DI MENO! Si riparte, l’Appennino in bicicletta

Da mesi mi frulla in testa l’idea del “meno”, al posto del “più”. Non l’ho ancora capita bene: per riuscirci, dovrò applicarla di volta in volta, chiarendo a me stesso cosa significhi per davvero. Facciamo troppo, vogliamo troppo, esigiamo troppo da noi stessi e dagli altri, sempre al massimo. E anche se non ci impegnamo al massimo e facciamo solo finta, comunque ci confrontiamo, giudichiamo e valutiamo sempre con questo termine di paragone ben ficcato nel nostro io profondo. Viviamo del resto nell’epoca della crescita infinita, dell’assenza del limite e perciò siamo più vulnerabili, dire “è troppo” suona blasfemo. Siccome, però, sto tentando di sganciare la mia vita da questo modello di crescita esponenziale che ha pessime ricadute esistenziali su ognuno di noi, ho riconosciuto un’occasione in più per mettere in pratica il segno “-“. Quel trattino ce l’hanno fatto odiare (basti pensare al PIL e a come ci terrorizzano quando decresce appena), ma io lo voglio conoscere più da vicino, apprezzarne le qualità più segrete.

E così, nell’atto di preparare l’equipaggiamento per questo nuovo, lungo cicloviaggio, ho tenuto a mente il segno meno. Ho messo in atto un esercizio di pulizia mentale, anche filosofico. E ci sono riuscito abbastanza bene, dato che gli oggetti hanno riempito le borse, trovando la propria collocazione naturale, senza sforzo, prova che la formula funziona. Ho risparmiato pesi e volumi, ho unificato, mi sono accontentato, mi sono chiesto se ogni cosa servisse davvero, se potessi comunque farne a meno senza per questo dover rinunciare alle già scarne comodità. Dieci anni di cicloturismo non consentono più molti dubbi, non giustificano alcun alibi: so ormai che cosa è utile e cosa lo può solo sembrare, e sicuramente si può fare ancora di meglio. Ma bisogna iniziare comunque, per ritrovare la serenità che solo leggerezza e semplicità possono dare.

Sono comunque ancora piuttosto carico, ma del resto il viaggio dovrebbe durare due mesi circa. Dato che i viaggi in bici sono una delle cose più belle della vita, sulla sua consistenza non ho lesinato e mi sono astenuto volutamente dall’applicare il segno meno, anzi. Non ho idea del chilometraggio complessivo nè del percorso preciso, che scoprirò tappa per tappa. Percorrerò la colonna vertebrale d’Italia, ossia l’Appennino, da Nord a Sud, godendo di paesaggi che non hanno nulla da invidiare ad altri decisamente più blasonati, alla ricerca di tradizioni quasi estinte, di borghi dimenticati e di un’umanità che mi aspetto molto diversa da quella che si trova nelle grandi città.

Buon viaggio a me.

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Video riprese con drone

Dopo il temporale, il sole fa capolino fra le nuvole scure e gli ultimi raggi screziano il paesaggio collinare generando un meraviglioso contrappunto cromatico di luci ed ombre.

Ho impiegato 6-7 ore, forse di più, a montare questo video, realizzato a partire da alcune riprese eseguite con il drone nei giorni scorsi. E’ il mio terzo montaggio e questa attività mi sta appassionando. Spero che vi piaccia…

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Intervista su “Ciclodiario. Viaggio su due ruote alla scoperta del Sud”

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Insostenibilità ambientale dei voli low cost

Per il CEO di Ryanair, le proccupazioni per il cambiamento climatico sono “spazzatura completa e totale”. In effetti questa brava persona se ne intende proprio di spazzatura, visto che l’azienda che dirige, grazie alla totale permissività vigente a livello legislativo, tratta il cielo come una discarica, offrendo voli low cost ai consumatori di viaggi mordi e fuggi che hanno condotto Rayanair ad entrare nella poco ammirevole top ten delle compagnie europee più inquinanti, alle spalle delle grandi centrali a carbone. Non dimentichiamoci dunque l’enorme impatto generato dalle nostre azioni, quando acquistiamo un’offerta di volo a prezzi stracciati per raggiungere Londra, Parigi o Istanbul dove trascorrere il solito weekendino che va tanto di moda, felici di aver salvato il portafogli ma dimentichi delle devastanti conseguenze sull’ambiente.

Il problema, però, non è neanche rappresentato da questo negazionista climatico tutt’altro che disinteressato, che agisce ottusamente perché manca di lungimiranza ed è capace solo di pensare alle azioni quotate in borsa; il problema risiede anche e soprattutto nell’ideologia imperante di cui siamo impregnati, al punto che questa riesce a condizionare le nostre stesse vite nelle scelte quotidiane: si tratta del liberismo economico sfrenato, praticamente assoluto, che fonda le basi delle moderne società capitalistiche e in cui il fare impresa è considerato il primo valore, ben distante dagli altri in una scala sempre più scarna. Dichiarazioni gravi come questa non sono solo il frutto di una ignoranza praticata attivamente e con particolare zelo al fine di tutelare gli interessi economici della propria compagnia, ma trovano forza e conferma nel sentire comune, assuefatto ad un credo economico che, vissuto come una religione intransigente, pone le proprie ragioni al di sopra di tutto il resto.
Questo è il vero dramma, che aiuta però a comprendere come il problema sia radicato nel profondo dell’essere umano, che è anche il luogo da cui deve provenire la soluzione.

Link all’articolo: https://www.theguardian.com/business/2019/apr/01/ryanair-new-coal-airline-enters-eu-top-10-emitters-list?fbclid=IwAR2U-gQNEOD7rd4FAMhbaGehOnvrsjVSqfsUCv-tj5_oijvx65-9qozOOxc

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Ciclodiario – viaggio su due ruote alla scoperta del Sud

Ho capito perché al Nord si va sempre di fretta e si rincorre un progresso illimitato che già da un bel po’ non riesce più a garantire un aumento del benessere, e neanche a confermare quello acquisito, in lenta ma costante erosione. A furia di produrre senza sosta per inseguire un’idea di sviluppo risalente all’Ottocento e ormai anacronistica, continuando a competere contro tutti per dimostrare di essere all’altezza delle sfide sempre maggiori di un mercato globalizzato, per non dover subire l’onta di un declassamento rischiando di perdere il treno della crescita infinita che tutto travolge, al Nord il perimetro dell’orizzonte mentale si è contratto, riducendosi a pochi elementi fondamentali di matrice economica; in questo spazio sempre più ristretto l’esistenza umana, potenzialmente ampia, varia ed interessante, è stata costretta a condensarsi, a comprimersi per riuscire ad adattarsi, subendo un impoverimento o addirittura delle vere e proprie mutilazioni. Le prove dell’egemonia del tema economico sono numerose ed evidenti, dato che sui mass media come nei dialoghi fra persone l’argomento principale, il denaro, è riuscito a marginalizzare, se non ad eliminare completamente, altre questioni come i sogni e le emozioni autentiche. Nelle sempre più rare occasioni in cui a queste ultime si concede uno spiraglio, si sta bene attenti a rispettare l’ordine gerarchico delle idee, dove i posti più in alto sono già stati stabilmente assegnati e a cui ci si conforma acriticamente, pena l’esclusione dal grande gioco dei soldi.

Ritmi frenetici, produttività, efficienza, crescita illimitata hanno dunque modellato uno stile di vita che ci ha trasformato in esseri superficiali e omologati, con capacità ridotte di comprensione vera della realtà multiforme; ha semplificato eccessivamente i processi mentali insegnandoci ad ignorare, a escludere e a non tollerare – perché quel che non si capisce fa paura – tutto ciò che non è conforme all’orizzonte limitato che incorpora le nostre esistenze compresse ed accelerate. Da un lato bisogni interiori un tempo soddisfatti hanno cessato di esserlo, dall’altro non siamo neanche più capaci di gestirli o di riconoscerli; viviamo costantemente proiettati nel futuro, o più precisamente, in una promessa di futuro, alla quale immoliamo il presente dopo aver smesso di prenderci cura di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda, ambiti non più trattati come prioritari. E più viviamo male e con insoddisfazione, rabbia e delusione crescenti, più tendiamo a considerare come unica ancora di salvezza, come rifugio ideale, quel futuro illusorio di benessere materiale illimitato, al quale ci rivolgiamo in preda ad una frenesia febbrile e sospetta, che ricorda una fuga disperata.

Il Sud, osservato dalla prospettiva del Nord, è lento, inefficiente, legato ad una mentalità vecchia e incomprensibile; è un portatore di handicap perché la sua economia non può competere con gli standard di un paese occidentale moderno, è una fardello che va cambiato a tappe forzate, oppure scaricato definitivamente. Chiunque o quasi ne è intimamente convinto, anche quando mostra sincera indulgenza e affetto per quella regione geografica: e come potrebbe essere diversamente, dato che egli stesso valuta la propria vita con il medesimo metro di giudizio, quello economico, tanto più efficace in quanto è l’unico vero parametro rimasto che ha spodestato tutti gli altri, rimpiazzati da qualcosa di misurabile in modo oggettivo?

Eppure, quando visiti il Sud e hai la possibilità di trascorrervi un tempo sufficientemente lungo, scopri con sorpresa che ciò che credevi perduto e verso cui hai sempre provato una nostalgia confusa, dai contorni poco definiti, praticamente inafferrabile e inattuabile, lì sopravvive e anche egregiamente. Al Sud l’esistenza conserva ancora dimensioni altrove dimenticate, è varia e significativa. Non è allineata lungo i prevedibili, monotoni rettilinei della produzione, ma si sviluppa in tutte le direzioni, cambia forma, intensità, velocità, pur prediligendo i ritmi lenti. Non si ripete mai uguale a se stessa. Al Sud ritrovi un’umanità ancora dotata della propria complessità originaria, multidimensionale, di un’intelligenza naturale acuta, capace di sentimenti quali la pìetas, l’ospitalità, l’empatia verso il prossimo, esercitati senza chiedere nulla in cambio. In ogni incontro vissuto al Sud, non mi è mai capitato di pensare che il mio interlocutore fosse un cretino; al Nord mi accade assai di sovente e credo di averne chiarito i motivi nella prima parte di questo brano.

Al Sud i luoghi hanno un’anima e te ne può rendere conto soprattutto se li attraversi lentamente, come ho fatto in bicicletta durante questo viaggio di oltre 3500 chilometri. Oppure se ti fai ipnotizzare dalla regolarità delle onde del mare o dalla luminosità abbacinante che ti circonda, mentre abbandoni progressivamente le rigidità, i freni inibitori e ti apri lentamente all’esterno, perché in quei momenti avverti che è il gesto più naturale da compiere. Se ti fermi ad osservare il paesaggio variopinto, gravido di bellezza e poesia, di dettagli, di fiori dai colori sgargianti, di storia. Di un’antichità che sopravvive a fianco del moderno, che non ha perso la funzione originale e continua a svolgere un ruolo attivo, a differenza del Nord, dove le tracce del passato sono state congelate nella forma del museo, rese quasi immortali e fruibili ai visitatori al prezzo di un loro svilimento, di una loro esclusione dalla linea della storia. Al Sud il passato sta in un rapporto di continuità con il presente, senza brusche interruzioni, ed è facile rendersene conto, basta guardarsi attorno. Al Nord per fare accettare la società attuale come la migliore possibile, è stato necessario disintegrare, escludere o screditare quella precedente, rendendo così molto meno praticabile un confronto critico.

Questo mio libro racconta di un viaggio, il più lungo che io abbia effettuato, ma è anche il risultato di una decade di viaggi in bicicletta in cui non mi sono risparmiato, spinto da una curiosità scimmiesca e da un desiderio di evasione dalla routine tanto tangibile da poterlo avvertire come se disponesse di consistenza fisica. Migliaia di chilometri masticati uno ad uno, provati tutti nel corpo, nella mente e nello spirito. Mi accorgo e non mi accorgo che il percorso è stato lungo, che mi ha arricchito di un bagaglio di cui fatico a definirne l’estensione. Pesco qua e là nei ricordi, tanti, e trovo riflessioni, impressioni, le tracce di una evoluzione personale. E’ cambiato il mio sguardo sul mondo, si è affinato, è migliorata la capacità di discriminare, di cogliere le differenze, sempre più sottili e allo stesso tempo rivelatrici. E’ questo forse il regalo più bello che mi sono fatto, essermi creato l’opportunità, attraverso la strada, di capire che il mondo è molto più complesso di come siamo abituati a considerarlo e merita davvero di essere esplorato, conosciuto. A piedi, in bici o in barca a vela, in Vespa o su un vecchio macinino a quattro ruote, senza fretta nè ansia di arrivare.

Il libro è già disponibile nelle librerie, anche quelle online. Se decidete di acquistarlo, vi prego di lasciare una recensione!

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La stufa a legna

E’ compatta e mi ricorda un comodino, anche se è più alta; è costruita in ghisa e abbellita da inserti decorati in maiolica di un color giallo molto simile a quello delle pareti della cucina in cui è collocata. E’ semplice, rudimentale, durevole, praticamente indistruttibile. Non contiene schede elettroniche, non ha bisogno di elettricità per funzionare, non si controlla da un telecomando ed è anzi completamente analogica: si apre il portello anteriore tirando una leva e si carica la legna secca nella camera di combustione; l’intensità della fiamma si regola agendo su una manopola ed una levetta, in pratica due valvole a controllo manuale con cui aumentare o ridurre l’afflusso di aria, accelerando o rallentando così la velocità con cui la legna viene arsa. Trascorsa una certa quantità di tempo, bisognerà interrompere momentaneamente qualsiasi attività intrapresa per ricaricare e alimentare ancora la fiamma, che si avventerà famelica sui ciocchi appena immessi trasmettendo così nuovo prezioso calore all’ambiente circostante.

La stufa a legna permette di riscoprire, con un sottile piacere, il nesso logico fra le proprie azioni e i loro effetti; in tal senso è un intermediario davvero discreto e poco sofisticato, che non cela nulla e anzi aiuta a capire cosa accade e perché. A differenza della strumentazione moderna, potenziata dall’elettronica che consente, tramite l’esecuzione di alcune istruzioni, di avviare operazioni complesse del cui funzionamento, a meno di non essere dei tecnici, siamo tenuti all’oscuro (e preferiamo spesso rimanerci), in un oggetto di questo tipo ad ogni intervento manuale segue un evento direttamente osservabile. Accendere un buon fuoco nel più breve lasso di tempo, facendo raggiungere alla stufa la temperatura di esercizio, compresa fra i 200 e i 350°C, per ottenere una combustione ottimale sostanzialmente inodore e priva di fumo nero e fuliggine, non è un automatismo o un processo meccanico, ma richiede capacità di osservazione, pazienza, tempestività e controllo.

All’inizio le pareti interne sono fredde, così come il tubo di scarico, ed il tiraggio verso l’alto è minimo: condizioni che il fuoco considera davvero poco allettanti. Per affrontare al meglio la sfida e disporre di buone probabilità di riuscita, è meglio definire una strategia che migliorerà solo con il tempo, l’esercizio e l’assenza quasi totale di fretta: anche una buona fiamma si ottiene per gradi successivi e per ognuno di questi deve nutrirsi del materiale adatto, predisposto con accortezza. Si inizia adagiando sul fondo qualche foglio di giornale accortocciato, al di sopra del quale disporre dei rametti secchi, scaglie e scarti di legna, conservando degli spazi fra questi attraverso cui passerà l’altro elemento fondamentale, l’ossigeno: in questo modo bruceranno con più facilità. Con l’accendino o il fiammifero si dà fuoco alla carta e a quel punto si sprigiona una fiamma alta e vigorosa, che potrebbe indurre a ritenere che la delicata operazione di accensione sia stata un successo indiscutibile, ottenuto inoltre con poco sforzo. Meglio non fidarsi di tale manifestazione effimera, così come di quel bagliore, dalla tonalità calda e confortante, che si vede dal vetro del portello anteriore: rischia di scomparire altrettanto velocemente e di trasformarsi in una maleodorante, tossica e deprimente nube scura di fuliggine. L’insuccesso è dietro l’angolo, a meno che non siano già stati collocati, al livello immediatamente superiore a quello dei rametti, alcuni ciocchi ben asciutti, di diametro contenuto e dotati di corteccia tenera e sottile, su cui le fiamme possano attecchire senza sforzo. Questo è il momento più delicato, quello in cui la materia che brucia più in fretta è esaurita e quella a più lento consumo è stata appena aggredita dal fuoco. Rimangono da verificare le valvole dell’aria, spalancate per fornire prezioso ossigeno al processo di combustione in atto, e il tiraggio della canna fumaria, adeguato quando le fiamme assumono una forma allungata verso l’alto. Se tutto va per il verso giusto, la temperatura dell’intera stufa continuerà a crescere, facilitando l’introduzione dei successivi pezzi di legno, che potranno anche essere più grandi, permettendo alla fiamma di guadagnare ulteriormente in stabilità e longevità. Il calore accumulato dalla struttura di ghisa esterna, accertabile tramite una rapidissima verifica tattile, confermerà la conclusione della fase di avvio, protrattasi una mezz’ora nel caso in cui tutto sia filato liscio.

E’ incredibile quanti e quali fondamentali utilizzi possa fornire uno strumento così basilare. Oltre a riscaldare in modo piacevole ed efficace l’ambiente casalingo, se il piano di appoggio ha una superficie abbastanza ampia si ottiene acqua calda o bollente, da utilizzare per vari scopi, e si può perfino cucinare; agganciando al tubo di scarico un anello dotato di raggi di metallo, si possono appendere i vestiti bagnati per farli asciugare. Fino ad un tempo non così lontano si ricorreva a questo unico, semplice, geniale oggetto per perseguire molti scopi; oggi per svolgere compiti simili siamo sommersi da una miriade di gadgets diversi, che quindi sarebbero perfino interscambiabili se non fossero espressamente progettati per scongiurare questa eventualità. La stufa è anche piuttosto ecologica, perché si alimenta con un materiale che, a differenza del petrolio estratto dalle viscere del pianeta, rientra nei cicli naturali di rigenerazione sviluppati in milioni di anni di evoluzione. L’aspetto più affascinante consiste però nello spettacolo offerto dalle fiamme e dalle loro forme affusolate; dal fuoco che, ardendo, fa brillare di un rosso mutevole ed incandescente le braci da cui, attraverso un processo di lenta traformazione, viene estratta l’energia immagazzinata durante tutto il ciclo vitale della pianta a cui era appartenuta. Mentre rimango incantato di fronte a quell’immagine in continuo e silenzioso movimento, percepisco l’indecifrabile alone di mistero che custodisce.

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Il virus del futuro

Stamattina, a Torino, sono andato in piazza alla manifestazione per il clima, in una splendida giornata di luce accecante con un sole già molto vigoroso e che ricorda più quello di fine di aprile che di metà di marzo. E’ sempre bello stare in mezzo ai giovani, quelli che lo sono per davvero dato che l’età media è compresa fra i 15 e i 25 anni (io sono un diversamente giovane comunque): si coglie un’energia positiva, pulita alla fonte, rinnovabile, ancora non compressa, non incanalata a forza negli ingranaggi di una società che corre a grandi passi verso il crepuscolo (per usare un eufemismo). Alla folla di ragazze e ragazzi, in alcuni casi accompagnati anche dai professori, si aggiungevano alcuni sessantenni e settantenni. Mancavano quasi del tutto i miei coetanei diversamente giovani, ma del resto si sa, i trentenni e i quarantenni a quell’ora sono chiusi in ufficio a lavorare…
Non mi aspettavo una simile affluenza, ci sono anche alcune biciclette, compresa la mia che a fatica mi trascino appresso. Noto alcuni cartelli, slogan scritti con l’evidenziatore su grandi pezzi di cartone, o sui tipici striscioni: intelligenti, pungenti ed opportuni. Liberatori, per me innanzitutto. Ma del resto a vent’anni la mente è ancora sgombra, riesce a cogliere i tratti essenziali degli eventi con quella ingenua, indifesa lucidità che manca quasi completamente negli adulti, troppo abili ad ammortizzare, ad ignorare l’evidenza e ad inventare scuse fino alle estreme conseguenze, per proteggere il proprio egoistico equilibrio.

A mio parere il bello di questa manifestazione, la novità, sta proprio nel coinvolgimento diretto dei più giovani. Nell’aver concesso loro l’opportunità di esprimersi in merito a qualcosa che riguarda tutti come i cambiamenti climatici, di cui è facile osservare già adesso i primi effetti e che si manifesteranno con intensità crescente durante i prossimi decenni. Nel riconoscere in costoro un ruolo che hanno scelto spontaneamente di interpretare a partire da oggi; un compito importantissimo privo di regole prestabilite, una volta tanto, che non andrà semplicemente eseguito, ma di cui le future generazioni dovranno impostare le logiche fondamentali, poiché affrontare la questione ambientale significa modificare completamente l’architettura limitante e limitata su cui sono radicate le esistenze di tutti.

Le manifestazioni non mi hanno mai convinto molto, ma credo che possano servire ad accrescere il livello di consapevolezza generale sugli argomenti che le animano: meglio iniziare a discutere di un problema piuttosto che ignorarlo completamente fino a quando non sarà più gestibile. Il mio coinvolgimento dunque è in genere piuttosto tiepido, tuttavia stavolta registro una doppia novità: la prima è rappresentata dal tema dichiaratamente ambientale, finora rimosso dalla società e stucchevolmente escluso da ogni dibattito, anche le volte in cui vi partecipano personalità qualificate ed intelligenti; la seconda consiste nell’atipicità dei soggetti coinvolti, giovani ed inesperti nei confronti della vita eppure, per lo stesso motivo, altrettanto ricettivi. Oggi, per loro stessa volontà, molti di loro hanno scelto di lasciarsi contagiare da un certo virus, verso il quale abbiamo scelleratamente sviluppato un’immunità molto resistente, persi come siamo nelle mille incombenze del presente: questo virus si chiama futuro, lo credevamo debellato e fortunatamente ci sbagliavamo.

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