Perdere la Terra. Recen-sfogo.

Sapevamo tutto, negli anni Settanta. Io sarei nato di lì a poco, negli Ottanta. Quelli della grande sbornia, della Milano da bere, del Lupo di Wall Street, della guerra interminabile fra l’Iran e l’Iraq e di un sacco di altre cose. Sapevamo tutto già nei Settanta dei cambiamenti climatici, si sapeva che entro il 2000 il Pianeta si sarebbe riscaldato, che nella prima decade del XXI secolo gli effetti avrebbero cominciato ad essere evidenti e percepibili anche da buona parte della popolazione, almeno quella ancora in grado di conservare memoria, di osservare e riflettere. Forse una minoranza. Ma si sapeva. Il cambiamento climatico era cosa nota nei Settanta e la proprietà dell’anidride carbonica di conservare il calore era stata addirittura scoperta a metà del XIX secolo. Molti scienziati avevano delineato e descritto ciò che sarebbe accaduto, quello che sta accadendo e, con buona probabilità, quello che accadrà con grande precisione. I tentativi di stimolare una reazione politica adeguata al problema più grande dell’umanità non sono mancati durante tutti gli Ottanta, autentici eroi hanno messo a repentaglio le proprie carriere per il bene di tutti, ma non è servito. Hanno vinto gli interessi privati, spacciati per collettivi, ha vinto quell’idea di Progresso inderogabile che non accetta compromessi, che non può rallentare, che comanda tutto, ma che alla fine è solo una grande scusa per poter incrementare i guadagni favolosi di una fetta sempre più esigua della popolazione mondiale, una élite di sociopatici che non si fermerà davanti a niente, fino all’annientamento di tutti noi, loro compresi. Bastardi & coglioni.
Abbiamo avuto 40 anni per capire e modificare il nostro modo di stare al mondo, con gioia e intelligenza, creatività e immaginazione, ma ci siamo lasciati sedurre dall’acquisto in 12.000 in comode rate, dalla carriera, dalla competizione sociale, dall’individualismo spacciato per realizzazione di sé (a discapito di tutto). Ci siamo lasciati infinocchiare, abbiamo perso abilità di fare con le mani e pensare con la testa, ci siamo omologati e indeboliti, siamo diventati come una monocoltura di soia OGM, povera, monotona e drogata di consumo. Abbiamo creduto all’idea di Progresso illimitato, ma non ci siamo resi conto che se il progresso non è innanzitutto un processo interiore ma è una condizione esterna imposta, è solo una forma di totalitarismo, un’ideologia basata su assunti anche piuttosto demenziali, come ad esempio vecchio = superato e nuovo = migliore: ma quale arroganza! Basta davvero fare qualcosa di nuovo perché questo sia meglio di ciò che esiste già? Follia. Conoscenze ed esperienze millenarie sono state gettate nella raccolta indifferenziata e poi bruciate nell’inceneritore della memoria, solo perché le abbiamo accantonate in cambio di una promessa di Progresso. Coglioni & coglioni.
Sapevamo tutto, ma abbiamo messo la testa nella sabbia, a due centimetri dal tappo in plastica di una bottiglietta d’acqua minerale pubblicizzata ipocritamente come più sicura di quella che esce dal rubinetto. Invece di prestare ascolto agli scienziati e spaventarci per il danno che la nostra economia infligge al pianeta, abbiamo ceduto alle rassicurazioni espresse da parte di dementi sociopatici, quelle stesse teste di cazzo che puntualmente, davanti ad ogni possibile disastro, minimizzano i pericoli in nome di una tranquillità e un profitto economico, chiamato crescita, temporanei. Scatole craniche vuote a cui però abbiamo prestato ascolto, comodamente seduti sul divano davanti alla TV, perché ci raccontavano che la situazione non era poi così grave, che gli scienziati avrebbero trovato qualche soluzione tecnologica, che il Progresso è inarrestabile e bisogna avere fede nei suoi sacerdoti.
Ma del resto, da consumatori che, guardando le pubblicità, non cambiano canale di fronte a slogan offensivi e banali come “frigge croccante e asciutto”, come se questo non fosse già ciò che ogni olio da cucina vorremmo che facesse, e ci caschiamo pure, cosa si può pretendere? Logico che gente così adesso si trovi nella merda.
Perché è nella merda che ci troviamo. Abbiamo perso 40 anni ad inseguire chimere e specchietti per allodole, ad instupidirci e a credere alle rassicurazioni; sarebbe bastato leggere un paio di libri ben scritti, ciascuno di noi, per avere materiale più che sufficiente per riflettere su quanto sta accadendo.
Ciò che sta accadendo è che le attività umane immettono ogni anno, in atmosfera, quantità indecenti di anidride carbonica ed il nostro Pianeta, da cui dipendiamo come i pesci dipendono dal mare, riesce ad assorbirne solo il 30%: tutto il resto si accumula e provoca un surriscaldamento che quella parte di noi che ancora non ha subito danni permanenti al proprio cervello può sperimentare con facilità confrontando, osservando, soffermandosi sull’andamento delle stagioni, sull’ambiente naturale, sui resoconti di chi monitora quotidianamente, ed instancabilmente, i parametri vitali della Terra. Non ci vuole poi molto. Basta chiudere la bocca e azionare gli ingranaggi del cervello.
Ciò che è accaduto è che la politica, da sola, senza la collaborazione di cittadini determinati e informati non è riuscita a cambiare nulla, anzi non ha neanche provato a realizzare quel cambiamento necessario a scongiurare la catastrofe climatica ormai prossima. Ha ceduto alle necessità di crescita dell’economia e agli interessi dei grandi gruppi. Ha mentito, dichiarando una cosa ma perseguendo ben altra cosa, non è stata capace di interrogarsi seriamente sull’avvenire, di progettare un futuro un po’ oltre le scadenze elettorali. Ma è stata libera di farlo perché tanto ai cittadini bastavano le rassicurazioni di chi aveva l’interesse a rassicurare e a promettere il “business as usual” per tutti, prima o poi. Il sogno americano esteso all’umanità intera, che si è rivelato una enorme menzogna, chiaramente.
Ciò che è accaduto è che le poche occasioni in cui le nazioni avrebbero potuto definire dei limiti alle emissioni e un piano mondiale di ristrutturazione dei modi di produrre energia e di consumarla, sono state una farsa, un siparietto utile solo a tranquillizzare per un altro po’.

Ciò che è accaduto è che la concentrazione di gas serra in atmosfera è arrivata a livelli inauditi che non si vedevano da milioni di anni, e ci sono perfino in giro dei dementi che negano che vi sia una correlazione con le temperature in deciso aumento. Ma lo negano perché possono, perché tutti gli altri sono degli ignoranti pazzeschi e sfondati che non sanno nulla e pensano ancora meno. E intanto mancano 10 anni alla catastrofe, ma in pochissimi se ne rendono conto.

Volevo scrivere una recensione su questo bel libro, scritto da un coetaneo nato appena 2 giorni dopo di me, che si è posto le mie stesse domande. Uno che probabilmente, come me, a dieci anni aveva già capito di essere nato in una società terminale, perché minacciata dalle condizioni di salute precarie dell’habitat naturale che le permette di esistere. Uno che sapeva che viveva in un pianeta avariato, fra gente avariata. Solo che non ci sono riuscito e mi è saltato fuori questo sfogo.

Leggetelo comunque. Siamo a un minuto dalla mezzanotte. Fatelo per i vostri figli.

Pubblicato in ambiente | Lascia un commento

Eppure…

Torino è un po’ che non ci vediamo. Quintali di legna tagliata, affettata, trascinata, sistemata, ripulita ci hanno separati. Mi accogli con il tuo smog ed il puzzo di benzina anche “cruda” che altre città ti invidiano ed inalo la tua aria povera di ossigeno ed inquinata con lo stesso spirito con cui da bambino, quando ero ammalato, ingoiavo una bella cucchiaiata di qualche medicinale schifoso, sotto la promessa-minaccia di guarire presto. Mi accogli con i tuoi grandi viali asfaltati e rettilinei fatti per correre in auto, per gareggiare, per sfogare compressione umana; con i tuoi ritmi forsennati e meccanici a cui non sono più tanto abituato; mi accogli con l’espressione triste tesa un po’ depressa della gente all’ipermercato, per strada sui marciapiedi, alle fermate e nei negozi. Distacco, distanza, divergenza: riconosco subito la raffinata ars dell’ignorarsi a vicenda in cui i torinesi eccellono; si va sempre di fretta chissà dove, come ectoplasmi scivolosi che scivolano lungo binari immaginari privi di fermate, con passo svelto e sguardo che punta in avanti dove non c’è nulla.

Eppure… nelle tue viscere antiche, nei tuoi bei parchi e lungo i grandi fiumi, nella tua aria subalpina che sarebbe squisita se non fosse ammorbata dai fumi, nella sontuosa cornice montuosa che ti circonda, nei monumenti che ti nobilitano, nelle luci e nelle piazze, c’è qualcosa che ti rende amabile e allora realizzo che non sei solo, per me, detestabile…

Pubblicato in altro | Lascia un commento

The pruner (il potatore principiante): Storia vera, avventurosa e tragicomica di un mese trascorso a potare un noccioleto

E’ un racconto difficilmente classificabile, a tratti è perfino tragicomico, in altri è riflessivo; l’ho buttato giù durante il mese di agosto a mo’ di flusso di coscienza, per testimoniare ciò che mi stava accadendo. Nel mese scorso, infatti, mi sono imbarcato in una avventura più grande di me, che sarebbe potuta fallire molto facilmente, considerando la durezza della sfida, ma che si è rivelata un’occasione di crescita: una potatura molto decisa di un noccioleto ribelle, il mio, che reclamava cure generose e tempestive, in mancanza delle quali sarebbe andato incontro ad un lento declino. Ed io, appassionandomi quasi istantaneamente alla “fantastica” idea di ridisegnare un’area di quasi 2000mq su cui vegetano una sessantina di piante, mi sono lanciato a capofitto e ho stretto i denti fino alla fine, riuscendo a rinnovare ogni giorno la determinazione che mi aveva ispirato all’inizio facendo sforzo di memoria, ricordando cioè cosa avevo provato quando avevo immaginato il risultato finale, nonostante la fatica crescente e gli infortuni occorsi.
Mentre ne scrivevo il testo in una dozzina di serate, pensavo che l’avrei pubblicato a puntate sul blog, ma mi sono accorto che era più carino e fruibile di quanto pensassi e che potesse meritare qualcosa in più. Per questo ho deciso di metterlo in vendita come e-book su Amazon, disegnando da me una copertina che, un po’ per volere mio e un po’ per inesperienza, ignora i criteri che definiscono una buona copertina professionale, ma in compenso introduce bene allo spirito, a volte mutevole e forse contraddittorio, che anima il racconto.

The Pruner su Amazon

Pubblicato in libri miei, Vita in campagna | Lascia un commento

La perfezione ha sostituito la fatica (ode alla Pigrizia)

La Pigrizia è oltraggiata, insultata, è una puttana derisa, in questo mondo dove il tempo è denaro e chi dorme non piglia pesci. Eppure è il nostro liquido amniotico, l’involucro entro il quale fluttuiamo, il primo ostacolo, tutto mentale, da infrangere, ma non solo. Non scompare mai del tutto, la sconfiggi una prima volta nell’istante in cui ti dedichi all’azione, la tramortisci per un po’, ma lei ritorna dopo, in una nuova veste, in un punto più avanti del tuo cammino: e allora ti segnala il raggiungimento del limite. Ed è un bene. Ti insegna a precedere il senso estremo di fatica,  a non superare mai le colonne d’Ercole dell’agire, oltre le quali c’è il deserto, l’annientamento, almeno per noi, poveri bipedi mortali. “Torna in te”, ti dice. “Non esagerare”, è il suo invito a non commettere il peccato più grave, quello di hybris, l’arroganza. Ad un primo livello è inerzia da sconfiggere, con tutti i benefici che derivano dal tuo passare finalmente – finalmente! – all’azione, distruggendo i fantasmi che affollavano la tua mente e ti impedivano di metterti al lavoro per quello che davvero – davvero! – desideri. Al livello finale si fa senso del limite invece, da rispettare, pena l’annientamento. Il tuo. Inizialmente è una nemica, si oppone a tutto per il solo gusto di farlo, stronza legge immutabile dell’universo, ma all’ultimo stadio si trasforma in un’amica che sa bene come farsi ascoltare.

Sfalcio un po’ di erbacce che confinano con il vigneto del vicino. Ho già sconfitto da un pezzo la Pigrizia negativa, detta anche Inerzia, che ci ostacola nel compiere il Primo Passo, e ne sono felice. Estirpo una buona parte delle erbacce, poi la Pigrizia, ora in veste di amica, interviene e mi previene dall’agire eccessivo: “quelle residue lasciale lì dove sono, non procedere oltre”. Obbedire è naturale, quando sei sotto sforzo e qualcosa ti dice di smettere di stancarti tanto. L’agire umano si limita in questo modo, ogni volta che le azioni sono manuali, muscolari, quindi faticose. Se usassimo qualche mezzo tecnologico, magari un buon decespugliatore, un trattore, un raggio laser, che cosa accadrebbe? Non sentiremmo fatica e la stanchezza non costituirebbe un limite, dato che non la proveremmo, semplicemente. Inseguiremmo, al suo posto, la diabolica perfezione.  Più esattamente, l’idea di perfezione formulata dai nostri cervelli tutt’altro che perfetti. Quelle erbacce residue le rimuoveremmo in un atto di superbia e ferocia. Quel cespuglio al limite del campo verrebbe estirpato dai nostri attrezzi meccanici comandati dalla nostra volontà illimitata. Disegneremmo paesaggi monotoni privi di “imperfezione”, che coincide però con la varietà. Finché la volontà non si scontra con il sudore, non conosce limiti e ciò è pericoloso. A quel punto è come l’avidità, infinita. Imporremmo la nostra visione schematica all’ambiente circostante, depauperandolo e danneggiandolo. E’ proprio il destino di sofferenza che l’umanità meccanizzata sta infliggendo al Pianeta, l’unico habitat che conosce. E lo fa su larga scala, perché non suda più. Conta invece, conta i quattrini incassati, quelli sì illimitati perché il denaro, in fondo, si crea dal nulla, essendo basato su una convenzione. Non esiste per davvero, lo capite, stupidi? Tanto agire per nulla, cretini.

Pubblicato in ambiente, Vita in campagna | Lascia un commento

Fatica

Benedetta stanchezza. Quella forte, che non ti lascia le energie per prepararti la cena e ti permette solo di sorseggiare una birra mentre scrivi un pensiero su Facebook, in attesa che lo stomaco si metta a brontolare davvero. Benedetta stanchezza, seguita ad un lavoro tenace, che dura ormai da settimane e che oggi ha raggiunto il suo culmine. Forse, credo, spero. Una potatura super del noccioleto che mi sta impegnando, affaticando, stressando, appassionando ed entusiasmando molto, che sta convertendo la grezza energia in qualcosa di più fine… in vitalità. Ma benedetta stanchezza, adesso, in questi minuti, con lo sguardo sbarrato e le dita che corrono da sole sulla tastiera. Benedetta stanchezza, limite dell’essere umano, misura delle sue azioni e dei suoi pensieri, finalmente, un centro di gravità. Non tanto permanente, perché fra 10 ore sarò fresco come una rosa e l’avrò dimenticato, ma per ora, quel limite raggiunto attraverso lo sforzo, il sudore, l’impegno caparbio regala, conferisce senso. Benedetta stanchezza, oltre non si può andare.

Pubblicato in Vita in campagna | 3 commenti

Compostiera e canale di accumulo

La mia prima compostiera, realizzata ieri pomeriggio assemblando alcuni pallets recuperati. Per chi non lo sapesse, come si può vedere è un grosso contenitore arieggiato e che lascia passare l’umidità, all’interno del quale accumulare gli scarti vegetali della cucina, ramaglie, resti di potatura ed erba falciata che, grazie alle infinite interazioni biologiche naturali, nel giro di 9-12 mesi si trasformano in ottimo terriccio ricco di humus perfetto per concimare. In questo modo parte dei rifiuti della cucina vengono riciclati a km 0, così come le ramaglie che non verranno bruciate.
Le ultime due foto mostrano invece un canaletto di accumulo dell’acqua piovana, situato a monte di 3 alberelli (pero, mandorlo e fico), il cui scopo è rilasciare nel terreno, in modo graduale, l’acqua. Per questo motivo il fondo del canale deve essere sostanzialmente in piano, in modo che il prezioso liquido non scorra via ma venga invece riassorbito lentamente idratando le piante situate a valle. Sul terrapieno che si è formato su una sponda, composto dal terreno asportato in seguito allo scavo (manuale), è possibile piantare varie specie vegetali che beneficeranno dell’approvvigionamento idrico e allo stesso tempo consolideranno la struttura grazie alle proprie radici.

Pubblicato in ambiente, Vita in campagna | Contrassegnato , | Lascia un commento

Pedalata fino al Pian della Musa (Valli di Lanzo)

17 luglio 2019

Approfittando dello stato di forma favorevole, retaggio del cicloviaggio in Appennino, oggi ho raggiunto in bici il Pian della Mussa, ultima località della Val d’Ala a quota 1850 metri. Giornata metereologicamente non eccelsa e nuvole che hanno incappucciato le cime più elevate, ma la temperatura gradevole, via via più bassa con l’aumento dell’altitudine, mi ha agevolato nella lunga salita. Dopo la perturbazione di lunedì, che ha affondato il Piemonte a colpi di decine e decine di millimetri di preziosa piogga, le montagne grondano ancora acqua e i torrenti, gonfi e rumorosi come in primavera, sono stati una delle attrattive principali della gita e anche la colonna sonora principale. In modo analogo a quasi tutte le località montane d’Italia non particolarmente rinomate, anche le intatte Valli di Lanzo continuano a spopolarsi, come dimostrano le saracinesche abbassate delle attività commerciali e i cartelli di vendita degli immobili, entrambi in moderato aumento. Eppure non mancano i segnali opposti: ho fiutato una certa vivacità e desiderio di rinnovare, di restaurare e di recuperare, atteggiamento che mi sembra inedito per queste terre sonnacchiose e molto appartate. Ho osservato molti nuovi cartelli informativi sulle attrazioni naturali e architettoniche che si incontrano lungo la strada, espressione di una consapevolezza finalmente in crescita, da parte delle istituzioni innanzitutto, del valore dei tesori conservati in queste lande adatte a chi ancora sa godere del contatto con la natura, di silenzio e quiete. Evidentemente necessità, crisi e magari un desiderio di riscatto risvegliano sensi e ingegno nelle popolazioni indigene, storicamente tradizionaliste e avverse alle novità.

Oltre ai paesaggi, che conosco bene, l’architettura dei borghi che ho attraversato ha stavolta attirato la mia attenzione. In passato, quando l’occhio non era allenato, quelle costruzioni in pietra dai tetti spioventi e i balconi in legno, spesso malconce, non incontravano il mio apprezzamento, così come le chiesette piccole e povere, dai campanili semplici e le facciate lisce, prive di orpelli in rilievo alla cui assenza si compensava con pitture appena più ricercate. Tutto mi dava un’impressione, non ingiustificata comunque, di vecchio e abbandonato. Adesso vedo le cose diversamente, anche grazie all’opera di lento recupero con cui si tenta di rivitalizzare i borghi. In valle, comunque, non mancano costruzioni più prestigiose, come splendide ville novecentesche e case costruite negli anni a cavallo fra l’Ottocento ed il Novecento, grandi per l’epoca, a tre o quattro livelli, molto ariose e che potevano ospitare famiglie assai numerose. Le cui ampie facciate sono meravigliosamente esposte a Sud, per poter beneficiare del massimo dell’illuminazione e del calore del Sole, prima della sua scomparsa, davvero precoce in inverno, dietro il profilo dei monti. 126 chilometri percorsi.

Pubblicato in gite in bici | Lascia un commento