stagione, che avrebbe in breve cancellato ogni traccia dell’inverno facendo scempio del bianco manto.

Il paesaggio visto questa mattina non era esattamente intonso e suggestivo come quello descritto nel brano e la neve residua, caduta l’altro ieri, aveva la consistenza della granita, imbibita della pioggia successivamente caduta e agonizzante per l’incremento consistente della temperatura, ma ho comunque rilevato delle analogie. Mi sono sorpreso, dopo alcuni chilometri di corsa, quando ho riconosciuto le prime tracce della primavera proprio in quel biancore diffuso e intriso d’acqua da cui emergevano ampie chiazze d’erba, d’un verde rinnovato dopo due mesi di secco e di oscurità; nel rigore termico attutito dai venti di libeccio che, spirando, hanno eroso il “cuscino” freddo padano addolcendo la temperatura; negli ampi squarci di sereno fra le nuvole, grazie ai quali ho potuto tornare ad apprezzare la luminosità che, a febbraio, inizia a crescere in modo tangibile. Se la vista e il tatto, stimolato dall’aria frizzante ma non fredda sulla pelle, sono stati sollecitati, per quanto riguarda l’olfatto si può parlare addirittura di un vero risveglio, avvenuto quando, in prossimità di due pini collocati a distanza ravvicinata l’uno dall’altro e davanti ai quali sono transitato senza avvertire nulla per tutto l’inverno, sono stato raggiunto dalla loro gradevolissima essenza che si manifestava intensamente su tutta l’area circostante, e che ho considerato la prova della conclusione del letargo per i due “compari” sempreverdi. Infine, l’udito mi ha dato la conferma definitiva, con quei cinguettii allegri che contrastavano apertamente con la neve ancora a terra.

 

 

 

 

 

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Il metronomo del pensiero

Nelle ultime settimane mi sono dedicato in più occasioni a lunghe camminate di quattro o cinque ore, percorrendo almeno 20 chilometri in ciascuna e scoprendo una dimensione mai approfondita abbastanza in passato, avendo sempre preferito giri in bicicletta anche di molti giorni. Temevo che mi sarei annoiato a causa della velocità troppo contenuta ed invece, per vari motivi, alcuni dei quali legati all’interiorità e all’approccio, altri ai luoghi attraversati, non è stato affatto così. Decisiva per la riuscita credo sia stata la condizione mentale che in parte si prepara e in parte si guadagna, spontaneamente, con l’incrementarsi dei chilometri percorsi: di mio ci ho messo la capacità di non pensare alla lunghezza del tracciato per non scoraggiarmi prima ancora di partire e per non avere fretta di finire, e ciò ha alleggerito lo spirito; la strada, invece, ha contribuito agendo direttamente sul cervello e in questo risiede l’aspetto “magico” della faccenda. Gambe e materia grigia sono infatti collegati ed una buona andatura, proprio come una respirazione ben eseguita, influisce grazie al ritmo regolare sulle condizioni mentali e sui pensieri, come se un metronomo li regolasse . Dunque camminare è anche una ottima palestra per la mente: i pensieri associativi automatici si placano e quel frullare continuo e frammentario di idee, scomparendo, si rivela per quello che è: rumore, spazzatura. Al posto di tutto questo, la mente finalmente libera inizia a partorire riflessioni profonde, a rievocare ricordi sopiti, a rivivere sensazioni date per disperse e a concedere scampoli di preziosa creatività. Lo stato di grazia, nel mio caso, inizia a manifestarsi dopo dodici o tredici chilometri dalla partenza, in modo del tutto naturale; cambia anche l’umore perché la fatica smussa le asperità del carattere e allenta le tensioni: in pratica, torna il buonumore e con esso salgono, paradossalmente, le energie. Avevo già notato lo stesso effetto al termine di una giornata trascorsa in bici: anche se la stanchezza fisica era tangibile, le mie percezioni risultavano aumentate, così come la brillantezza dell’intelletto e l’allegria.
Dei tre centri di cui siamo composti, dunque, il camminare ne fa lavorare sicuramente almeno due, contribuendo così a grattare via lo strato di ruggine esistenziale che, accumulandosi, ne compromette il corretto funzionamento: quello fisico che si identifica con il corpo e quello mentale; inoltre ne evidenzia lo stretto legame e quindi l’influenza vicendevole che uno esercita sull’altro. In seconda battuta l’attività fisica sollecita anche il terzo centro, quello emotivo, o del sentimento, grazie ai pensieri più nitidi e rivelatori o, se si è fortunati, alle emozioni che la bellezza dei luoghi attraversati procura. È quello che sicuramente ho vissuto oggi pomeriggio, percorrendo 21 splendidi chilometri nel Parco Regionale “La Mandria” e negli immediati dintorni. Buon cammino.

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Lungo il confine, pensieri in cammino

Foto di repertorio, perché le foto che fa il Nokia 3310 che porto con me non si possono definire tali e quindi non ne ho fatte.

Lunghe passeggiate in questo periodo natalizio trascorso a Torino, occasioni di trekking urbano per conoscere la città da un punto di osservazione diverso. Aria abbastanza pulita grazie al favonio, il vento che spira da nord, nord – ovest, e che, incanalandosi nelle strette valli alpine, per effetto della compressione si surriscalda. In conseguenza di ciò, mentre i versanti montuosi al di là delle creste di confine si ammantano di uno spesso strato di neve, al di qua è quasi primavera in questi primi giorni del nuovo anno.

Meta odierna è l’area fluviale ad est del vasto agglomerato urbano, raggiunta dopo interminabili chilometri percorsi a piedi fiancheggiando arterie trafficate su cui si affacciano esercizi commerciali, capannoni industriali e piazzali lasciati in disuso, colonizzati da una vegetazione prolifica ed intricata. Le centinaia di luci rosse che si addensano in fondo al lunghissimo rettilineo, tanto numerose quanti sono i fari posteriori delle auto ferme nei pressi dell’incrocio semaforizzato, segnano la fine del mio peregrinare per questo non-luogo: il tragitto fin qui si è rivelato anche peggiore del previsto. Svolto a destra senza indugiare, camminando a passo svelto lungo il ponte sul torrente Stura di Lanzo e gettando lo sguardo oltre il parapetto di metallo, verso le acque azzurre che riflettono il blu del cielo tipico delle belle giornate d’inverno nelle regioni sub-alpine. Ai margini e sugli isolotti di terra che sorgono sul largo letto pietroso, alberi ed arbusti trattengono con i rami il lascito delle piene passate, regalando l’immagine oscena e desolante di migliaia di buste di plastica appese, penzolanti come panni stesi al sole.

Alcune centinaia di metri più avanti il torrente si immette nel Po, nel punto in cui il grande fiume curva provvisoriamente verso est disegnando un’ampia ansa; l’alveo subisce quindi un’ulteriore espansione e le rive si allontanano, ma nonostante le enormi forze in gioco l’unione dei due differenti flussi avviene con tranquillità, senza impeto nè fragore. Ammiro il panorama fluviale dalle rive del Parco della Confluenza, vasta area verde e rifugio naturale dall’inferno di lamiere, asfalto, polvere e rumori. Silenzio ovattato, piacevolmente interrotto dai canti degli uccelli e dal suono rilassante delle foglie secche che calpesto. Dopo la visione delle plastiche rimaste impigliate nei rami, adesso per compensazione è il turno dell’avifauna: sulla superficie appena ondulata si posano stormi di uccelli, soprattutto gabbiani, regalando a me, osservatore terrestre, una scena molto suggestiva che si pone in netta contrapposizione con la precedente. Mi chiedo spesso come si stato possibile arrivare fino a questo punto.

Il “nostro” modello di sviluppo, insensato ed autodistruttivo, si è affermato senza incontrare grossi ostacoli, principalmente per insipienza ed ignoranza da parte della popolazione. Ossia per mancanza di informazione e di conoscenza approfondita, unita all’attitudine a vivere con i paraocchi per non vedere gli errori commessi e non accorgersi dell’inconsistenza delle premesse su cui si fondano le nostre stesse esistenze. Il potenziale sgretolarsi delle certezze è stato considerato, e lo è tutt’ora, un evento nefasto da evitare a tutti i costi; eppure solo l’esercizio del dubbio sistematico può salvare la società dalla catastrofe.

Proseguo sul tratto sterrato che forma un lungo viale alberato ed entro nel Parco della Colletta, mentre alla mia sinistra le acque scorrono placidamente, accennando lievissime increspature superficiali: se non le vedessi, riterrei di trovarmi davanti ad uno specchio. Le sponde, su cui si è sviluppata una boscaglia che dà riparo ai volatili, distano l’una dall’altra alcune decine di metri: una trentina, o forse di più. I prati sono ricoperti da una pacciamatura naturale di foglie, quelle che, cadendo, hanno lasciato le chiome degli alberi spoglie, ora dai profili scuri, contorti, misteriosi, protesi verso il cielo alla continua ricerca della luce. La natura è addormentata, il letargo invernale sarà ancora lungo ed il luogo trasmette una sensazione pronunciata di pace.

Sono quasi le ore 17 e l’Ovest, in direzione della catena alpina, si incendia proprio al di sopra delle sagome appuntite dei monti: è in corso uno splendido tramonto infuocato la cui intensità cromatica è esacerbata dalla relativa purezza dell’aria ripulita dal vento. Il Po riflette lo spettacolo che accade nel cielo assumendo infinite sfumature di rosso, arancione, violetto. Il profilo affusolato della Mole Antonelliana, puntellato da tante piccole luci natalizie, fa da contraltare alla massa imponente dei rilievi montuosi che abbracciano la pianura su tre lati e, più in basso, la città pulsante che non si ferma mai si prepara al crepuscolo attivando l’illuminazione artificiale.

All’altezza di Corso Belgio le acque limacciose della Dora Riparia confluiscono in quelle del grande fiume. Scorrono rapide verso la meta ma, dopo che i due flussi sono entrati in contatto, non si mescolano subito e rimane visibile, per alcune decine di metri, la differente colorazione, argento per la Dora e verde per il Po, resa evidente dalla presenza di una netta linea di demarcazione. L’area naturale che sto attraversando, intanto, si restringe affiancando Corso Casale; emerge con chiarezza il contrasto fra la natura addormentata ed il trambusto della città. Sto camminando lungo lo stretto confine fra due mondi antitetici che non hanno quasi più nulla in comune: da un lato il rombo dei motori, il traffico isterico, la strada e i suoi miasmi, il cemento, poca vita (e mi chiedo retoricamente che ruolo ricoprano le persone in tutto questo: lo guidano o ne sono guidate?); dall’altro l’elemento naturale che, nonostante tutto, segue le proprie armoniose leggi, prosperando ogni volta che gli si concede un’opportunità, come dimostrano quei gabbiani che volano in formazione ad un metro d’altezza dall’acqua con movimento gioioso e vitale. In lontananza, intanto, le luci della bella Piazza Vittorio filtrano attraverso le spoglie fronde degli alberi.

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Punti di vista

“Tende pendenti” a Volterra con elegante e raffinato sistema di asciugatura dei panni. La fotocamera usata aveva l’obiettivo digitale (ossia con evidente ditata impressa sul vetro). Anno Domini 2009.

Per comprendere davvero una situazione, è necessario assumere un punto di vista esterno, sospendendo l’atteggiamento comune di eccessiva identificazione di sè con l’oggetto osservato: rimuovendo cioè tutti quei legami e significati soggettivi che attribuiamo in modo odiosamente arbitrario alle cose. Solo in questo modo si progredisce realmente; quando si valuta esteriormente si è costretti a prendere atto dell’esistenza di una realtà oggettiva, per quanto mutevole e potenzialmente sconfortante. Praticare un simile esercizio è difficile ma, dopo esserci riusciti, tutto diventa molto più chiaro ed inequivocabile.

Una dozzina di anni fa, ad esempio, ho provato per la prima volta a muovermi in città con la bicicletta; il motivo fu probabilmente dovuto a circostanze esterne alla mia volontà anche se, nel momento in cui montai in sella e arrischiai la pelle in mezzo al traffico automobilistico, ero consapevole di compiere un piccolo gesto rivoluzionario, non immaginando ancora le conseguenze per la mia vita che sarebbero derivate da tale effimero cambio di prospettiva. Come dicevo, fu certamente un episodio imprevisto, ma per un giorno smisi di essere un giovane, nervoso automobilista insoddisfatto, e sperimentai una condizione nuova, giudicata spesso una prova d’incoscienza, se non perfino un atto suicida, da parte di coloro che si sentono assolutamente al sicuro nell’abitacolo della propria vettura.

Avevo aperto uno spiraglio e osservato la realtà da fuori. Ciò che vidi non mi piacque e, negli anni seguenti, ne ho tratto una lezione importante: e cioè che fino a quel momento, come tutti, mi ero lamentato del traffico e dello smog, ma mi sfuggivano le reali proporzioni del problema, la logica assurda che lo determinava e la sua assoluta insostenibilità; questo perché io, in quanto automobilista, ero stato fino ad allora parte del problema stesso. Nato e cresciuto in una grande città del Nord Italia, Torino, avevo interiorizzato lo stile di vita e le dinamiche relative alla mobilità tipiche della metropoli; tutto questo costituiva per me la normalità, era il mio mondo ed in quanto tale l’avevo accettato, almeno apparentemente. Eppure, non appena si presentò l’occasione, anche sotto forma di disagio (probabilmente l’auto era finita dal meccanico), inforcai la bicicletta infrangendo schemi e “regole”.

Da allora sono trascorsi anni nei quali quello spiraglio si è progressivamente allargato, attraverso fasi di ripensamento e di evoluzione; ho eletto la bicicletta a principale mezzo di trasporto urbano, ma quando ho tempo mi muovo anche a piedi oppure con i mezzi pubblici; ho intrapreso diversi cicloviaggi e acquistato una casa in campagna in cui vivere, perché le mie prospettive si sono ampliate più velocemente rispetto all’ambiente in cui sono cresciuto e che mi appare sempre più limitato, oltre che avviato verso un deterioramento generalizzato.

Naturalmente ci si può creare da soli l’opportunità di allontanarsi per un po’ dal sistema, sottraendosi alla sua tirannìa. E’ molto semplice concedersi una parentesi di libertà, dedicandosi ad attività che non richiedono consumo, spese, non generano stress e anzi ci ricaricano positivamente, anche se oggi siamo troppo abituati alla complessità e abbiamo perso la capacità di identificare ciò che è assolutamente semplice. Ad esempio, invece di deambulare come zombie in un centro commerciale per tutto il pomeriggio (sia che si tratti di uno dei troppi capannoni prefabbricati che hanno devastato le già desolanti periferie, oppure dei centri storici declassati a luoghi di consumo), perché non indossare un bel paio di scarpe comode, vestiti pratici, e dedicarsi a qualche ora di trekking urbano, girovagando senza meta, osservando tutto ciò che sta attorno, scoprendo posti nuovi e lasciandosi sorprendere? E’ tendenza diffusa andare a ricercare lontano, nei luoghi esotici più pubblicizzati, iperaffollati e costosi, ciò che potremmo trovare perfino nei dintorni di casa, se solo guardassimo con occhi diversi. Il meritato relax, quella temporanea pace con il mondo e con se stessi, non va necessariamente pagato acquistando una vacanza in un atollo sperduto: si può autoprodurre con costi nulli. Basta tornare a muoversi senza un obiettivo, imparare nuovamente ad agire senza uno scopo, un guadagno, un ritorno di qualsiasi tipo. Vagabondare, perdersi, passeggiare non perché ci si debba necessariamente spostare da un punto ad un altro, ma assumendo come unico fine il gesto in sè. E’ molto semplice: troppo forse, per il livello di complessità a cui siamo abituati, ma è così.

Questo è solo l’inizio comunque, perché si può fare molto di più, passo dopo passo (appunto). E’ assai probabile che coloro che hanno cominciato a sviluppare un po’ di distacco si sentano più curiosi e meno oppressi, e decidano di trascorrere le vacanze estive in modo nuovo. Costoro, invece di colmare all’inverosimile l’automobile di oggetti da cui ritengono di non potersi separare, e guidarla lungo autostrade pericolosamente trafficate fino al villaggio turistico o all’appartamento preso in affitto al mare o in montagna, preferiranno mettersi in cammino sulle proprie gambe, o in sella, o approfittando di ciò che rimane della rete di trasporto pubblico, portandosi dietro solo l’essenziale, sorretti nella scelta dalla necessità di essere leggeri per godere il più possibile dell’avventura e della scoperta. E così si riapproprieranno del concetto di essenziale, attraverso il quale potranno ridefinire che cosa è veramente il superfluo, dato che il primo costituirà il criterio con cui riportare alla luce il secondo; arriveranno alla conclusione che per vivere bene si ha bisogno di poco, molto meno di ciò che normalmente si possiede, e che quest’ultimo è fonte di distrazioni continue, spreco di tempo e di energie. Metabolizzeranno tali verità, le analizzeranno, modificheranno la prospettiva con cui hanno considerato per tutto questo tempo le esistenze proprie ed altrui; avvieranno un circolo virtuoso di riflessioni benefiche per sè e destabilizzanti per il sistema, arrivando addirittura a chiedersi: se i bisogni primari irrinunciabili sono soddisfatti con cibo, vestiti ed un riparo, e possedere troppo rappresenta un ostacolo al nostro benessere, che origine avranno mai tutte quelle “esigenze” sotto la cui pressione abbiamo agito per anni e che abbiamo tentato di appagare acquistando compulsivamente beni materiali di ogni sorta?

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Cultura e cambiamenti climatici: un incontro necessario non più procrastinabile

Fra attacchi alieni, olocausti nucleari, invasioni zombie, mutazioni genetiche, ribellioni delle macchine guidate dall’intelligenza artificiale, fantasiose congiunture negative dalle conseguenze mortali, le menti dei creativi hanno immaginato, attraverso svariate opere letterarie e cinematografiche, innumerevoli futuri distopici per l’umanità. Alcuni di essi, fondati su premesse irrealizzabili, sono serviti come fascinosa ambientazione per un certo tipo di storie, mentre altri, assai più plausibili (si pensi al rischio di annichilimento atomico vissuto negli anni della Guerra Fredda), si possono considerare come il tentativo di stimolare una riflessione ed una presa di coscienza da parte del pubblico su certe fondamentali questioni. Fortunatamente nessuna delle ipotesi suggerite si è avverata, perlomeno interamente, e l’umanità è più numerosa che mai, anche se non direi che stia prosperando; eppure, secondo quella che può apparire come una tragica ironia, l’unica possibilità che continua a non essere adeguatamente presa in esame da un punto di vista narrativo, potrebbe essere quella fatale: sto parlando della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici, i cui effetti si stanno manifestando con frequenza e intensità crescenti, generando altrettanto allarme.

Fatico davvero a trovare una spiegazione univoca a questo fenomeno di rimozione collettiva dalle coscienze di un pericolo così concreto; temo inoltre che stilare un elenco di possibili spiegazioni a questo strano caso di dissonanza cognitiva diffusa sia per me un’impresa eccessiva e, forse, non poi così utile. Quando sei sulla traiettoria di una freccia scagliata da lontano, sprechi attimi preziosi chiedendoti dove si trova l’arciere e perché ce l’ha con te, oppure con scatto felino provi a schivarla? La situazione in cui si trova l’intera umanità è molto simile a quella della probabile vittima del dardo, perché il tempo antecedente all’impatto sta per scadere: dopo aver ignorato per decenni (almeno quattro o cinque) le segnalazioni e gli avvisi, via via più frequenti e dai toni progressivamente più gravi, prodotti dalla comunità scientifica sui rischi a cui saremmo andati incontro se avessimo continuato a sostenere una crescita economica infinita in un sistema limitato di risorse come la Terra, siamo giunti alla resa dei conti.

Non c’è più tempo: urge ridurre sostanziosamente l’immissione di anidride carbonica in atmosfera e provare a sottrarre la parte in eccesso prima che il clima si surriscaldi eccessivamente, e l’ultima espressione non è una metafora purtroppo. E’ assai probabile che il pianeta diventi davvero invivibile nel giro di una generazione o due, e il riferimento all’invibilità non è un modo di dire. Quindi mi chiedo: è mai possibile che fior di letterati, intellettuali, musicisti, registi, attori di cinema e teatrali, pittori, in genere così sensibili, così attenti ai segnali che il mondo esterno offre, così intelligenti (da intelligere, cioè inter-legere, quindi mettere in relazione, legare, scoprire le connessioni presenti nella realtà), non abbiano ancora colto e raccontato, ognuno secondo la propria inclinazione e capacità di rappresentazione, la portata del rischio estremo verso cui ci stiamo muovendo con sbalorditiva, scellerata inconsapevolezza? E’ possibile che l’avvicinamento del grande pubblico ad un tema di così fondamentale importanza per la sopravvivenza di tutti sia prerogativa esclusiva degli scienziati e di qualche saggista, lasciati praticamente soli a combattere contro l’impenetrabile muro di gomma del pensiero comune, osteggiati in tutti i modi sui mezzi di comunicazione di massa e considerati uccelli del malaugurio? Per quanto riguarda il nostro caricaturale Paese, in particolare, pensiamo davvero che il generoso ricercatore e divulgatore scientifico Luca Mercalli (insieme a pochi altri) debba addossarsi tutto l’onere di un compito così gravoso? Il livello di elaborazione culturale di cui siamo capaci è così limitato, così lento ad evolvere e ad anticipare gli eventi?

Una sensibilità diffusa al tema dei cambiamenti climatici si ottiene non solo attraverso comunicazioni ufficiali, allerte e qualche opera saggistica, pur utili. Ci sono mezzi ancora più efficaci, nonché piacevoli, per condurre le persone al necessario livello di comprensione: sono quelli che da sempre si ritrovano nell’arte, nella rappresentazione scenica, nel racconto, nella narrazione. Durante il Novecento l’invenzione del cinema ha inoltre impresso una vigorosa accelerazione alla diffusione delle idee, grazie alla potenza degli stimoli audio-visivi che colpiscono l’animo del pubblico, la sua sensibilità ed il suo immaginario con una efficacia probabilmente superiore a quella di un romanzo, di un quadro, di una melodia (a cui la stessa opera cinematografica può ricorrere). Dunque non è davvero possibile affrontare il problema da angolazioni differenti? In ambito letterario distopia e fantascienza sono generi ampiamente diffusi e correlati, ma mancano quasi completamente romanzi sui cambiamenti climatici, salvo rarissime eccezioni: si preferisce continuare a resuscitare zombie in eterno per disporre di un’ambientazione post-apocalittica e non ci si accorge che l’aumento delle temperature terrestri offre tantissimo nuovo materiale di ispirazione per lo scrittore e fonte di coinvolgimento per il lettore. In ambito cinematografico, oltre a Di Caprio in tempi recenti e Al Gore ormai troppi anni fa, registi e produttori si tengono lontani dalla tematica come se si trattasse di una malattia infettiva, prefendo realizzare pellicole di fantascienza ambientate nello spazio (sempre con lo sguardo rivolto al cielo e mai alla terra, eh?) e insulsi remake di vecchi successi. Gli sceneggiatori delle fiction televisive insistono nel riciclare gli stessi due o tre temi proponendo ad un pubblico attonito l’ennesima serie centrata su noiose indagini poliziesche intrecciate con una debolissima storia d’amore. In qualsiasi ambito culturale, insomma, c’è un vuoto evidente che potrebbe costituire, se lo si desiderasse riempire, ossigeno puro per le menti di autori e pubblico, ma si preferisce continuare a ignorare, a riproporre gli stessi schemi come degli automi, o forse più semplicemente dei perfetti imbecilli.

Ci troviamo su un treno composto da tantissime carrozze che sta incrementando la propria andatura per motivi intrinseci, privo di reale destinazione e di macchinista, e tuttavia diretto al massimo della velocità verso uno spesso muro di cemento armato su cui si distruggerà generando un’esplosione spettacolare: peccato davvero non poterla osservare. Quindi per favore, ritrovate il coraggio, rinunciate ad una fetta di stipendio e raccontateci, nel modo che vi è più congeniale, di come l’equipaggio e i viaggiatori, pochissimi giorni prima dell’impatto, ridestandosi improvvisamente dal lungo sonno tenteranno in tutti i modi di rallentare il convoglio.

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Cento pagine per l’avvenire

Aurelio Peccei, Torino, 1908-1984

Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma nel 1968 e figura scientifica, culturale e imprenditoriale di primissimo piano, nel suo “Cento pagine per l’avvenire”, lungimirante saggio pubblicato nel 1981,  va dritto al sodo ed espone il proprio articolato pensiero a riguardo delle inedite, complesse e grandiose sfide che un’umanità totalmente impreparata, profondamente divisa e sbilanciata nel rapporto fra ricchi e poveri avrebbe presto dovuto fronteggiare. Sebbene i frutti del suo lavoro, che rimetteva al centro di tutto l’essere umano, non siano stati completamente vani, è avvilente riconoscere che, in quasi quarant’anni, su molte questioni di fondamentale importanza la situazione non abbia fatto altro che peggiorare. Non siamo stati in grado di afferrare integralmente la complessità del sistema-mondo in cui viviamo e di conseguenza a comprendere, con un approccio radicale, le interrelazioni fra i grandi problemi della Terra nella loro dimensione globale. Ci siamo limitati a considerare le parti dell’insieme come separate, accontentandoci di soluzioni parziali e notevolmente sottodimensionate, che nella migliore delle ipotesi hanno permesso di guadagnare soltanto un po’ di tempo, in attesa di una svolta mai prodotta. Abbiamo continuato a conferire fiducia alla “sacra” tecnologia, senza interrogarci adeguatamente sugli scopi e modalità di utilizzo dei nuovi strumenti, così efficaci da mettere potenzialmente a repentaglio il nostro stesso futuro. Nè siamo riusciti a sviluppare una mentalità nuova, olistica e più raffinata, preferendo rimanere ancorati a categorie, credenze e modelli mentali inappropriati, superati e del tutto anacronistici, retaggi di epoche ormai lontane che richiedevano approcci molto diversi dall’esperienza moderna. L’ottusa fiducia nella crescita infinita della produzione e del prodotto interno lordo, che sta distruggendo il pianeta e deformando gli stessi esseri umani, è forse solo la punta dell’icerberg, il sintomo più evidente della catastrofe ormai prossima e che abbiamo preparato con le nostre stesse mani. Riporto di seguito un brano molto significativo tratto dal saggio:

“Quello che viene chiamato progresso è diventato talmente frenetico e sconcertante, così meccanico e innaturale, così erratico e inesorabile, che noi non riusciamo più a dominarlo, né a comprenderne il senso. La nostra situazione è letteralmente drammatica. Un fossato sempre più grande ci separa dal mondo reale, una volta familiare, ma ormai diventato estraneo. Al tempo stesso, una faglia in noi stessi ci impedisce di distinguere le cose che aggravano la nostra posizione da quelle che potrebbero migliorarla. Siamo talmente sconvolti da tutto ciò, che agiamo in maniera sconsiderata, e che saremmo tosto in situazione disperata, se non esistesse un’ultima ancora di salvezza in fondo al nostro essere.
Si tratta della ricchezza innata delle risorse di comprensione, di immaginazione e di creatività che costituiscono il patrimonio di ogni essere umano, ma che sono rimaste incredibilmente dimenticate e abbandonate. Questa ricchezza è accompagnata da energie morali ancora intonse e disponibili. La scelta tra essere e non essere, tra sopravvivere e soccombere [..], dipende quasi esclusivamente dalla nostra capacità di mobilitare e sviluppare questo potenziale naturale che è latente in noi.
Basta anche soltanto un’osservazione superficiale per comprendere come l’uomo moderno sia incompiuto. Egli ha mietuto successi spettacolari e ha innalzato a vette inaudite le proprie conoscenze, il proprio potere e il proprio impero; ma si è tradito da solo, credendo di aver raggiunto una volta per tutte l’era dell’abbondanza e del benessere, senza dover fare lo sforzo necessario per mettersi all’altezza delle trasformazioni che egli stesso provocava. Di conseguenza è rimasto sottosviluppato, superato dalle realtà che gli scappano di mano. Il solo mezzo che gli resta per riprendersi e per riacciuffare la realtà è quello di concentrare le proprie facoltà in modo da sviluppare se stesso in forma adeguata, cioè di imparare a essere e a divenire in modo coerente con il mondo nuovo, fantastico e semiartificiale di sua creazione”.

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Fahrenheit 11/9 di Michael Moore

Ieri sera sono andato al cinema a vedere Fahrenheit 11/9, l’ultimo film-documentario di Michael Moore. Sono uscito dalla sala profondamente scosso, senza più voglia di parlare. La situazione è più grave di quanto immaginassi. Se ci si limita al personaggio di Donald Trump, circoscrivendo il problema alla sua scadentissima figura, attribuendo all’ultimo presidente USA le cause di tutti i mali, evitando di capire nel profondo le circostanze che hanno portato alla sua triste elezione, si pecca di superficialità e fretta. Non a caso la maggior parte delle “analisi”, in Italia almeno, si ferma a questo primo, elementare livello. Trump, nella prospettiva espressa da Moore, si è trovato la strada spianata e ne ha approfittato. Sono stati i suoi stessi avversari ad agevolarlo con la propria sciatteria e inettitudine, il disinteresse e l’incapacità di comprendere appieno le variegate situazioni di allarme riscontrabili nel paese, nelle tante americhe problematiche davvero lontane dal “sogno americano” di sviluppo e benessere per tutti. Una classe dirigente (in Italia definita “establishment”) autoreferenziale e del tutto priva della minima empatia verso i governati, colpiti da disagi sempre più gravi (è riportato il caso drammatico della cittadina a maggioranza afro-americana di Flint, in cui gli abitanti sono stati letteralmente avvelenati con l’acqua potabile prelevata da un fiume inquinato a causa di scellerate e criminali scelte dirigenziali, e come se non bastasse ha subito gli effetti di un’esercitazione militare con elicotteri, armi ed esplosioni, il tutto durante l’ammnistrazione Obama), ha abbandonato fisicamente i propri presidi, si è allontanata a tal punto dalle fasce sociali più in difficoltà lasciando enormi vuoti, estesissime praterie che sono state occupate dall’avversario politico, la cui unica capacità riconosciuta è consistita nel comunicare a parole ciò che i cittadini avevano bisogno di sentirsi dire.
Ricorderò a lungo due episodi contrapposti ed emblematici del film, uno dal pessimo sapore e l’altro che porta con sè un carico di speranza : il primo è consistito nella terribile figura di Obama a Flint quando, invece di prendere le parti della popolazione di colore che aveva subito l’avvelenamento da piombo, finge di bere, inumidendosi appena le labbra, un bicchiere d’acqua proveniente dall’acquedotto locale, con il fine subdolo di rassicurare la platea, fra scontate battute di spirito e il solito proclama sulla responsabilità collettiva, che invece collettiva non era affatto. Il secondo, luce in mezzo alle tenebre, è rappresentato dalla rivolta studentesca nata in seguito all’ennesima strage armata in una scuola. Una circostanza da cui sono emerse la determinazione e la limpidezza di intenti di tantissimi giovani, gli unici in grado di capire e di organizzare una protesta via via più estesa contraria al possesso privato delle armi, animati da un ideale che recita più o meno così: “salveremo il mondo che questi hanno devastato!”.

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