Un Green New Deal globale, Jeremy Rifkin

Ieri sera ho finito di leggere l’ultimo libro di Jeremy Rifkin, “Un Green New Deal globale”. Non si è trattato di una lettura casuale nè questa è stata esclusivamente motivata dal mio interesse nei confronti dei cambiamenti climatici, la più grossa sfida che attende l’umanità. Mi sono avvicinato a quest’opera perché, negli ultimi mesi, l’espressione “Green New Deal” mi ha raggiunto più volte e con frequenza crescente. La lettura de “Il mondo in fiamme” di Naomi Klein (“No logo”, “Shock economy”, “Una rivoluzione ci salverà”, ecc.), in cui per la prima volta si accennava al concetto, ha attirato inizialmente la mia attenzione, già desta per via dell’ennesima estate rovente con temperature superiori al normale. Non avendo trovato conferma in altri contesti all’idea illustrata dalla studiosa e giornalista americana, ho pensato che si trattasse di una prospettiva ancora in fase embrionale, una dichiarazione di intenti e poco altro. Negli ultimi mesi, tuttavia, sui mezzi di comunicazione il termine ha iniziato a comparire sempre più spesso ed è stato pronunciato perfino del premier italiano Giuseppe Conte; risale a pochi giorni fa, infine, la dichiarazione di un importante piano europeo di investimenti pubblici per trasformare l’intera infrastruttura produttiva in un sistema ed emissioni zero. Quindi sono corso in libreria ed ho afferrato dallo scaffale una delle ultime copie rimaste del libro, per apprendere qualcosa in più su un progetto che, dopo una lunga fase di incubazione svoltasi al riparo dai riflettori, sta iniziando a muovere i primi passi in superficie.

Al di là della propaganda, delle facili esultanze e degli opposti inviti a non cantare vittoria troppo presto, continuo a sorprendermi di come le buone idee, se promosse e sostenute da un paziente lavoro affrontato con costanza, riescano a trovare comunque spazio e considerazione anche nell’assai criticato ambito politico; probabilmente, da italiano, neanche io sono immune da un certo disfattismo e dalla tendenza a esprimere giudizi troppo categorici e affrettati. Affermo questo perché, sebbene il sistema in cui viviamo contenga delle aree che solo eufemisticamente si possono definire “grigie”, è anche vero che in giro è pieno di cervelli ben funzionanti che occupano incarichi a vari livelli e che sono perfettamente in grado di comprendere la necessità di un cambio di rotta urgente verso un rapido processo di decarbonizzazione dell’economia e del sistema dei trasporti.

Tra i pilastri umani su cui si regge il Green New Deal compare proprio Jeremy Rifkin, economista e sociologo statunitense che ha dedicato la carriera allo studio del “rapporto fra l’evoluzione della scienza e della tecnologia e lo sviluppo economico, l’ambiente e la cultura”, come si legge nel risvolto di copertina, e che da sempre si pone il problema della limitatezza delle risorse fisiche della biosfera e del superamento dei limiti del Pianeta. Attraverso un lavoro di consulenza decennale che gli ha permesso di entrare in contatto con i vertici europei, cinesi e statunitensi, è riuscito a piantare il seme di un’idea nuova, quella di una Terza Rivoluzione Industriale ad emissioni climalteranti quasi nulle, basata su concetti quali la produzione decentralizzata di energia a partire dal fonti rinnovabili come il solare e l’eolico, l’uso delle tecnologie di comunicazione più avanzate per gestire efficientemente l’infrastruttura energetica distribuita, un’idea nuova di mobilità che, grazie alla condivisione, superi l’anacronistico – e insostenibilmente dispendioso – concetto di proprietà privata dei mezzi, e molto altro. La sua proposta risulta tanto più convincente quanto più riesce nell’intento di illustrare gli innegabili vantaggi, per il futuro dell’umanità, di un nuovo sistema economico e logistico finalmente svincolato dalle fonti fossili che, traendo il massimo vantaggio dallo stato dell’arte delle conoscenze scientifiche e della tecnologia di cui disponiamo, possa regarlarci un futuro di nuova prosperità, contrapposto alla tetra, ma realistica, prospettiva di un declino irreversibile della civiltà causato dal progressivo degradarsi delle condizioni ambientali.

Naturalmente all’interno del Green New Deal non c’è più spazio per lo spreco dei materiali e dell’energia, per le guerre scoppiate in nome dell’accaparramento delle risorse, per i sussidi miliardari elargiti con generosità all’industria petrolifera, per le operazioni finanziarie e gli investimenti con cui una fascia sempre più esigua di persone continua ad arricchirsi a discapito della salute e del benessere della restante umanità; non c’è quindi più spazio per la sperequazione, che ha raggiunto ormai dimensioni vergognosamente grottesche, e neanche per la brutta mentalità del neoliberismo che erode il ruolo del pubblico e ci obbliga a competere in una guerra all’ultimo sangue fra noi tutti. Finalmente non dovremo più ascoltare “anziani pieni di senso pratico, induriti, addirittura cinici, dire che un Green New Deal è irrealistico, una fantasia, e che la vita è un gioco a somma zero”, in cui l’eccessiva ricchezza di qualcuno implica la miseria di qualcun altro. Il Green New Deal è un cambio di mentalità, una transizione verso una confortevole parsimonia attuabile attigendo a tutte le nostre migliori risorse intellettuali, scientifiche e tecnologiche; non è pertanto il ritorno all’età della pietra o a tempi bucolici mai esistiti, è invece innanzitutto un cambio di prospettiva, con cui si segnerà il passaggio deall’Era dello Sviluppo e della crescita infinita alimentata dai combustibili fossili a quello della Resilienza e di un’economia più democratica, intelligente e rispettosa dei cicli naturali. E’ il primo e migliore progetto organico, non semplicistico, accorto e realistico di cui io sia a conoscenza e che può davvero traghettare la nostra complessa società planetaria verso un futuro che valga la pena di essere vissuto. La sua affermazione incontrerà opposizione, ostacoli e nemici, ma a suo favore giocheranno fattori ancora più potenti, quali l’ascesa delle fonti rinnovabili che metteranno fuori gioco l’industria estrattiva, il rapido evolversi in negativo della questione climatica e ambientale e la conseguente genesi di una nuova coscienza che ci unisca tutti sulla base di un obiettivo comune.

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Ricetta per la fuffa all’italiana

Ingredienti (pochi ma buoni):
– una Situazione di Partenza Pietosa: 39 milioni di automobili per le strade, un sacco di linee ferroviarie dismesse, rete ferroviaria scadente e assente in almeno un terzo del Paese
– Ignoranza Diffusa dalla base della piramide sociale alla vetta (eh sì), necessaria a far sì che ogni cazzata acquisti lo status di verità senza sforzo, basta ripeterla un numero sufficiente volte, come un mantra
– una Immensa Faccia di Bronzo nel dichiarare il falso rimanendo seri mentre si affermano castronerie (ci vuole allenamento ma abbiamo ottimi maestri)
– Cinismo ad libitum (del tipo dolceamaro mi raccomando, un po’ ironico e un po’ feroce, quello che piace agli italiani)
– Balle in quantità (costano poco e riempiono lo stomaco, anche se sono piene di grassi saturi)
Preparazione (metodo semplice e sempre efficace):
– raccogliere con ambo le mani il Cinismo e mescolarlo alle Balle finché non si otterrà una crema. Rimanere seri durante tutta l’operazione per eliminare eventuali grumi
– distribuirlo sulla Situazione di Partenza Pietosa, facendo attenzione a non lasciare buchi, in modo che questa cambi totalmente aspetto (basta che cambi dall’alto, per la polvere sotto c’è sempre il tappeto).
– opzionale: ci si può servire di ingredienti aggiuntivi per cammuff… ops per impreziosire e ornare: i grafici a torta e le percentuali vanno benissimo. Manipolarle molto bene fino ad adattarle alla superficie della Situazione di Partenza Pietosa
– continuare a mantenere un’espressione seria, anche un po’ contrita, per tutta la durata del processo
– mettere in forno a 180°C per 2 ore, controllando che la Situazione di Partenza Pietosa non si bruci. Se dovesse accadere, sentirete odore di merda in cucina. Non temete, aggiungete balle e grafici in quantità fino a quando l’odore non scompare.
– Per tutta la durata della cottura ci si può esercitare a dire Balle clamorose totalmente disconnesse dalla realtà mantenendo una espressione seria, contrita ma con gli occhi lucidi di speranza. Un tocco di commozione ed emozione sarebbe un must
– quando il profumo di rosa selvatica invaderà la cucina, tirate fuori dal forno, impacchettate e partite per il Parlamento Europeo, dove farete assaggiare agli altri cuochi il vostro “dolce”, che presenterete facendo attenzione a mantenere per tutta la durata della performance l’espressione su cui vi siete così bene esercitati
– non abbiate paura di sparare cifre ridicole spacciandole per grandi risultati (come, ad esempio, ridurre di 400.000 unità il numero di auto in circolazione, una miseria rispetto a quelle che saturano le strade d’Italia, in soli 3 anni con la vostra rete ferroviaria da terzo mondo che cade a pezzi), perché a quel punto l’Ignoranza Diffusa, che avete tenuto come ingrediente finale a parte, renderà il vostro piatto molto saporito e gustoso e tutti i mass media ne parleranno in preda all’estasi
BUON APPETITO!

“Treno contro auto, la più classica delle sfide di mobilità entra in una nuova era. Per la prima volta infatti Fs mette nero su bianco le prospettive di questa “lotta”: “Contiamo di ridurre di 400 mila unità le auto in circolazione sulle strade entro il 2023”.

Questa la dichiarazione dell’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti, prima di intervenire al convegno organizzato da Confindustria Avellino con il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli, e il leader degli industriali italiani, Vincenzo Boccia.

“Siamo la modalità di trasporto ecosostenibile per eccellenza – sottolinea riferendosi alla dichiarazione di emergenza climatica del Parlamento Europe con la risoluzione votata ieri che impegna gli Stati Ue a investire in trasporto sostenibile – il piano di investimenti di Fs aiuterà certamente la sostenibilità ambientale del Paese”.”

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Perdere la Terra. Recen-sfogo.

Sapevamo tutto, negli anni Settanta. Io sarei nato di lì a poco, negli Ottanta. Quelli della grande sbornia, della Milano da bere, del Lupo di Wall Street, della guerra interminabile fra l’Iran e l’Iraq e di un sacco di altre cose. Sapevamo tutto già nei Settanta dei cambiamenti climatici, si sapeva che entro il 2000 il Pianeta si sarebbe riscaldato, che nella prima decade del XXI secolo gli effetti avrebbero cominciato ad essere evidenti e percepibili anche da buona parte della popolazione, almeno quella ancora in grado di conservare memoria, di osservare e riflettere. Forse una minoranza. Ma si sapeva. Il cambiamento climatico era cosa nota nei Settanta e la proprietà dell’anidride carbonica di conservare il calore era stata addirittura scoperta a metà del XIX secolo. Molti scienziati avevano delineato e descritto ciò che sarebbe accaduto, quello che sta accadendo e, con buona probabilità, quello che accadrà con grande precisione. I tentativi di stimolare una reazione politica adeguata al problema più grande dell’umanità non sono mancati durante tutti gli Ottanta, autentici eroi hanno messo a repentaglio le proprie carriere per il bene di tutti, ma non è servito. Hanno vinto gli interessi privati, spacciati per collettivi, ha vinto quell’idea di Progresso inderogabile che non accetta compromessi, che non può rallentare, che comanda tutto, ma che alla fine è solo una grande scusa per poter incrementare i guadagni favolosi di una fetta sempre più esigua della popolazione mondiale, una élite di sociopatici che non si fermerà davanti a niente, fino all’annientamento di tutti noi, loro compresi. Bastardi & coglioni.
Abbiamo avuto 40 anni per capire e modificare il nostro modo di stare al mondo, con gioia e intelligenza, creatività e immaginazione, ma ci siamo lasciati sedurre dall’acquisto in 12.000 in comode rate, dalla carriera, dalla competizione sociale, dall’individualismo spacciato per realizzazione di sé (a discapito di tutto). Ci siamo lasciati infinocchiare, abbiamo perso abilità di fare con le mani e pensare con la testa, ci siamo omologati e indeboliti, siamo diventati come una monocoltura di soia OGM, povera, monotona e drogata di consumo. Abbiamo creduto all’idea di Progresso illimitato, ma non ci siamo resi conto che se il progresso non è innanzitutto un processo interiore ma è una condizione esterna imposta, è solo una forma di totalitarismo, un’ideologia basata su assunti anche piuttosto demenziali, come ad esempio vecchio = superato e nuovo = migliore: ma quale arroganza! Basta davvero fare qualcosa di nuovo perché questo sia meglio di ciò che esiste già? Follia. Conoscenze ed esperienze millenarie sono state gettate nella raccolta indifferenziata e poi bruciate nell’inceneritore della memoria, solo perché le abbiamo accantonate in cambio di una promessa di Progresso. Coglioni & coglioni.
Sapevamo tutto, ma abbiamo messo la testa nella sabbia, a due centimetri dal tappo in plastica di una bottiglietta d’acqua minerale pubblicizzata ipocritamente come più sicura di quella che esce dal rubinetto. Invece di prestare ascolto agli scienziati e spaventarci per il danno che la nostra economia infligge al pianeta, abbiamo ceduto alle rassicurazioni espresse da parte di dementi sociopatici, quelle stesse teste di cazzo che puntualmente, davanti ad ogni possibile disastro, minimizzano i pericoli in nome di una tranquillità e un profitto economico, chiamato crescita, temporanei. Scatole craniche vuote a cui però abbiamo prestato ascolto, comodamente seduti sul divano davanti alla TV, perché ci raccontavano che la situazione non era poi così grave, che gli scienziati avrebbero trovato qualche soluzione tecnologica, che il Progresso è inarrestabile e bisogna avere fede nei suoi sacerdoti.
Ma del resto, da consumatori che, guardando le pubblicità, non cambiano canale di fronte a slogan offensivi e banali come “frigge croccante e asciutto”, come se questo non fosse già ciò che ogni olio da cucina vorremmo che facesse, e ci caschiamo pure, cosa si può pretendere? Logico che gente così adesso si trovi nella merda.
Perché è nella merda che ci troviamo. Abbiamo perso 40 anni ad inseguire chimere e specchietti per allodole, ad instupidirci e a credere alle rassicurazioni; sarebbe bastato leggere un paio di libri ben scritti, ciascuno di noi, per avere materiale più che sufficiente per riflettere su quanto sta accadendo.
Ciò che sta accadendo è che le attività umane immettono ogni anno, in atmosfera, quantità indecenti di anidride carbonica ed il nostro Pianeta, da cui dipendiamo come i pesci dipendono dal mare, riesce ad assorbirne solo il 30%: tutto il resto si accumula e provoca un surriscaldamento che quella parte di noi che ancora non ha subito danni permanenti al proprio cervello può sperimentare con facilità confrontando, osservando, soffermandosi sull’andamento delle stagioni, sull’ambiente naturale, sui resoconti di chi monitora quotidianamente, ed instancabilmente, i parametri vitali della Terra. Non ci vuole poi molto. Basta chiudere la bocca e azionare gli ingranaggi del cervello.
Ciò che è accaduto è che la politica, da sola, senza la collaborazione di cittadini determinati e informati non è riuscita a cambiare nulla, anzi non ha neanche provato a realizzare quel cambiamento necessario a scongiurare la catastrofe climatica ormai prossima. Ha ceduto alle necessità di crescita dell’economia e agli interessi dei grandi gruppi. Ha mentito, dichiarando una cosa ma perseguendo ben altra cosa, non è stata capace di interrogarsi seriamente sull’avvenire, di progettare un futuro un po’ oltre le scadenze elettorali. Ma è stata libera di farlo perché tanto ai cittadini bastavano le rassicurazioni di chi aveva l’interesse a rassicurare e a promettere il “business as usual” per tutti, prima o poi. Il sogno americano esteso all’umanità intera, che si è rivelato una enorme menzogna, chiaramente.
Ciò che è accaduto è che le poche occasioni in cui le nazioni avrebbero potuto definire dei limiti alle emissioni e un piano mondiale di ristrutturazione dei modi di produrre energia e di consumarla, sono state una farsa, un siparietto utile solo a tranquillizzare per un altro po’.

Ciò che è accaduto è che la concentrazione di gas serra in atmosfera è arrivata a livelli inauditi che non si vedevano da milioni di anni, e ci sono perfino in giro dei dementi che negano che vi sia una correlazione con le temperature in deciso aumento. Ma lo negano perché possono, perché tutti gli altri sono degli ignoranti pazzeschi e sfondati che non sanno nulla e pensano ancora meno. E intanto mancano 10 anni alla catastrofe, ma in pochissimi se ne rendono conto.

Volevo scrivere una recensione su questo bel libro, scritto da un coetaneo nato appena 2 giorni dopo di me, che si è posto le mie stesse domande. Uno che probabilmente, come me, a dieci anni aveva già capito di essere nato in una società terminale, perché minacciata dalle condizioni di salute precarie dell’habitat naturale che le permette di esistere. Uno che sapeva che viveva in un pianeta avariato, fra gente avariata. Solo che non ci sono riuscito e mi è saltato fuori questo sfogo.

Leggetelo comunque. Siamo a un minuto dalla mezzanotte. Fatelo per i vostri figli.

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Eppure…

Torino è un po’ che non ci vediamo. Quintali di legna tagliata, affettata, trascinata, sistemata, ripulita ci hanno separati. Mi accogli con il tuo smog ed il puzzo di benzina anche “cruda” che altre città ti invidiano ed inalo la tua aria povera di ossigeno ed inquinata con lo stesso spirito con cui da bambino, quando ero ammalato, ingoiavo una bella cucchiaiata di qualche medicinale schifoso, sotto la promessa-minaccia di guarire presto. Mi accogli con i tuoi grandi viali asfaltati e rettilinei fatti per correre in auto, per gareggiare, per sfogare compressione umana; con i tuoi ritmi forsennati e meccanici a cui non sono più tanto abituato; mi accogli con l’espressione triste tesa un po’ depressa della gente all’ipermercato, per strada sui marciapiedi, alle fermate e nei negozi. Distacco, distanza, divergenza: riconosco subito la raffinata ars dell’ignorarsi a vicenda in cui i torinesi eccellono; si va sempre di fretta chissà dove, come ectoplasmi scivolosi che scivolano lungo binari immaginari privi di fermate, con passo svelto e sguardo che punta in avanti dove non c’è nulla.

Eppure… nelle tue viscere antiche, nei tuoi bei parchi e lungo i grandi fiumi, nella tua aria subalpina che sarebbe squisita se non fosse ammorbata dai fumi, nella sontuosa cornice montuosa che ti circonda, nei monumenti che ti nobilitano, nelle luci e nelle piazze, c’è qualcosa che ti rende amabile e allora realizzo che non sei solo, per me, detestabile…

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The pruner (il potatore principiante): Storia vera, avventurosa e tragicomica di un mese trascorso a potare un noccioleto

E’ un racconto difficilmente classificabile, a tratti è perfino tragicomico, in altri è riflessivo; l’ho buttato giù durante il mese di agosto a mo’ di flusso di coscienza, per testimoniare ciò che mi stava accadendo. Nel mese scorso, infatti, mi sono imbarcato in una avventura più grande di me, che sarebbe potuta fallire molto facilmente, considerando la durezza della sfida, ma che si è rivelata un’occasione di crescita: una potatura molto decisa di un noccioleto ribelle, il mio, che reclamava cure generose e tempestive, in mancanza delle quali sarebbe andato incontro ad un lento declino. Ed io, appassionandomi quasi istantaneamente alla “fantastica” idea di ridisegnare un’area di quasi 2000mq su cui vegetano una sessantina di piante, mi sono lanciato a capofitto e ho stretto i denti fino alla fine, riuscendo a rinnovare ogni giorno la determinazione che mi aveva ispirato all’inizio facendo sforzo di memoria, ricordando cioè cosa avevo provato quando avevo immaginato il risultato finale, nonostante la fatica crescente e gli infortuni occorsi.
Mentre ne scrivevo il testo in una dozzina di serate, pensavo che l’avrei pubblicato a puntate sul blog, ma mi sono accorto che era più carino e fruibile di quanto pensassi e che potesse meritare qualcosa in più. Per questo ho deciso di metterlo in vendita come e-book su Amazon, disegnando da me una copertina che, un po’ per volere mio e un po’ per inesperienza, ignora i criteri che definiscono una buona copertina professionale, ma in compenso introduce bene allo spirito, a volte mutevole e forse contraddittorio, che anima il racconto.

The Pruner su Amazon

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La perfezione ha sostituito la fatica (ode alla Pigrizia)

La Pigrizia è oltraggiata, insultata, è una puttana derisa, in questo mondo dove il tempo è denaro e chi dorme non piglia pesci. Eppure è il nostro liquido amniotico, l’involucro entro il quale fluttuiamo, il primo ostacolo, tutto mentale, da infrangere, ma non solo. Non scompare mai del tutto, la sconfiggi una prima volta nell’istante in cui ti dedichi all’azione, la tramortisci per un po’, ma lei ritorna dopo, in una nuova veste, in un punto più avanti del tuo cammino: e allora ti segnala il raggiungimento del limite. Ed è un bene. Ti insegna a precedere il senso estremo di fatica,  a non superare mai le colonne d’Ercole dell’agire, oltre le quali c’è il deserto, l’annientamento, almeno per noi, poveri bipedi mortali. “Torna in te”, ti dice. “Non esagerare”, è il suo invito a non commettere il peccato più grave, quello di hybris, l’arroganza. Ad un primo livello è inerzia da sconfiggere, con tutti i benefici che derivano dal tuo passare finalmente – finalmente! – all’azione, distruggendo i fantasmi che affollavano la tua mente e ti impedivano di metterti al lavoro per quello che davvero – davvero! – desideri. Al livello finale si fa senso del limite invece, da rispettare, pena l’annientamento. Il tuo. Inizialmente è una nemica, si oppone a tutto per il solo gusto di farlo, stronza legge immutabile dell’universo, ma all’ultimo stadio si trasforma in un’amica che sa bene come farsi ascoltare.

Sfalcio un po’ di erbacce che confinano con il vigneto del vicino. Ho già sconfitto da un pezzo la Pigrizia negativa, detta anche Inerzia, che ci ostacola nel compiere il Primo Passo, e ne sono felice. Estirpo una buona parte delle erbacce, poi la Pigrizia, ora in veste di amica, interviene e mi previene dall’agire eccessivo: “quelle residue lasciale lì dove sono, non procedere oltre”. Obbedire è naturale, quando sei sotto sforzo e qualcosa ti dice di smettere di stancarti tanto. L’agire umano si limita in questo modo, ogni volta che le azioni sono manuali, muscolari, quindi faticose. Se usassimo qualche mezzo tecnologico, magari un buon decespugliatore, un trattore, un raggio laser, che cosa accadrebbe? Non sentiremmo fatica e la stanchezza non costituirebbe un limite, dato che non la proveremmo, semplicemente. Inseguiremmo, al suo posto, la diabolica perfezione.  Più esattamente, l’idea di perfezione formulata dai nostri cervelli tutt’altro che perfetti. Quelle erbacce residue le rimuoveremmo in un atto di superbia e ferocia. Quel cespuglio al limite del campo verrebbe estirpato dai nostri attrezzi meccanici comandati dalla nostra volontà illimitata. Disegneremmo paesaggi monotoni privi di “imperfezione”, che coincide però con la varietà. Finché la volontà non si scontra con il sudore, non conosce limiti e ciò è pericoloso. A quel punto è come l’avidità, infinita. Imporremmo la nostra visione schematica all’ambiente circostante, depauperandolo e danneggiandolo. E’ proprio il destino di sofferenza che l’umanità meccanizzata sta infliggendo al Pianeta, l’unico habitat che conosce. E lo fa su larga scala, perché non suda più. Conta invece, conta i quattrini incassati, quelli sì illimitati perché il denaro, in fondo, si crea dal nulla, essendo basato su una convenzione. Non esiste per davvero, lo capite, stupidi? Tanto agire per nulla, cretini.

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Fatica

Benedetta stanchezza. Quella forte, che non ti lascia le energie per prepararti la cena e ti permette solo di sorseggiare una birra mentre scrivi un pensiero su Facebook, in attesa che lo stomaco si metta a brontolare davvero. Benedetta stanchezza, seguita ad un lavoro tenace, che dura ormai da settimane e che oggi ha raggiunto il suo culmine. Forse, credo, spero. Una potatura super del noccioleto che mi sta impegnando, affaticando, stressando, appassionando ed entusiasmando molto, che sta convertendo la grezza energia in qualcosa di più fine… in vitalità. Ma benedetta stanchezza, adesso, in questi minuti, con lo sguardo sbarrato e le dita che corrono da sole sulla tastiera. Benedetta stanchezza, limite dell’essere umano, misura delle sue azioni e dei suoi pensieri, finalmente, un centro di gravità. Non tanto permanente, perché fra 10 ore sarò fresco come una rosa e l’avrò dimenticato, ma per ora, quel limite raggiunto attraverso lo sforzo, il sudore, l’impegno caparbio regala, conferisce senso. Benedetta stanchezza, oltre non si può andare.

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