#CiclogiroItalia2017 – 27/28 giugno: da Foggia a Torino

Dopo quasi una settimana di pausa forzata a causa di un fastidioso problema intestinale che sembra colpisca i viaggiatori, oppure chi si è esposto troppo al calore, o ancora chi mangia qualcosa che sarebbe stato molto meglio evitare (ed io sono riuscito a collocarmi, con un colpo da maestro, nel punto di convergenza di tutte e tre le possibilità), riparto ragionevolmente dubbioso sul mio stato di forma, ma soprattutto timoroso nei confronti del caldo eccessivo che, dopo avere messo in ginocchio l’intera Italia, sta continuando a crescere al Meridione, con temperature prossime ai 40°C e oltre. Viaggiare in simili condizioni, rimanendo per troppe ore sotto i raggi diretti del sole, è semplicemente brutto, spiacevole e richiede sacrificio ed energie a livelli spropositati. Tuttavia fra un percorso un po’ più fresco in salita per i massicci centrali e un altro pianeggiante nell’entroterra e poi lungo la costa, propendo per il secondo, almeno per questa prima tappa. Una volta in sella, comunque, avverto i primi, confortanti segnali positivi: nessun dolore proveniente dallo stomaco, gambe che girano fluide, riscontro le solite rassicuranti reazioni da parte della bicicletta che mi infondono fiducia.

La tappa non può che rivelarsi un lungo trasferimento che mi condurrà ad alcuni chilometri di distanza da Vasto, in una piccola località compresa ancora in Molise. Tuttavia il paesaggio, in parte celato, all’orizzonte, da una foschia che aiuta a comprendere visivamente il livello di evaporazione e conseguente stress idrico a cui sono sottoposti il suolo e la vegetazione, è molto piacevole, in particolare nel tratto in cui la statale affianca da un lato i laghi di Lesina e Varano, due pentoloni ribollenti all’estremità nord occidentale dello sperone d’Italia, il Gargano, e dall’altro la campagna lievemente collinare e ben coltivata, propaggine dei rilievi montuosi interni. In prossimità della carreggiata, si distendono uliveti e vigneti il cui verde acceso trasmette una sensazione di leggero refrigerio, ma è solo suggestione. La verità è che vengo continuamente raggiunto da refoli di aria calda, senza possibilità di alcun sollievo, che rendono la respirazione quasi difficoltosa.

Essendo una via di comunicazione molto frequentata dai mezzi pesanti, non manca la clientela per le numerose prostitute, che sbucano dalle strade laterali gesticolando e spendendosi in curiose segnalazioni per camionisti e non. Sembrano delle bagnanti perché sono in costume, si muovono con sicurezza nel tratto compreso fra la propria auto e la tipica sedia da bar, si “autopromuovono” senza pudore, inusuali piccole manager di se stesse, e pare che qui abbiano vita facile. La loro solerte volgarità non conosce limiti e raggiunge una dimensione inedita quando, ritrovandomi solo a transitare sotto un ponte, ad alta concentrazione di passeggiatrici, nella semioscurità per almeno una trentina di metri, al mio lento passaggio tutte orientano i culi verso di me, con un sincronismo perfetto. L’inaspettata scena, naturalmente, scorre al rallentatore nella mente, rivelandosi tremendamente comica. Potere della televisione e dei video musicali in particolare, ne sono persuaso: ha istruito proprio tutti su come trasformarsi in oggetto di marketing e merce da esposizione, anche chi pratica il mestiere più antico del mondo e che forse parte con un certo vantaggio.

Dopo una settantina di chilometri, finalmente costeggio il mare e beneficio di un po’ di brezza rinfrescante, dagli effetti comunque decisamente limitati. A Termoli un buontempone mi affianca sorridente sulla sua bicicletta a pedalata assistita, tentando di convincermi circa il potere vivificante, rigenerante e tonificante di un sole così forte, ma non credo di essere stato così bravo a dissimulare la mia totale contrarietà a tali assurde affermazioni (a meno che il DNA di molti come lui non contenga lunghe sequenze di origine rettiliana, chissà…). Il sole, comunque, è sempre quello, a scanso di equivoci, è l’atmosfera, quel sottilissimo strato sopra le nostre teste che ci garantisce la sopravvivenza e che trattiamo come una pattumiera, a contenere troppa anidride carbonica, che ne ha innalzato la capacità di trattenere il calore modificando, in conseguenza di ciò, il clima. Questa enorme “iniezione” di gas serra ha iniziato a verificarsi con la Rivoluzione Industriale ed è andata aumentando costantemente con l’incremento delle attività produttive, sostenuta dall’ideologia della crescita infinita, che esiste in matematica ma non nella realtà, quindi è opera dell’uomo. Questo avrei voluto dire al “pedalatore assistito”, ma non avevo energie in eccesso da spendere, anzi.

Alle 16.30 sto montando già la tenda nel campeggio di una piccola località al confine con l’Abruzzo. Dato che l’unico ristorante nei paraggi è quello del villaggio turistico e non ho intenzione di cedere all’odioso ricatto, per la cena cambio momentaneamente regione e, una volta terminata, torno in Molise. 107 km.

Nottata febbricitante in cui mi sono sentito nuovamente stanco e spossato, umidità e caldo alle stelle, zanzare che sono riuscite ad entrare in tenda approfittando di una mia visita notturna al bagno e mi hanno tormentato dalle cinque del mattino, impedendomi di dormire oltre. Rifletto dunque: il solleone a quanto pare mi ha assestato una nuova batosta, non sto così male ma non posso per nulla affermare di essere in forma; le temperature sono fuori da ogni scala, anche al Sud, per essere giugno e non sono compatibili con qualsiasi attività all’aperto; al Nord ha rinfrescato ma al prezzo di violenti nubifragi e, in alcune zone, con grandine grossa quasi quanto una pesca. Le speranze che l’andamento metereologico dell’estate 2017 possa inquadrarsi in un ritorno alla normalità climatica sono ridotte al lumicino: con la dipartita dell’anticiclone azzorriano, la cui azione mite ed equilibrata teneva al riparo dagli eccessi in un senso o nell’altro, specialmente l’area centro occidentale europea è diventata terra di conquista di masse d’aria calda e stabile d’origine sahariana alternate ad incursioni di aria relativamente molto più fresca dai quadranti settentrionali. Tuttavia, dato che il clima si sta surriscaldando, l’anticiclone africano è decisamente più persistente e prepotente del fresco il quale, comunque, quando giunge a contatto con la massa rovente preesistente, per il differenziale di temperatura agisce da detonatore di violentissimi fenomeni precipitativi. Ci troviamo di fronte a due facce della stessa medaglia in pratica, a condizioni opposte libere di manifestarsi a turno sullo stesso palco dato che l’Azzorriano, il vecchio padrone di casa delle belle estati di una volta, non torna più.

Acquisisco dunque la consapevolezza, mentre provo a cacciare le zanzare, che le previsioni per le prossime settimane non possono essermi favorevoli: o soffro il caldo sottoponendomi ad uno stress ingiustificato, oppure rischio vento, nubifragi e grandine. Prospettive poco allettanti, ma bisogna essere realisti: sperare nel giusto mezzo sarebbe da sciocco illuso, o da incosciente. Pazienza se qualcuno proverà a rassicurarmi annunciando la pioggia nei giorni a venire perché so che, molto probabilmente, questa verrà seguita da una nuova pulsazione calda. 

Decido dunque di interrompere qui il viaggio e di tornare a Torino in treno. La decisione inaspettatamente mi rasserena e lo considero un buon segnale. Alle 7 del mattino, a scelta compiuta, fa già caldissimo, non circola aria e l’afa rende ogni cosa appiccicosa. Smontare la tenda e fare colazione si riveleranno due fatiche: la prima perché sudo ad ogni movimento, la seconda a causa dello stomaco chiuso. Intorno alle 9, dopo pochi chilometri, raggiungo la stazione ferroviaria di Vasto-San Salvo. In biglietteria l’unico impiegato è una persona disponibile e metodica, che in breve costruisce l’elenco dei treni che dovrò cambiare per tornare a casa. Sono ben cinque: uno da dove mi trovo fino a Pescara, un altro fino ad Ancona, poi ancora per Bologna, per Milano ed infine per Torino.

Il paesaggio scorre veloce sotto i miei occhi. Provo un po’ di amarezza per la possibilità mancata di gustarmi ogni chilometro a passo di lumaca, è come quando qualcosa che hai desiderato a lungo ti viene strappata di mano prima ancora di averla afferrata saldamente. Il cielo scuro e tempestoso a nord di Rimini pare inghiottire nel buio della notte il convoglio che tocca i 150, mentre violenti scrosci d’acqua si abbattono sui finestrini e la temperatura esterna crolla fino ad appena 19°C. Scorgo la bella campagna flagellata dalle precipitazioni intense, la visibilità di poche decine di metri, il grigio che predomina, poi a seguire modesti sprazzi di sereno, con la luce che illumina le propaggini dell’Appennino tosco-emiliano, e i nuovi temporali che si organizzano all’orizzonte.

I 3539 chilometri percorsi in bicicletta hanno però lasciato un segno profondo. La soddisfazione che deriva dall’aver masticato senza alcun aiuto tutta quella strada è notevole. La lentezza ci restituisce tempo, spazio e dimensione di cose, fatti ed avvenimenti, elemento da non sottovalutare neanche per un istante perché il sale della vita risiede lì, non è neanche nascosto, ma richiede di rallentare sostanziosamente per essere raggiunto. I luoghi visitati degni di imperitura memoria sono stati innumerevoli. Gli incontri si sono rivelati istruttivi, divertenti e pacifici. L’Italia del Sud è tutto meno che un corpo agonizzante prossimo alla fine e, pur fra i mille problemi che la zavorrano provocando sofferenze e rassegnazione, conserva dosi di vitalità e umanità che, specialmente nelle grandi città del Nord, rappresentano una preziosa rarità. 

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#CiclogiroItalia2017 – 17/20 giugno: da Lecce a Foggia

Prima di congedarmi da Lecce, visito ancora l’interno del Duomo e l’elegante cripta sotterranea. Questa è sorretta da ben 94 colonne i cui capitelli differiscono tutti gli uni dagli altri. Oltre a rappresentare un luogo di preghiera, contiene anche i sepolcri di defunti appartenuti alle famiglie nobiliari. Negli ultimi anni è stata interessata da accurati lavori di restauro durante i quali sono stati scoperti ulteriori locali collocati ad un livello ancora più basso in cui i corpi dei defunti venivano lasciati decomporre, come testimoniato dalla presenza dei canali di scolo e pozzetti per la raccolta dei fluidi corporei e di numerosi resti di ossa umane.
Il tratto di campagna che attraverso mentre raggiungo la costa è interessato da numerosi roghi, che coinvolgono la vegetazione ai margini della strada, piccoli lotti di terra e anche terreni agricoli. Le loro cause sono molteplici ma tutte riconducibili alle attività umane: dal lancio di mozziconi di sigarette accesi alla pratica scorretta di bruciare così i rifiuti di qualsiasi genere. Sulla vicina costa non va meglio, caratterizzata da una serie di villaggi sgraziati in cui almeno la metà delle case sarà stata costruita abusivamente e dall’odore acre dei roghi che si sente nell’aria.

La situazione migliora rapidamente, però, mentre mi approssimo a Brindisi. Scompaiono i segni di degrado ed entrano in scena estesi vigneti, fra i più grandi visti finora, che si alternano con i campi, tuttavia la fascia costiera è occupata da uno stabilimento Enel.

Su Brindisi, che apprezzo da subito soprattutto per l’atmosfera quieta e un po’ incantata, l’affaccio piacevolissimo sul porto naturale, il lungo viale alberato che conduce al mare e le colonne romane ritenute in passato terminali della via Appia, lascio che a esprimersi siano le parole perfette tratte da un’opera dello storico dell’arte Cesare Brandi, lette da un’incisione collocata nel centro della città: “La bellezza di Brindisi non è travolgente, e più che di bellezza bisogna parlare di attrattiva; ma il piano stesso della città, con la sua lunga strada alberata, e lo sbocco su un mare dolcissimo, permette di assaporare via via per quel che vale, e vale parecchio, la luce candida che dardeggia la città da ogni lato. Sarà stata la primavera, l’aria lavata dalle piogge recenti, il sole che non acceca come d’estate: ma in quella luce sembrava di trovarsi entro pareti di cristallo, nella lanterna d’un faro.” 

Il tratto di costa successivo affianca la riserva naturale di Torre Guerceto e, potendo finalmente ammirare una vegetazione più folta e in salute, senza segni di degrado, erosione, con alberi dalle chiome alte e rigogliose (la Puglia finora si è dimostrata essere la regione con la superficie boschiva di gran lunga meno estesa fra quelle incontrate), mi rendo conto di come la qualità del paesaggio sia strettamente condizionata dalle attività umane. Troppo spesso si ritiene irresponsabilmente che l’aridita’ di un luogo, e conseguentemente la sua povertà, dipenda da cause climatiche, ma ci si dimentica che fra disboscamenti, pascoli, sfruttamento eccessivo della terra si può trasformare una zona ricca e varia in una landa desolata e improduttiva (escludendo la cementificazione che distrugge direttamente il suolo). Questa area protetta, invece, è un giardino ben conservato di intatta bellezza, che si presenta in salute perché bene amministrata e gestita, l’esatto opposto di quanto ho osservato alcune decine di chilometri addietro, anche se c’è contiguità, medesime condizioni climatiche e potenzialità. Lo stress a cui è sottoposto il territorio, quindi, è innanzitutto quello derivante da attività umane impattanti e scriteriate, solo in seconda misura si possono considerare le varie condizioni climatiche e ambientali che ne facilitano o meno la rigenerazione.

Dopo 86 km mi fermo in località Specchiello.

Notte molto ventosa che ha spazzato via la cappa africana, restituendo un cielo terso e contrasti cromatici netti, ma le raffiche continueranno forti per tutto il giorno, dimezzando quasi la velocità della mia andatura. Il falsopiano su cui mi muovo è ricoperto in ogni direzione da uliveti. Buona parte degli esemplari ha una stazza importante, alcuni un diametro talmente grosso che per cingere il tronco servirebbero tre persone; ma ancora di più rimango impressionato dalla forte nodosità della corteccia, dall’aspetto contorto e intrecciato, filamentoso, del fusto, sul quale sono scavati buchi e cavità. Sembrano grosse interiora attorcigliate e fossilizzate, oppure mostruosi corpi alieni aggrovigliati e addormentati.

Ostuni è una scultura di ghiaccio che si innalza fra il verde diffuso delle chiome degli ulivi. Le sue case bianchissime riflettono la luce del sole accecandomi e la calce ricopre quasi tutto come uno strato di glassa che è stato spalmato su ogni superficie di edifici, mura, scalinate, archi e rocce. Riunisce in sé i tratti marcati dell’insediamento primitivo pugliese denso di abitazioni addossate l’una sull’altra, con vicoli e cunicoli; del borgo medievale fortificato, con archi, torrette, mura e la cui posizione rialzata regala scorci notevoli verso un mare limpido e una verde pianura; del centro nobiliare decorato in stile barocco e rococò, con soluzioni raffinate ed eleganti ed infine dell’espansione ottocentesca, con piazze e strade più grandi, luminose e “importanti”. Passeggiare per le vie ombrose e fresche, spazzate da questo vento balcanico che giunge qui dopo aver messo in agitazione il mare e di cui ne trasporta l’odore, in una luminosissima giornata di metà giugno, è una esperienza davvero piacevole.

Torno sulla litoranea, che coincide con l’Appia Antica, poi seguo la diramazione segnalata come provinciale 90 e mi trovo a ridosso della riva. Il mare è molto agitato e gli schizzi dei cavalloni che si infrangono su rocce e scogli mi raggiungono frequentemente mentre pedalo. Il vento forte mi ha rallentato parecchio oggi e non è possibile superare i 10 km/h. Tempo avverso per turismo e operatori del settore, con le acque che raggiungono gli ombrelloni erodendo la coltre sabbiosa delle spiagge. Con Egnazia, antica città messapica e romana, affiancata da un’area archeologica, termina ufficialmente il Salento. 

Dopo soli 58 km mi fermo per la notte. Mi sento improvvisamente molto stanco ma, ignaro, attribuisco questo brusco e sospetto calo verticale allo sforzo prolungato dell’odierna pedalata controvento. Quando mi corico dopo la cena, però, sono in preda a tremori e un senso di spossatezza che, per il momento, verranno superati con una buona dormita.

Monopoli mi piace da subito e molto, con quel dedalo di stradine aggrovigliate che, attraverso la vecchia porta romana, conducono allo splendido bacino naturale protetto dai venti su cui sorge il Porto Vecchio, il centro d’irraggiamento da cui cominciò l’espansione della città messapica durante il V secolo a.C. Durante il periodo romano la città si doto’ di torri e corpi di guardia che, assieme alle mura messapiche, furono inglobate nel Castello Carlo V, costituito nel XVI secolo durante la dominazione spagnola in località Punta Penna, a nord del centro storico.

Di Polignano individuo due volti, molto diversi l’uno dall’altro: il primo che incontro, provenendo da sud, corrisponde ad un fitto reticolo di dritte vie ortogonali ma ondulate, piuttosto esteso e via via più piacevole e interessante con il progredire verso l’interno, il secondo è rappresentato dal borgo fortificato, arroccato spettacolarmente sul mare, nel punto in cui le rocce su cui sorgono le abitazioni formano uno strapiombo verticale, una parete che contiene grotte e cavità naturali. Il mare ancora abbastanza agitato, scontrandosi contro quella parete inespugnabile, genera fragorose esplosioni di schiuma. 

A nord di Polignano, invece, la ben conservata campagna, nel tratto più prossimo alla costa, ospita una grande quantità di costruzioni in pietra che mi sembra costituiscano l’incrocio fra il trullo e la casedda. Sorgono sparpagliate in modo tale che ad ognuna sia assegnato un lotto di terra fertile. Intuisco allora quanto il trullo tipico, quello di Alberobello per intenderci, sia solo una sorta di fotogramma “congelato” del film sull’evoluzione di questa struttura, che invece poteva variare continuamente in base all’uso, alle necessità e alla zona, ibridandosi, se necessario, con tipologie diverse di costruzioni e modellandosi sull’uso vivo che se ne faceva. 

Le mie condizioni fisiche, intanto, tornano a peggiorare e, quando raggiungo Bari, la visito in modo affrettato. La città medievale, comunque, sembra decisamente interessante ma anche quella relativa allo sviluppo ottocentesco non delude. Dopo 81 km arrivo a Giovinazzo e ho fretta di sistemarmi in un campeggio che, come scoprirò con estremo disappunto il giorno dopo, è privo di alberi, e quindi ombra, su un gran numero di piazzole: alle ore 6:45 del 20 giugno la tenda è già surriscaldata per via dell’effetto diretto dei raggi solari e non posso più dormire.

Le difficoltà che incontro a fare colazione, nonostante ieri non abbia neanche cenato, chiariscono inequivocabilmente che ho dei problemi allo stomaco, uniti al senso di spossatezza, alla nausea e alla febbricitante stanchezza che mi pervadono. In più è tornato il caldo forte e sembra ancora maggiore dell’ondata precedente. L’obiettivo è raggiungere Foggia dove andare a trovare dei parenti e riposare un po’, ma questa traversata mi costerà cara perché, dei 109 km percorsi in data 20 giugno, almeno la metà sono collocati nell’entroterra infuocato e assolato. Ogni fontana quindi mi dà la possibilità di rinfrescarmi e bagnare completamente la testa e il cappello, che diventa un refrigeratore per tutto il tempo in cui resta umido; ogni albero mi offre l’occasione per una pausa all’ombra della durata di qualche minuto durante la quale smaltisco parte del calore accumulato. Fino alla meta finale, raggiunta con una prova di caparbietà e ostinazione che spero di non avere più necessità di ripetere per molto tempo ancora e che non auguro a nessuno di dover dimostrare…

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#CiclogiroItalia2017 – 14/16 giugno: da Alliste a Lecce

Caldo aggressivo già dalle prime ore del mattino. L’anticiclone africano, il nuovo protagonista delle estati europee da circa un quindicennio pur nell’ignoranza generale, è giunto a farci visita scalzando l’azzorriano, ormai indebolito e passato di moda. Eppure le rare Fiat 500 che mi superano, 50 anni ben portati, sembrano non patire più di tanto la canicola. Le sento arrivare da lontano, le riconosco dallo sferragliare del glorioso bicilindrico raffreddato ad aria, mi superano con i deflettori spalancati a 90 gradi; essenziali, leggere ed agili avanzano per questa litoranea rovente e pietrosa senza grossi affanni. L’odore di bruciato, se non proviene dai freni dei grossi SUV impacciati e sotto sforzo, con le ventole di raffreddamento che girano al massimo, è quello delle ristoppie a cui i contadini danno disinvoltamente fuoco.

Il mare, presenza costante a pochi metri sulla destra, è l’indiscusso protagonista. Il suo profumo satura l’aria, invade narici, polmoni, si appiccica sulla pelle che diventa salata; il suo respiro lento e profondo si manifesta nello sciabordio delle onde contro gli scogli e in una brezza lieve e fresca. Fra il nastro d’asfalto e l’immensa massa d’acqua blu si dispiega lo spazio per la terra rossastra dei campi, il verde intenso degli orti e dei fichi d’india, il grigio degli onnipresenti muri a secco. 

A Santa Maria di Leuca, estremità inferiore del tacco dello Stivale, ammiro le belle ville ottocentesche mentre, poco fuori dall’abitato, in posizione elevata, sorge La Basilica-Santuario di “Santa Maria de finibus terrae”, che subì ripetuti assalti da parte dei pirati e conseguenti danneggiamenti; vicino al suo altare è conservata una porzione superstite di una tela che ritrae la Madonna ed il Bambino, miracolosamente scampata all’incendio appiccato dagli invasori. Il caldo, intanto, raggiunge vette decisamente elevate ed inedite in questo cicloviaggio. Dopo Leuca la costa si movimentato diventando alta, bella, rocciosa e frastagliata; la bollente provinciale scorre nella rada pineta fra sassi e costruzioni primitive, in tutte le possibili varianti; la presenza dei muri a secco è continua ed ossessiva: sono costruiti anche lungo i declivi più scoscesi, a delimitare fino all’ultimo metro proprietà che, a giudicare dall’intreccio che vedo, avranno costituito motivo di chissà quanti litigi, diatribe se non addirittura faide!

Santa Cesarea Terme conserva nella Villa Sticchi, costruita per volontà del primo concessionario delle terme, un esempio dello stile moresco dalle origini islamiche radicatosi nei secoli XI-XV nel Mediterraneo occidentale e diffuso nell’Ottocento nelle località balneari del Salento. Purtroppo non manca il pugno in un occhio, assicurato dalla presenza di una piscina ormai in disuso installata fra le pareti verticali di roccia sul mare, poco più in là. Un autentico ecomostro di cui auspicare la demolizione al più presto. Meglio non chiedersi a cosa serva, poi, una vasca da bagno gigante, così appare se osservata da una certa distanza, collocata fra le acque particolarmente limpide del mare…

La costa è comunque superlativa. Falesie, declivi rocciosi, grotte naturali, pendenze vertiginose su cui crescono gli ulivi che riescono a piantare radici in piccoli fazzoletti di terra delimitati dai sassi, fichi d’india ovunque. Quando manca poco ad Otranto, il litorale subisce una metamorfosi istantanea, diventando una grande pianura che termina con uno strapiombo sul mare, un paesaggio irlandese nel cuore del Mediterraneo, solo più arido e caldo, ma ugualmente spettacolare.

Dopo 94 km mi sistemo ad Otranto, il comune più orientale d’Italia, un lembo di terraferma fortificato che si sporge sulle acque, fitto di costruzioni antiche fra cui spiccano il Castello Aragonese e la Cattedrale, sulla cui piazza prospiciente, ad un’altezza di alcuni metri dal suolo, le rondini si dispiegano in un volo circolare gioioso e rumoroso. La cittadina è graziosa, perfetta per il turismo odierno attratto dai prodotti tipici e dagli scorci pittoreschi a portata di mano, fruibili con immediatezza e senza scarpinare troppo; tuttavia per ora gli eccessi del sovrappopolamento vacanziero sono ancora lontani e la passeggiata è godibile.

Cielo lattiginoso, colori smorti, sensazione di afa accentuata, l’Africa sahariana, dopo aver fatto il carico di umidità dal mare, ha piazzato le tende sulle nostre teste e non intende abbandonare facilmente le terre conquistate. Per fortuna si attiva la brezza dal mare, ancora fresco, che mi aiuta a mantenere un precario equilibrio fra la velocità di crociera e lo sforzo: cerco di ottenere il massimo dal minimo, dosando la spinta sui pedali per non sudare troppo. Affianco i Laghi Alimini sulla sinistra e la Baia dei Turchi a destra, luogo dove, come la leggenda racconta, sbarcarono i turchi per cominciare il lungo assedio ad Otranto. 

Costa sempre notevole, con boschetti e pinete a ridosso del mare, alcune falesie e isolotti. Mi bagno nelle splendide acque interne alla Grotta della Poesia, una cavità di origine naturale aperta a sud dell’insenatura meridionale del promontorio di Roca. Una fessurazione conduce ad un complesso di tre grotte carsiche tra loro comunicanti attraverso sifoni, cunicoli e gallerie. Il “monumento” riveste anche un’importanza archeologica, in quanto sulle pareti si trovano centinaia di testimonianze epigrafiche, con incisioni riferibili all’età preistorica, messapica e latina. Acque limpide e fresche, panorama suggestivo, bagno che non scorderò.

Fino a Torre Specchia si susseguono falesie di roccia calcarea, spiaggette e isolotti; una volta raggiunto l’agglomerato abbandono la costa e penetro nell’entroterra seguendo le indicazioni per Acaya, direzione Lecce. Mi ritrovo in breve circondato da chilometri di uliveti, con i filari ordinati degli alberi che si perdono a vista d’occhio interrotti solo da qualche primitiva costruzione in pietra. Il canto delle cicale impazzite per via del sole feroce raggiunge volumi da discoteca, sovrasta il rombo delle poche vetture che percorrono la statale semideserta, alla fine è l’unico segnale di vita nell’immobilita’ arroventata che mi circonda. I paesi che attraverso non registrano tracce di attività umane, ma ostentano nella piazza principale con un certo orgoglio il cartello che segnala la disponibilità della connessione WI-FI gratuita in tutto il comune.

Acaya, ad una dozzina di chilometri da Lecce, vale quasi quanto la toscana Monteriggioni. È un esempio di borgo fortificato a pianta ortogonale, con un castello e una porta principale di accesso; assunse questo nome quando Giovanni Giacomo dell’Acaya, “regio ingegnere militare” di Carlo d’Asburgo e alla cui famiglia era stato concesso il feudo tre secoli prima con il nome di Segine, decise di costruirvi le mura e scavare il fossato attorno al castello già edificato durante il governo del padre. La Valle della Cupa, area perlopiù pianeggiante e fertile che si estende intorno a Lecce, include numerose masserie, anche abbandonate, è cappelle votive; cave di tufo e affioramenti di roccia nei campi, che ho riscontrato frequentemente in Puglia.

Nel tardo pomeriggio raggiungo il capoluogo dopo 53 km, con l’intenzione di rimanere per visitarlo il giorno successivo.

L’appellativo per Lecce di “Firenze del Sud”, anche se un po’ iperbolico, è comunque giustificato, anche se trovo più affinità con la “Firenze dell’Elba”, come veniva chiamata la città tedesca di Dresda fino al 1945, prima che una sola notte di criminali e devastanti bombardamenti aerei la distruggesse a guerra quasi conclusa. Il barocco leccese, diffusosi nel Salento fra il Seicento e il Settecento, utilizzava una pietra locale di tipo calcareo, tenera e quindi adatta alla lavorazione con lo scalpellino, dai toni caldi e dorati. Infatti Lecce non è bianca come altri notevoli centri salentini che ho esplorato, ma tende ad un giallo oro tenue che risalta particolarmente al tramonto. Barocco ma anche rococò, raffinati e leggeri, adornano con ricchezza estrema di dettagli le facciate di alcuni monumenti, fra i quali: il Duomo e il Seminario, affacciati sulla medesima piazza ampia e scenografica che, collocata in un’urbanistica più raccolta e compatta, realizza una rottura che genera stupore ed incanto quando vi si accede; la Basilica di Santa Croce, in fase di restauro e nascosta dalle impalcature, e il vicino, notevole palazzo del governo; le numerosissime chiese che si incontrano in ogni angolo o piazzetta e le facciate di palazzi nobiliari sparsi ovunque per il nucleo storico.

La mia passeggiata comincia dopo le 17, non appena la morsa del sole inizia ad allentarsi e scompare progressivamente quel senso di apnea, di attesa per il ritorno alla vita in strada. Apprezzo le proporzioni degli edifici, le volumetrie contenute e il rapporto fra la larghezza delle strade e l’altezza delle costruzioni, uniforme per tutto il centro. Le vie lastricate in pietra, come ho notato in molti altri borghi del meridione, sono molto lucide, come se vi fosse stata passata la cera. Si tingono dei colori provenienti dall’ambiente circostante e permettono quasi agli edifici di specchiarsi sulla loro superficie, generando un effetto simile alla traslucenza, che si manifesta quanto si vede attraverso un liquido cosa c’è sotto. Ecco, gli edifici specchiati rappresentano una seconda città capovolta e riflessa su queste vie dall’andamento irregolare, curvilineo come il corpo di un serpente. 

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#CiclogiroItalia2017 – 11/13 giugno: da Matera ad Alliste (Salento)

Salutata la Città dei Sassi, affronto gli spazi infiniti della Murgia Materana, un mare dorato di spighe scosse dalle sostenute raffiche di vento che rallentano la mia andatura. L’ingresso in Puglia non introduce particolari novità nel paesaggio appena ondulato in cui si susseguono alcuni centri abitati. Il primo avvistamento con i trulli avviene a meno di una decina di chilometri da Mottola: l’esemplare è collocato nei pressi di una grande e pregevole masseria abbandonata, caratterizzata da elementi che richiamano quelli di un castello medievale, a partire dalle proporzioni, passando per le merlature, la presenza di una chiesa e di una torre.

Oltre Mottola l’altopiano degrada lentamente verso il mare e con esso il lungo rettilineo perpendicolare alla costa da cui avvisto il Golfo di Taranto e le alte ciminiere dell’enorme stabilimento dell’Ilva. Mi immetto sulla statale 7 fino a Massafra il cui tracciato coincide con quello che fu ben più famoso e prestigioso, anche se ormai quasi dimenticato, di un’altra strada: l’Appia antica, che collegava Roma con Brindisi al tempo dei romani. Questo è un territorio di gravine e civiltà rupestri che, proprio come a Matera, sfruttavano le grotte naturali lungo le pareti dei solchi tellurici per realizzare abitazioni e luoghi di culto. Massafra, costruita a ridosso di un’altra gravina, trae origine da questa attitudine abitativa. Rocce ed edifici formano un tutt’uno, con i secondi che incarnano la naturale prosecuzione delle prime verso l’alto; osservo questo dalla stretta strada che conduce al centro storico, delimitata lateralmente da pareti di roccia intonacate di bianco su cui sorgono le case. Simile ad una caverna di ghiaccio, priva però della volta.

Più avanti registro il ritorno in grande stile dei muri a secco, come quelli incontrati nel ragusano, nelle terre del Gattopardo. Delimitano con geometrie regolari appezzamenti di terreno in cui vegetano esemplari di ulivi che, a giudicare dal diametro dei tronchi e dalle nodosità pronunciate, sono probabilmente secolari. Un netto cambio di direzione verso il nord, con destinazione Alberobello, mi pone dinanzi alla salita per l’altopiano della Murgia Tarantina, dalla cui sommità si può godere della vista sul Golfo della città.

Il paesaggio, con il procedere dei chilometri, si rivela progressivamente nelle sue componenti fondamentali svelando così l’anima più autentica e antica della Puglia. I grandi lotti agricoli, delimitati da muri a secco alti fino a 1,50 metri le cui buone condizioni testimoniano l’utilizzo mai cessato da parte della popolazione delle aree rurali, non si sono modificati nel tempo e ancora oggi ospitano trulli e masserie. Il trullo, evoluzione in muratura della primitiva capanna, in greco tardo significa “cupola”, realizzata con il sistema della “tolos”, mettendo cioè uno sull’altro in cerchi concentrici tante file di pietre, con quelle di sopra sempre un pochino più sporgenti sulla fila di sotto. In cima al cono del tetto è collocato un pennacchio che può assumere varie forme e dona slancio alla struttura. Le vicine masserie, di un bianco accecante, mi ricordano gigantesche costruzioni di ghiaccio dalle forme tondeggianti e i tetti grigi di pietra. Osservo sassi e roccia ovunque, affioranti direttamente dai terreni e primo materiale di costruzione alternarsi con i cilindri di fieno che riposano lungo le praterie declinanti; con le greggi, dai cavalli ai bovini, che brucano, anche nel sottobosco pietroso; con gli ulivi e le colture. Agricoltura e pastorizia sono gli elementi predominanti di questo contesto che mantiene però, evidente, un rapporto con la pietra che sa decisamente di preistoria, di ancestrale, e che raggiunge il culmine con i trulli, vere e proprie capanne primitive evolute. Ad Alberobello si conclude questa tappa lunga 96 km.

La visita alla cittadina purtroppo conferma i miei timori e cioè che l’architettura moderna prima e il turismo di massa dopo l’abbiano trasformata in una sorta di luna-park, una disneyland piena di negozi di cibo e souvenir, cancellando quasi totalmente lo spirito originario del luogo che ieri, sull’altopiano, ho autenticamente respirato. Il Rione Monti contiene centinaia di Trulli ed è stato definito Patrimonio dell’Umanità entrando così nella lista UNESCO, ma quasi ogni capanna è addobbata di mercanzia varia, trasformata in ristorante oppure micro-museo; fastidiosi poi sono i cartelli che, come slogan, recitano frasi come “il trullo con pavimentazione originale del ‘700” oppure “trullo panoramico” e via dicendo. Pare il villaggio dei Puffi. Di questi edifici molto simili gli uni agli altri e interessanti soprattutto se inseriti in un contesto intatto e credibile, ma non ritengo per la loro architettura elementare per quanto intelligente, segnalo il Sovrano, chiamato così perché è l’unico a disporre di un piano rialzato, raggiungibile attraverso una scala in muratura dall’interno e tra i primi ad avere visto l’impiego della malta nella propria costruzione.

Lascio Alberobello senza troppi rimpianti ed affronto la Valle d’Itria, i suoi boschi, la macchia mediterranea, gli uliveti, le distese di ciliegi ed il suolo di un colore marrone acceso, tendente al rossastro. In qualsiasi direzione volga lo sguardo, rilevo un territorio punteggiato dal bianco dei trulli, che qui riescono a suscitare incanto per la forma, il colore e qualcosa di meno evidente ma funzionale, ossia il legame con la terra, rudimentale ma autentico e ancestrale.

Locorotondo è un gioiello nel cuore della valle; il suo centro storico un tempo fortificato da mura e torrioni custodisce antichi palazzi colore della calce, piazzette suggestive, strette viuzze che seguono l’andamento circolare della collina, e scorci preziosi sul paesaggio sottostante. La successiva Martina Franca, con i suoi 50.000 abitanti, vince però qualsiasi confronto. Con la sua architettura rococò più spiccata che in qualsiasi altra città meridionale, esprime grazia, eleganza e libertà dalle preoccupazioni, dalla pesantezza, risultando anche gioiosa. Moltissimi dunque i palazzi signorili risalenti al XVIII secolo, in cui lo stile delle facciate è in sintonia con i valori a cui si ispirava l’aristocrazia dell’epoca. Dopo 107 km, di cui 80 circa percorsi nel solo pomeriggio, mi sistemo a Torre Lapillo, una località sulla costa appartenente al comune di Porto Cesareo.

Procedo verso sud con il mare alla mia destra. Fa molto caldo ma oggi la bicicletta è forse la scelta migliore: nessuna salita importante in vista, una pedalata leggera e agile, mentre la ventilazione data dalla velocità di crociera aiuta a smaltire il calore prodotto. A piedi non sarebbe ugualmente piacevole mentre in auto bisognerebbe sopportare il disagio dovuto all’abitacolo surriscaldato prima che l’intervento del condizionatore lo rinfreschi e in ogni caso si rimarrebbe isolati. Sul litorale sorgono in coincidenza dei promontori torri di guardia contro i pirati saraceni, la maggior parte delle quali è realizzata in muratura con forme squadrate, merlature ed una scala di dimensioni importanti che introduce al portone d’ingresso; in pratica dei piccoli bastioni in grado di ospitare pezzi di artiglieria pesante.

Nei campi alla mia sinistra, invece, sono frequenti delle costruzioni in pietra che si discostano parzialmente dai trulli innanzitutto per la pianta, in quanto non è esclusivamente a base quadrata ma può avere angoli molto arrotondati oppure forma circolare; composti da uno o due cilindri sovrapposti, presentano raggio decrescente salendo di livello e muri lievemente inclinati verso il centro. Privi d’intonaco e con un diametro alla base piuttosto ampio se rapportato all’altezza complessiva, appaiono tozzi e poco slanciati. Delle scalette esterne di pietra consentono di raggiungere il piano superiore. A seconda del luogo in cui si trovano, possono prendere il nome di furnieddhi, pajari oppure caseddu.

La provinciale 286 penetra nel perimetro del Parco Naturale Regionale di Portoselvaggio e Palude del Capitano, 300 ettari di pineta e 7 km di costa alta e incontaminata, disseminata di torri costiere, grotte e ripari naturali frequentati fin dal Paleolitico. Segnalo la baia di Uluzzo su cui svetta la torre, la cava messapica di blocchi monolitici e la baia di Portoselvaggio. Queste sono zone messapiche, dal nome dato all’area (Messapia) compresa fra le province di Lecce, Brindisi ed in parte Taranto, su cui si stanzio’ a partire dall’VIII secolo a.C. una popolazione di origine illirica, proveniente cioè dai Balcani, assorbita successivamente da Roma ma che mantenne comunque caratteristiche proprie.

Gallipoli vecchia, sviluppatasi su un’isola collegata alla terraferma da un ponte seicentesco, ha l’atmosfera della tipica località di mare. Una cittadina densa di abitazioni, alcune semplici, altre barocche, collegate da fresche viuzze in cui è difficile comunque perdersi, perché si raggiunge velocemente il perimetro dell’abitato, di alcuni metri elevato sulle acque, oppure si incontra la Cattedrale, che sorge al centro e nel punto più alto dell’isola. Realizzata a partire dal 1629, nel 1696 fu completata la ricca facciata barocca, mentre l’interno, con le 12 colonne doriche che separano la navata centrale dalle due laterali, è una vera e propria esposizione di numerosi grandi dipinti realizzati da vari pittori.

Dopo 70 km finisco in un “accampamento rurale” all’interno di un uliveto e monto la tenda vicino ad un caseddu, in località Alliste.

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 #CiclogiroItalia2017 – 9/10 giugno: da Gravina in Puglia a Matera

Dal bed and breakfast situato nel centro mi immetto senza difficoltà sul selciato di un’antica strada romana che conduce alla gravina, una faglia tellurica consistente in un solco profondo decine di metri, irregolare e molto largo. Il sito assume anche valore archeologico in quanto le grotte scavate nelle rocce lungo le pareti laterali furono usate come dimore primitive e perfino luoghi di culto. La ferrovia che passa nelle vicinanze costituirebbe un’ottima possibilità per un turismo ecologico, ma purtroppo il servizio è stato soppresso alcuni anni fa; il sedime e i binari sono ancora in ottime condizioni, così come la segnaletica, funzionante ed attiva, ma con i semafori perennemente accesi sul rosso. Si preferisce tutravia continuare a sostenere, con grande miopia e malafede, unicamente la mobilità privata e i suoi costi proibitivi in termini di manutenzione stradale, cure sanitarie e inquinamento. Appena più a valle si dispone l’area archeologica Padre Eterno, su cui si insediarono a partire dall”VIII secolo a.C. gli indigeni Pauceti, fusi prima con i Greci e successivamente con i Romani.

Dopo meno di una ventina di chilometri raggiungo Altamura, di cui apprezzo molto il compatto centro storico di origine medievale in cui la tinta prevalente è il bianco calce che esaspera la luminosità. La Cattedrale è splendida, così come l’area in cui è inserita e gli archi gotici che è possibile scorgere un po’ ovunque; a quanto risulta la Cattedrale fu l’unico edificio sacro voluto e fatto realizzare da Federico II di Svevia.

Termina così questa breve divagazione in terra pugliese, avvenuta nella provincia di Bari, e rientro in Basilicata. Matera non dista molto ma la statale è brutta, trafficata e alcune uscite in prossimità delle diverse zone della città sono chiuse a causa di alcuni smottamenti. Mi tocca allungare di qualche chilometro, evento che avrei volentieri evitato sotto il caldo afoso odierno, ma riesco comunque a sistemarmi in una masseria che offre anche servizi di campeggio, piuttosto vicina ai luoghi di interesse che intendo visitare, dopo appena 49 km.

Matera è difficilmente descrivibile perché totalmente al di fuori dai canoni. Spendo l’intera giornata del 10 giugno nella visita della città, che potrei definire anche insediamento preistorico, o ancora spettacolare parco naturale. Perché Matera è tutto questo, rappresenta l’anello di congiunzione fra l’essere umano cosiddetto “evoluto” e quello appartenente al neolitico, fra l’antropizzazione del territorio, fatta di costruzioni moderne e infrastrutture, e una natura scorbutica e insieme spettacolare. La parte antica della “città dei Sassi” è composta da tre rioni: i Sassi Barisano e Caveoso, che sorgono in due vallette a ridosso della profonda gola della Gravina di Matera che divide il territorio in due ed è attraversata dal torrente omonimo, e la Civita, collocata su uno sperone roccioso che separa i due Sassi, all’interno della quale sono costruite la Cattedrale e i palazzi nobiliari. 

I Sassi raccontano i diversi livelli di civilizzazione e antropizzazione che si sono succeduti nella storia, a partire dal neolitico, passando per la civiltà rupestre dei secoli  IX-XI, il periodo normanno svevo dei secoli XI-XIII , quello rinascimentale, quello barocco, per giungere infine agli anni Cinquanta del XX secolo, quando, in seguito alla presa di coscienza sulle pessime condizioni igienico-sanitarie a cui erano sottoposti gli abitanti, si dispose lo sfollamento con il trasferimento della maggior parte della popolazione, circa 15000 persone, in nuovi moderni quartieri. L’opera più determinante nell’attirare l’attenzione sul livello di degrado raggiunto fu “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, pubblicata nel 1952, ma già nel 1948 Palmiro Togliatti prima ed Alcide De Gasperi poi, avevano sollevato la questione.

Visito per primo il Sasso Barisone, quello più sviluppato sotto il profilo architettonico, ancora abitato e sede di varie attività commerciali, solo successivamente il Caveoso, decisamente più primitivo. Nel primo l’evoluzione stratificata si traduce in una varietà costruttiva composta da camminamenti, scale, archi, gallerie, palazzi, ricche chiese ed una generale varietà; nel secondo ci si sente molto più vicini dall’età della pietra. Le numerose cavità tutt’ora presenti, sebbene sbarrate, permettono di farsi un’idea del tipo di abitazione in cui si viveva: poco più che grotte umidissime, scarne, con alcune nicchie per contenere poche suppellettili. In entrambi i casi gli scorci, dagli innumerevoli punti di osservazione, sono parecchio suggestivi e spesso ho avuto l’imbarazzo della scelta sul percorso da seguire, considerando le numerose varianti fornite dall’intreccio inestricabile di vie che si sviluppano anche in senso verticale. L’approccio migliore consiste dunque nel perdersi.

La posizione di Matera, se da un lato ne garantiva la sicurezza, dall’altro ha sempre reso difficoltoso l’approvvigionamento idrico, con il torrente che scorre 150 m più in basso. Sfruttando però la friabilità della roccia e la presenza di grotte naturali, gli abitanti hanno realizzato, con semplicità, destrezza ed efficienza, dei sistemi di canalizzazione delle acque condotte in una serie di cisterne e “palombari”. Con l’aiuto di una guida visito il Palombaro Lungo, la più grande riserva idrica della città posta sotto la centrale Piazza Vittorio, costruita unificando una serie di grotte sotterranee preesistenti e modellandone le pareti facendo assumere ad esse forme arrotondate capaci di smorzare la grande pressione dell’acqua. Profondo infatti 15 m e lungo 60, il Palombaro Lungo poteva contenere fino a ben 5 milioni di metri cubi d’acqua, alimentandosi per l’80% da fonti naturali e per il restante 20% con acqua piovana. Degno di nota è lo speciale intonaco, chiamato “coccio pesto”, che ha reso le pareti impermeabili e ancora oggi si presenta in eccellenti condizioni. Tale grandiosa opera è stata realizzata con la sola forza delle braccia a partire dal XVI secolo e nel 1991, quando è stata scoperta, era ancora colma d’acqua.

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#CiclogiroItalia2017 – 7/8 giugno: da Rionero in Vulture a Gravina in Puglia

Rionero è un borgo piacevole, danneggiato in più occasioni dai terremoti, gli ultimi dei quali si sono verificati nel 1968 e 1980, e pertanto rimaneggiato; tuttavia conserva evidenti i tratti caratteristici, come gli archi in pietra dei portoncini, i balconi in ferro battuto, le vie lastricate e soprattutto la pianta modellata su stradine e vicoli tortuosi. Una volta partito da lì, costeggio il monte Vulture e raggiungo la quota massima di 875 m; poi la strada si inabissa nel buio dei fittissimi boschi che incontro lungo la discesa verso i laghi di Monticchio, entrambi di origine vulcanica in quanto occupano il doppio cratere centrale del monte.

L’Abbazia di San Michele, bianco calce, emerge fra gli alti alberi in posizione elevata rispetto alla superficie del Lago Piccolo che, alimentato da alcune sorgenti, attraverso un ruscello riversa le proprie acque nella cavità del Lago Grande, pochi metri più in basso. Su entrambi attecchisce e cresce spontaneamente la ninfea, con le grandi foglie galleggianti trattenute sul fondo da uno stelo lungo fino a 4-5 metri. Fra i due specchi d’acqua si conservano le rovine del convento di Sant’Ippolito, sicuramente abitato dai monaci benedettini nei secoli XI e XII.

Avrei voluto montare la tenda nell’unico campeggio esistente, ma l’uomo a cui chiedo indicazioni mi comunica che la struttura è ancora chiusa. “Era meglio quando era gestito dal padre… se volete potete mettervi lì, fra gli alberi, dove parcheggiano con i camper i tedeschi e gli olandesi che come voi non hanno trovato un posto, oppure qui da me”. Possiede uno degli innumerevoli punti ristoro che si susseguono lungo le sponde. Cominciamo a parlare, è un fiume in piena. “Ci stanno lasciando soli, questo è un luogo meraviglioso ma non c’è ricettività adeguata, dobbiamo mandare via i turisti!”. Sarebbe utile restare uniti allora, gli faccio notare… “Macché! Qui le teste sono vecchie, si vive come al tempo dei feudatari, ognuno pensa al proprio orticello e per fare qualsiasi cosa devi essere amico di quello e di quell’altro! Io avevo un ristorante a Monaco di Baviera, andava molto bene, poi con il terremoto dell’80 sono dovuto tornare”. Manca la libertà, tutto è bloccato a causa dei “padroni” e le occasioni non possono essere colte. Peggio, quel che c’è va in rovina. Tra un discorso e l’altro, mi prepara la fuoriserie dei panini, prosciutto crudo-formaggio-melanzane sott’olio e pane fragrante e croccante. “Questo è un ottimo panino” annuncia fiero, mentre preleva dal frigo una bottiglia fresca di Aglianico, il vino che si produce da queste parti. Estasi culinaria, la fermezza che mi ha guidato fin qui vacilla. Lui riprende a parlare, ce l’ha con tutti. Ragiona bene e ad un certo punto gli racconto della situazione che ho trovato in Sicilia e dello stato di prostrazione e di mancanza di fiducia e rispetto di sé che ho riscontrato specialmente nei calabresi. “È la mentalità in cui nascono e crescono. Non sono liberi, sono schiavi. Tutto è sotto l’influenza mafiosa, il modello è quello, cresci così e liberarsene rimanendo qui è impossibile”. Anche le multinazionali svolgono un ruolo predatorio. “In Basilicata siamo solo seicentomila e abbiamo un territorio ricco di risorse: acque minerali, legno, petrolio, fauna, prodotti della terra, ma non è nostro, è tutto in mano loro”. Si finisce a parlare del posto. Lui ormai vive qui, anche d’inverno. “Quattro anni fa è sceso un metro di neve, sono arrivati da me, dove parliamo adesso, quattro lupi, che se fossero stati uomini mi avrebbero ammazzato. E invece loro, intelligentemente, hanno atteso che gli portassi del cibo, gliel’ho dato e sono andati via”. Gli brillano gli occhi. “Io faccio il bagno nel lago. D’inverno diventa rosso perché i metalli, il ferro, salgono in superficie”. È anche attraverso le parole di questo uomo robusto, schietto e un po’ rude che riesco a cogliere l’eccezionalita’ di questa terra. In effetti durante la stagione fredda il Lago Piccolo tende all’omotermia, le acque si rimescolano e questo probabilmente consente la diffusione dei minerali che raggiungono la superficie. Ci salutiamo con semplicità. Mentre costeggio il Lago Grande scorgo le strutture abbandonate ricoperte dai rovi: una piscina e un hotel. In Italia non solo non si va avanti, ma si riesce anche a retrocedere. Eppure, forse, almeno questo paradiso di silenzio e natura intatta così si salveranno.

Riparto in direzione di Monticchio Bagni e Foggianello, sto “circumnavigando” il Vulture da sud-ovest a nord-est in senso orario, fra vigne, ulivi ed estesi campi dorati di grano, fino ad incontrare Melfi, con un nucleo medioevale racchiuso all’interno della città muraria e la sagoma squadrata e massiccia del castello in cui soggiornava Federico II di Svevia. Dotato di personalità e cultura decisamente al di sopra della media dei regnanti, rappresentò forse l’unico caso, da queste parti, di un esercizio del potere non predatorio e infatti il suo mito continua a vivere fra la popolazione. A lui sono dovute le Costituzioni di Melfi emanate nel 1231, un codice unico di leggi per l’intero Regno di Sicilia, il cui intento era definire uno Stato coerente che non prevedeva solo gli obblighi dei sudditi verso il governo, ma anche il contrario: una novità assoluta. Melfi è un intreccio medievale composto da vicoli e stradine, con la cattedrale dalla facciata barocca e l’alto campanile, i saliscendi, le botteghe, case basse, semplici oppure nobiliari. Si respira forse un’atmosfera un po’ dimessa, i sorrisi non sono del tutto aperti e le auto, del tutto fuori luogo almeno nel nucleo storico, rischiano di saturare lo spazio, già esiguo, sottraendolo alla socialità. Km 37.

Il paesaggio fra Melfi e Venosa muta ancora. Credevo di aver raggiunto l’apice della bellezza ma mi sbagliavo. Le atmosfere montane dei dintorni del Vulture si addolciscono e cedono il passo a meravigliose ondulazioni del territorio, fra campi coltivati, ruderi di antiche masserie, chiesette gotiche, boschi, corsi d’acqua, le tonalità vivaci dei fiori ai bordi della carreggiata, l’orizzonte che si allontana e tende all’infinito, il vento che spazza le nuvole e lo spirito, il cielo che sembra a portata di mano. Venosa, poi, è un gioiellino. Più allegra di Melfi, più compatta e bella. Nel punto di confluenza dei due valloni che delimitano l’altopiano su cui sorge, chiamati Ruscello e Reale, e che, occupato dalla Cattedrale, costituiva l’anello debole della struttura difensiva della città, nel 1470 fu edificato il castello, mentre la chiesa fu ricostruita all’estremità opposta della città. La zona adiacente alla fortezza assunse già allora la forma attuale con il portico semicircolare e le botteghe retrostanti. Dopo aver visitato la semplice casa in pietra di Orazio, il poeta latino nato qui nel 65 a.C. e del quale sono affissi lungo le strade i versi in gran copia, pranzo con una pizza proprio sotto quei portici ed entro in contatto con la gente di Venosa, veramente gioviale, aperta e sorridente. Esprime con modi diretti e semplici, privi di artificiosita’ e per nulla banali, la gioia che deriva dall’assaporare la vita, attimo dopo attimo, proprio come cantava Orazio, occupandosi il meno possibile del futuro. C’è dell’arte in tutto ciò, nella capacità di vivere e di gustarsi pienamente il presente. Le mie impressioni sono confermate quando un uomo ammonisce bonariamente il giovane cameriere che serve ai tavoli dicendogli: “non lavorare troppo, che il lavoro fa male!”. Un cattivo consiglio, direbbero in molti del nord, assuefatti alla schiavitù, ma in tale affermazione risiede una sapienza antica. Gesù affermava lo stesso, ad esempio. Occupare le giornate lavorando, secondo me, porta al progressivo annientamento dell’individuo. Per non parlare della fretta: qui non esiste e mi sembra che le cose, fra le persone, vadano decisamente meglio. Il contrario della fretta non consiste semplicemente nell’agire con più calma per non stressarsi, ma implica soprattutto il concedersi l’opportunità preziosa di elaborare naturalmente ogni istante, di trarre da esso il più possibile e quindi di godersi il presente. La velocità comprime troppo l’esperienza, che diventa una sintesi priva di nessi, una serie di puntini, di flash, separati, mentre la lentezza restituisce la dimensione esatta delle cose e la pienezza dell’esperienza. La velocità e il troppo lavoro, quindi, ci inaridiscono perché costituiscono un nutrimento povero. Il meridionale, non correndo e lavorando di meno, ha preservato in sé una ricchezza che il settentrionale, semplificandosi, ha perduto.

Anche il mio viaggio, lo sento, si sta trasformando. È entrato in una dimensione spazio-temporale nuova. Non contano più allo stesso modo i chilometri percorsi in ogni tappa, il numero di attrazioni viste, l’organizzazione, ma il come sto vivendo tutto ciò. Ho meno controllo su tutto, il tempo si sta dilatando, quest’aria mi vizia, così come i cibi, le persone, i panorami, tutto induce alla calma, a godere del qui e dell’ora. 

Lasciata a malincuore Venosa, mi dirigo sull’altopiano carsico delle Murge pugliesi, in provincia di Bari. La temperatura è perfetta, si raggiungono a fatica i 30°C, con una ventilazione piacevolissima. Pedalo fra campi infiniti, dislivelli morbidi, un panorama di una bellezza struggente. Il tracciato della ferrovia a scartamento ridotto fiancheggia la provinciale deserta su cui avanzo, supera corsi d’acqua su spettacolari ponti ad arco, alterna curve e rettilinei, mentre le colline ricoperte di spighe si stagliano contro il cielo, puntellate di ruderi e antiche masserie. Non mi sembra neanche di essere in Italia, è un paesaggio lunare; il silenzio è assoluto. Gravina in Puglia mi attende con il suo centro bianco come calce, “metà gotico e metà arabo”, le costruzioni antichissime in tufo, l’eleganza del Duomo e di molti edifici ottocenteschi, le strade lucide in pietra che sembra ci abbia piovuto e che riflettono i colori ambientali. Illuminata da una luna piena che gioca a nascondersi dietro una nuvolaglia leggera e disomogenea, pare un presepe. 98 km.

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#CiclogiroItalia2017 – 4/6 giugno: da Scalea  a Rionero in Vulture

Praia a Mare è bella, con l’isola di Dino a pochi metri dalla spiaggia, i rilievi che degradano con uno scalino verso la costa, le ampie distese di sabbia grigia, i fondali limpidi, ma l’ingresso in Basilicata, procedendo in direzione di Maratea, è spettacolare. L’Appennino termina bruscamente sul Tirreno, tuffandosi direttamente nelle acque trasparenti senza concedere spazio alcuno alla spiaggia o alla pianura, con pareti inclinate di almeno 45 gradi e, in alcune circostanze, verticali. Solo roccia e vegetazione a contatto con un mare limpido e profondo, solcato da imbarcazioni private, l’unico mezzo per poter godere del panorama offerto da queste cale, insenature e piccoli golfi.

La statale 18, intanto, ha cambiato vocazione e da strada di scorrimento è diventata turistica. È attraversata da un traffico nettamente ridimensionato, si è ristretta, presenta molte più curve che ricalcano l’andamento movimentato della costa e allo stesso tempo garantiscono continue variazioni del punto di osservazione sul panorama, che migliora di chilometro in chilometro divenendo superlativo. Silenzio, caldo accentuato appena mitigato dalla brezza, effluvi prodotti dalla macchia mediterranea che “lavora” a pieno regime sotto questo sole potente, profumi che giungono dalle cucine e dai forni a legna, il sassoso fondale marino chiaramente visibile anche da lontano.

Proseguo fino a Sapri, in Campania, dove i monti, arretrando di qualche chilometro e in maniera più dolce, concedono spazio alla spiaggia. Da lì mi arrampico verso l’entroterra fino a Lagonegro, comune lucano a circa 700m di altitudine. 78 km.

La Basilicata, dopo l’eccellente antipasto costiero, mi accoglie fra i suoi monti, con salite lunghissime seguite da ripide discese e con panorami mozzafiato osservabili dalla sommità dei rilievi, nel punto in cui i boschi cedono il passo ad ampie praterie, gli spazi si aprono improvvisamente, lo sguardo può volgere all’orizzonte senza ostacoli e comprende in un unico colpo d’occhio paesini costruiti su pendenze impossibili, crinali spelacchiati, strette e profonde valli, corsi d’acqua, pascoli, dirupi. La verticalità è esasperata dalle pendenze tutt’altro che moderate, eppure su questi declivi scoscesi mucche, pecore e capre trascorrono l’esistenza a brucare, i trattori operano in condizioni limite per dissodare i pochi terreni sfruttabili e, nei punti più esposti al sole, si distende anche qualche vigna. Terra dura, aspra, nevosa e fredda d’inverno, che tempra uomini ed animali abituandoli al sacrificio. Per quanto mi riguarda, invece, stringo i denti eccome ma apprezzo il fresco dell’alta quota: in un continuo saliscendi, tocco i 1200 m, poi mi abbasso fino a Moliterno, 850, e continuo fino a circa 700. Grumento Nuova è disposta lungo un crinale sopra la mia testa, le case allineate come vasi di fiori su un balcone prospiciente al piccolo altopiano sottostante.

Mi muovo su un raro lembo di terreno piatto e coltivato, silenzioso, profumato di camomilla, di cui scorgo i fiori a pochi metri da me, e addirittura menta; atmosfera placida, tutto è immobile, anche il tempo sembra non scorrere perché le attività umane sono scarse. Ricomincia la scalata, infinita; giro attorno a Viggiano seguendo la 103 in Val d’Agri ed oltrepasso il Valico Lago Todaro, a 1047m, fra verdi pascoli ed erba alta battuta dal vento; grilli e cicale in sottofondo spezzano un silenzio surreale. E dopo tutta quella fatica sofferta sotto il sole, ecco il bosco, fittissimo, intricato, dall’aspetto primigenio, fresco, quasi freddo, un mantello spesso 30 metri che pullula di forme di vita, misterioso e un po’ inquietante. Prudenza in discesa, l’asfalto è rabberciato, i tornanti sdrucciolevoli; un volpino ai margini della carreggiata mi vede e fa dietrofront senza indugio; i canti degli uccelli provengono da ogni direzione e distanze diverse. Dopo alcuni chilometri si verifica un’apertura e mi ritrovo nella regione di Corleto Perticara, a 750 m, fra vigneti e uliveti. Il paese diede i natali a Carmine Senise, capo dei rivoltosi contro i borboni. 85 km percorsi.

Da Corleto mi tocca raggiungere i 1240 m del Valico di Sella Lata, immerso nella foresta regionale Lata, la cui ombra mi protegge dal caldo che, negli ultimi giorni, è diventato aggressivo. A 900 m incontro il paese di Laurenzana, con la sua “corona” di case di pietra che circonda completamente l’imponente rupe su cui sorge il castello feudale. Un abitante non troppo anziano, vedendomi scattare fotografie, mi dice: “Eh, portatele come reclamm a ‘stu paese!”. Nasce così una discussione sull’incuria e abbandono in cui versa gran parte del territorio italiano. L’emorragia di abitanti a Laurenzana ha fatto sì che il loro numero scendesse da oltre 5000 ad appena 1600-1700. “Vedete queste case, tutte chiuse stanno. È come se uno smettesse di lavarsi la faccia e farsi la barba, è finito”. Lapidario ma giusto.

Riparto e perdo quota, ma poi decollo nuovamente fiancheggiando dapprima il colle di Anzi e superando ancora una volta i 1200 m al Valico di Rifreddo, ancora fra boschi, praterie e panorami che si aprono sulle profonde valli sottostanti. Potenza, al termine dell’ennesima discesa, mi impressiona negativamente già da lontano per via degli enormi palazzi squadrati che dominano il suo profilo. Cerco di cogliere un nucleo storico per cui valga la pena visitarla, ma riconosco solo sgraziati parallelepipedi di cemento. Dovendo comunque attraversarne la periferia, entro in contatto con la sua caotica viabilità, progettata secondo criteri fallimentari che, di fatto, non funzionano. Svincoli, uscite, rotonde, sopraelevate in abbondanza costituiscono un groviglio inestricabile che, invece di aiutare l’automobilista, lo intrappolano. Mi muovo sul piccolo marciapiede che affianca quella che è di fatto un’autostrada urbana fra enormi edifici residenziali allineati a formare un imponente muro, ruderi in pietra di vecchie case, pecore al pascolo, vegetazione incolta e semafori. Potenza è stata distrutta più volte dai terremoti, l’ultimo dei quali si è verificato nel 1980, e dai bombardamenti aerei della Seconda Guerra Mondiale, ma la sua ricostruzione poteva e doveva essere affrontata molto meglio.

A nord del capoluogo il paesaggio inizia a cambiare: i rilievi si ammorbidiscono e le foreste si fanno più rade, ma è superata Lagopesole e il castello dove soggiornava Federico II di Svevia che subisce la mutazione più incisiva, trasformandosi in una meravigliosa campagna irregolarmente ondulata, incorniciata da alture ammantate di boschi e dalle forme sfumate, a vocazione prevalentemente agricola: sto entrando nel Vulture, zona su cui svetta l’omonimo monte, vulcano ormai inattivo, di cui sono sopravvissuti due crateri riempiti dalle acque dei laghi di Monticchio. Il quadro complessivo è di una bellezza sconcertante: all’orizzonte il sole ormai basso fa capolino fra imponenti ammassi nuvolosi, tingendo di rosa la terra e le sue gialle spighe; i colori pastello prevalenti si riscaldano mentre l’azzurro del cielo attraversa quel breve periodo fra la notte e il giorno in cui è più puro e intenso; le ombre ormai lunghe donano maggiore profondità al paesaggio e ai filari di alberi che fiancheggiano la strada. Gli ultimi chilometri che percorro prima di giungere a Rionero procedono a singhiozzo perché interrompo di frequente la pedalata per imprimere il più possibile nella mente e nella memoria della macchina fotografica lo spettacolo. 105 km.

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