Commissioni slow e tempo allargato

L’occasione per svolgere semplici operazioni in modo alternativo mi è particolarmente gradita e non attendo che si presenti grazie a qualche congiunzione astrale o al caso: se posso me la creo. Stamattina, approfittando della mitezza e della stabilità meteorologica di questo inizio d’autunno, ho scelto di spostarmi in bicicletta per compiere alcune commissioni. Quarantaquattro chilometri totalizzati, di cui una buona parte in collina. I primi passi in questa nuova condizione di maggiore libertà si accompagnano ad una almeno parziale riappropriazione del tempo, anche se non ne sono ancora padrone quanto vorrei. Abbastanza comunque da potermi concedere una mattinata diversa in cui unire l’utile al dilettevole senza l’assillo della fretta.

Il percorso, snodato e ricco di moderati saliscendi, perde quota gradualmente con l’avvicinamento al capoluogo di provincia, Asti. La velocità ridotta mi induce in un frequente stato di distrazione, attratto come sono dal panorama collinare circostante e dai colori riscaldati dalle tinte vivaci tipiche dell’autunno: è il periodo in cui rivaluto decisamente l’estetica dei vigneti, ormai chiazzati irregolarmente di un giallo e un rosso scintillanti, che contrastano splendidamente con la limpida profondità del cielo turchese. Della città, viceversa, colgo come di consueto la frenesia, il traffico vorticoso e impaziente. Un dettaglio però, apparentemente insignificante, mi sorprende, anche se a scoppio ritardato. Quando mi trovo a pagare alcune buste di carta che utilizzerò per conservare degli alimenti, ascolto un commento scambiato dalla cassiera con una collega. Sta esprimendo il proprio stupore per la rapidità con cui il mese di settembre è volato via. E’ lungo la strada di casa, mentre pedalo fra i campi arati da poco e le distese invitanti di fresche insalatine, che rifletto sull’episodio apparentemente insignificante.

In effetti per chi è tornato nei consueti luoghi di lavoro, settembre segna il ripristino della “normalità” dopo un mese di agosto in cui le ferie, come sempre troppo brevi, hanno concesso l’occasione di sperimentare per un po’ uno stile di vita più ricco, vario, diverso. Di respirare profondamente, in senso esistenziale. E quando ci si cimenta in qualcosa di inedito oppure decisamente sporadico, come un paio di settimane godute senza interruzione al mare, in montagna, o in viaggio, il tempo si dilata poiché il livello di esperienza si arricchisce repentinamente. Ho osservato in molte occasioni tale curioso effetto, che contraddice l’idea matematica di un tempo lineare scandito da intervalli tutti uguali, percependo una giornata vissuta intensamente, dedicata in sostanza a nuove attività, come più lunga delle altre, quasi come interminabile.

Logico quindi che settembre, con il ripristino forzato della normalità, della velocità coatta, della routine così povera di novità, ma in cui il ricordo delle vacanze e delle impressioni accumulate sono ancora vive in noi, possa confessare, all’opposto, la propria fugacità: la nostra coscienza ha registrato le differenze e lancia a modo suo un segnale d’avviso. Purtroppo l’impressione spiacevole che ne deriva, che comunichiamo prontamente al primo che capita come se ci volessimo liberare al più presto di un insopportabile fardello, verrà dimenticata nei mesi a seguire, che si consumeranno con la stessa fretta ma senza neanche più il promemoria della spia rossa d’allarme, ormai ben nascosta dietro lo spesso strato di distrazioni e incombenze quotidiane.

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Con le mani nell’argilla

Da sinistra verso destra: melograno, ciliegio amarena, ribes

Domenica, 16 settembre 2018

La buona notizia è che me ne sono reso conto e adesso ho una misura in più; quella cattiva, ma non troppo, è aver accettato che il guado non si attraversa in un colpo solo, come un atleta che si cimenta nel salto con l’asta: una vigorosa rincorsa e poi il balzo in avanti, potente e felino. Semmai è l’esatto opposto. Oggi mi sono accorto della fretta che impiego nell’azione: tre fosse scavate, per altrettanti alberelli, ma alla seconda ho compreso con naturalezza che nessuno mi correva dietro e avrei potuto eseguire l’opera con più tranquillità, senza grossi affanni. La fatica fisica impone, limitandola, la velocità di esecuzione del compito: se è assente salta tutto, perché l’agire, quando è buono, si avvantaggia delle presenza dei tanto disprezzati limiti.

In un attimo le possibilità si sono come espanse e i miei movimenti sono divenuti più fluidi ed armoniosi; mi sono stupito osservando me stesso spaccare con la vanga le grosse zolle d’argilla indurite dalla siccità, con piccoli gesti calmi e risoluti. Ho collocato poi l’apparato radicale al centro, verificando l’orientamento della parte aerea in modo da rivolgere la porzione più sviluppata verso sud e, dopo essermi concesso tutto il tempo necessario, ho iniziato a riempire la buca ai lati prelevando con calma la terra dagli accumuli circostanti. Con una leggera pressione del piede l’ho compattata un po’, in modo da assicurare bene la pianta nella sua nuova collocazione; ho ricoperto il tutto con una pacciamatura di foglie secche ed ho innaffiato abbondantemente.

Oggi tre, ieri due: ma in un paio di casi si è trattato di trapianti. Il primo ha coinvolto un noce selvaggio, nato, suppongo, un anno fa nell’unico angolo veramente impervio del mio fazzoletto verde, in uno stretto corridoio compreso fra un vecchio albero di fichi dalla chioma grandiosa e rotonda come una enorme sfera e la recinzione fittamente ricoperta d’edera del vicino. È cresciuto su un accumulo di sassi levigati messi lì dal precedente proprietario e mai più smossi fino ad oggi, piegando il proprio fusto come un punto interrogativo per guadagnare un varco fra le pietre di fiume accatastate, poter ricevere la quantità minima di luce che filtra attraverso le fronde del fico e svilupparsi. Impietosito ho deciso di spostarlo altrove, lungo una sgombra stradina ai margini, in posizione favorevole e sufficientemente assolata, e ieri sono finalmente intervenuto.

Ho trascorso diverso tempo chinato, in una nuvola di moscerini e respirando a tratti un odore intenso di fichi in decomposizione, intento a rimuovere la terra con delicatezza senza danneggiare le radici, ma quel lungo fittone che scendeva in profondità sembrava non terminare mai. Alla fine sono riuscito a estrarlo e mi sono sentito un po’ dentista e un po’ chirurgo. Adesso il piccolo noce dal fusto gobbo e storpio, dalle foglie grandi e di un verde scuro che mi ricordano un po’ quelle degli spinaci e forse sproporzionate rispetto all’altezza complessiva, mi è sembrato un po’ sofferente nella sua nuova collocazione: spero di non aver ucciso il mio paziente! L’ho potato leggermente e innaffiato ancora una volta. Da oggi gli tiene compagnia, a pochi metri di distanza, il secondo alberello trapiantato, una quercia alta alcune decine di centimetri, un fuscello spuntato all’ombra dei noccioli. Un’altra operazione difficile e delicata, affrontata sicuramente con più calma e precisione grazie all’esperienza del giorno prima.

Ai trapianti si sono aggiunte tre nuove piantumazioni. Il mio campo, una volta un arido e assolato vigneto, lentamente sta trasformandosi in un giardino “commestibile”. Vi hanno trovato dimora un arbusto di ribes nero, collocato in ombra parziale, un melograno ed un ciliegio amarena, i cui frutti potranno impreziosire futuri e rinfrescanti gelati. Ho incontrato sempre un terreno indurito dall’assenza prolungata di piogge importanti e dalle temperature ancora prettamente estive, fatto che mi ha indotto a usare la vanga come se fosse un grande scalpello: con un colpo secco la conficcavo per pochi centimetri poi, facendo leva, sollevavo una crosta riponendola ai margini e ripetevo, guadagnando a piccoli passi una profondità sempre maggiore.

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Un’idea vecchia due secoli

Questa è una di quelle cose da capire in profondità ma, per riuscirci, bisogna riprendere il controllo del proprio pensiero. Nel senso che è necessario condurre la propria capacità di riflettere anche lungo i territori mentali più impervi, tali non per difficoltà intrinseca ma perché “occupati” da quelle dottrine di cui non si osa dubitare. Queste si ergono come fortezze inespugnabili e deviano, limitano, costringono la mente a rimanere all’interno di un perimetro da esse disegnato. Si tratta spesso dei pilastri concettuali su cui si fonda una società, tali proprio perché ognuno di noi li riconosce come fondamentali, irrinunciabili, immutabili, insuperabili, strettamente necessari, l’unica base possibile su cui costruire un intero apparato di pensiero e, quindi, modellare la condotta della propria esistenza.

Considero il concetto della crescita infinita da una prospettiva inedita, quella che mi lascia più sgomento e che quindi viene aprioristicamente scartata per evitare questo spiacevole effetto. Un concetto della cui stupidità sempre più ne scrivono assumendo più o meno implicitamente un giudizio scientifico. Un numero crescente di persone è ormai in grado di comprendere che un aumento illimitato della produzione, dei consumi e delle emissioni non è sostenibile in un sistema finito (cioè limitato) di risorse quale è la Terra. Costoro, me compreso, si stanno smarcando da uno di quei totem del pensiero che hanno guidato gran parte dell’umanità negli ultimi 250 anni e ciò non è poco. Purtoppo, come spesso accade, ci si adegua a far di conto alla pari di un ragioniere evitando di considerare, assumendo altri punti di vista, come sia stato possibile che un pensiero del genere possa essersi affermato.

Arriverà il giorno in cui l’idea di una crescità illimitata verrà considerata una follia umana. Eppure all’inizio, quando si radicò, un senso l’aveva eccome. Ancora nel XVIII secolo, infatti, il pianeta era percepito come molto grande, ricco di risorse ed in parte inesplorato. Le ormai prossime scoperte tecnologiche ne avrebbero ridotto, in pratica, l’estensione consentendo di viaggiare su distanze sempre maggiori in meno tempo, di comunicare da un punto all’altro del globo con maggiore precisione e rapidità, di volare, di costruire, tramite l’ausilio della macchine, strumenti sempre più sofisticati. Ma nei secoli diciottesimo e diciannovesimo la Terra non appariva molto diversa da come era sempre stata considerata nella storia dell’essere umano, e cioè talmente grande da poter essere reputata, in pratica, infinita. Ed il suo sfruttamento a fini produttivi, con la trasformazione delle materie prime in manufatti, prendeva origine esattamente da questa percezione, propria dell’esperienza umana. Il punto di vista era umano, insomma, e, per un umano, “consumare” un pianeta è impossibile.

Il cambio di mentalità messo in moto dalla classe mercantile e da quella del nascente capitalismo non fu indolore: servirono enormi energie e un’opera di convincimento, con le buone o con le cattive, per convertire le masse abituate da sempre a vivere secondo natura e trasferirle nelle città, dove sarebbero state impiegate nelle fabbriche. All’epoca, però, le prospettive che si stavano aprendo erano inedite e dovevano apparire strabilianti, per chi osava spingersi oltre al contingente, fino ai limiti dell’immaginazione. Si trattava di innescare un processo di crescita esponenziale che avrebbe trainato l’intera umanità verso un progresso illimitato, reso possibile da risorse talmente abbondanti da potersi considerare inesauribili, appartenenti ad un grande, grandissimo pianeta molto ricco. Avanti tutta dunque, ad estrarre minerali, abbattere foreste, bruciare carbone, petrolio, saccheggiare la terra ed i mari, inquinare l’aria, costruire infrastrutture e grandi città totalmente parassitarie per il proprio sostentamento nei confronti della campagna.

Quell’assunzione iniziale, l’idea di un pianeta enorme, generoso e capace di rigenerarsi indefinitamente, da sfruttare senza limiti, evidentemente è riuscita ad insediarsi in modo stabile nella nostra coscienza più profonda ed ha preso il controllo del nostro comportamento: nonostante la propaganda continua e martellante sulla necessità di una crescita economica imperitura, in troppi non sono neanche più in grado di concepire un pizzico di sano sospetto. Si tratta comunque di un’idea vecchia, ormai fuori contesto, che fa ancora proseliti solo perché costoro vivono in uno stato di allucinazione perenne, impegnati come sono nella realizzazione di una carriera e di uno status sociale che possa ripagarli in qualche modo delle fatiche incessanti e di una condizione di perenne ansietà; un’idea formulata in un periodo in cui ci si spostava ancora su un cavallo o sul dorso di un asino ed in cui la velocità era un concetto astratto, dato che i tempi di percorrenza erano di svariati ordini di grandezza più elevati rispetto ad oggi; un’idea nata all’epoca in cui per tagliare un grosso albero si ricorreva alla forza di più taglialegna robusti e il concetto di schiavitù non era stato ancora del tutto superato. Un’idea, formulata su una scala completamente diversa da quella attuale, in cui le distanze contavano, la forza impiegata era animale o umana, le rotte erano tracciate su cartine disegnate a mano. Un’idea, infine, oggi totalmente anacronistica, grottesca, eppure sostenuta e propagandata ad ogni costo, contro qualsiasi buon senso, secondo un folle disegno autodistruttivo. Smettiamola di prestarvi fede, altrimenti ci condurrà alla fine.

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Così fan tutti (ma io no)

Era innanzitutto istinto, da un lato capace di stimolare una serie di riflessioni, a loro volta in grado di esercitare un effetto domino a livello mentale, con cui ogni tessera subì la sorte della precedente venendo abbattuta, e dall’altro in grado di alimentare una ribellione spontanea, spesso disorganizzata ma animata dal medesimo impulso: non permettere all’imbuto della routine, dei gesti ripetitivi, del “si fa così, lo fanno tutti, non ti lamentare” di risucchiarmi e normalizzarmi. Questa è la storia semiseria e tragicomica dei mie trasferimenti giornalieri da casa al lavoro e viceversa, in un arco di tempo di quasi un decennio.

Ricordo il primo giorno di lavoro serio, con un contratto iniziale di sei mesi, un’eternità all’epoca, almeno così mi pareva. Mi recai ad appena cinque chilometri da casa. Era il primo di settembre e mi sentivo libero, tornato da poco da uno dei miei primi cicloviaggi, fino ad allora uno dei più lunghi e belli, un’esperienza che aveva davvero ampliato il mio orizzonte mentale. Avevo sperimentato la lentezza, la dilatazione del tempo, la fatica intensa, il contatto prolungato e vissuto con la natura, l’incontro con le bellezze artistiche italiane, migliorando nel contempo l’attitudine al vivere con poco e arrangiarmi, nella condivisione (ero in compagnia) di gioie e dolori, nutrendo e sostenendo una visione che si stava radicando con forza in me. Alle 9 del mattino arrivai puntuale in bicicletta all’appuntamento, indossando sandali e calzoni corti, con un bel sorriso rilassato stampato in volto. Nulla poteva toccarmi, pensai, eppure nel giro di pochi minuti l’entusiasmo si era smorzato, le prospettive si erano ristrette e sentii montare in me un sentimento di contrarietà, dovuto principalmente a due motivi: il primo, pratico, consisteva nel fatto che sarei stato spedito nella sede più lontana da casa, addirittura in collina. Questo avrebbe significato una condanna a percorrere la bellezza di quindici chilometri a trasferimento, per complessivi trenta giornalieri, quasi tutti nel traffico ad eccezione di un breve tratto collinare. Il secondo era una considerazione derivante direttamente dal primo: compresi chiaramente che, da quel momento, con la mia offerta spontanea di collaborazione rinunciavo implicitamente alla mia libertà, a cominciare da quella di decidere dove trascorrere le mie giornate e, in aggiunta a questo, come corollario giunsi alla conclusione che qualcuno dei miei capi avrebbe sempre potuto richiedere la mia presenza ovunque fosse richiesta, senza sondare il mio parere, da sacrificare totalmente o quasi alle “esigenze” degli affari e del profitto.

Quel giorno fui dunque indirizzato all’estremità opposta della città. Grazie ad un passaggio da parte di una collega, mi trovai presso la struttura, costruita durante il ventennio fascista sulle prime alture a ridosso del centro storico, del fiume Po e di Piazza Vittorio, in cui l’azienda aveva preso in affitto alcuni uffici. Un intonaco di colore rosso scuro, consumato e anche un po’ mortifero, ne caratterizzava la facciata; si trattava di un edificio austero, isolato e raggiungibile solo attraverso una strada particolarmente tortuosa dal fondo in cattivo stato. Sembrava una casa circondariale, ma in compenso da lassù la vista sulla sottostante città ed il fiume era spettacolare. L’unico bar all’interno terminava su un grande terrazzo panoramico, ma il caffè che veniva preparato mi suscitava istantanei e vigorosi movimenti intestinali che mi obbligavano quasi sempre a prolungate soste forzate nei bagni. Gli uffici, davvero semplici perché oltre al necessario per lavorare non c’era davvero nulla a parte i muri, disponevano ognuno di un bagno con doccia, retaggi di una cessata attività alberghiera. Un luogo piuttosto triste, ma circondato dal verde ed in una sorprendente posizione sopraelevata.

L’ambiente attorno mi forniva buone possibilità per liberarmi durante la pausa pranzo, che avevo iniziato a detestare per alcuni motivi, fra cui il fatto che avvenisse sempre secondo le stesse modalità: il collega più anziano, o quello immediatamente più giovane (si parla comunque di trentenni all’epoca dei fatti), sostava all’ingresso di ciascun ufficio chiamandoci a raccolta. Mancava solo la trombetta. E così, ognuno con il proprio “fagotto”, ci si radunava nel corridorio davanti alla porta d’ingresso, da non aprire fino a quando non si disattivava l’allarme, che puntalmente qualcuno inavvertitamente faceva suonare provocando le urla stridule della sirena. Fra inspiegabili sorrisetti d’imbarazzo e battutine di circostanza ci si dirigeva in fila, o quasi, nella sala mensa del bar, dove consumavamo i nostri pasti portati da casa. La comunicazione a tavola era inspiegabilmente limitata ad alcuni argomenti neutrali, zone franche che permettevano ai partecipanti di giocare a carte coperte, limitando al massimo il rischio di esporsi e farsi conoscere. Per me tutto ciò costituiva una noia mortale ed una aberrazione; più comprendevo quella logica assurda, più me ne allontanavo. Quindi, con la scusa della bella stagione (quando c’era) e delle mie tendenze da cicloturista, consumavo il mio pasto all’esterno.

Intanto ero costretto ad utilizzare l’auto. Prima quella di mio padre, poi la mitica Saxo diesel che comprai usata, un vero gioiello che uso ancora con profitto. Ed un affare perché, nonostante l’età al momento dell’acquisto, pareva nuova sia per la cure amorevoli ricevute dai proprietari precedenti che per il ridotto chilometraggio, particolarmente contenuto per un mezzo a gasolio. Quei trenta chilometri al giorno che dovevo macinare, però, mi pesavano lo stesso: dal punto di vista economico ma soprattutto per la mia salute. Capivo che il contatto giornaliero con un traffico imbecille, opportunista, schizofrenico e aggressivo mi provocava un grande sdegno e doveva essere limitato al massimo. Continuo a chiedermi come si possa sopportare tutto ciò per una vita intera senza uscire fuori di testa, anche se, in realtà, ogni tanto qualcuno dà davvero di matto ma, appunto, passa per matto (come se gli altri invece…vabbè). Comunque, nel marzo del 2010 tentai l’esperimento di riprendere la bicicletta. Avrei usato la mia MTB, adatta ad affrontare la salita finale in collina e avrei approfittato dell’ufficio con doccia per rendermi presentabile dopo il trasferimento. Funzionò tutto molto bene per un mese e, in pausa pranzo, a volte prendevo addirittura la mia due ruote per scendere a godermi il sole e la gente in Piazza Vittorio, oppure lungo la riva del Po. Una sera, però, all’uscita dal lavoro fui investito da una donna distratta alla guida di una Y10 bordeaux in una maniera assurda: in seguito all’incidente, trascorsi la bellezza di quaranta giorni a casa, dopo essermi procurato un trauma cranico e la rottura del braccio destro. A quel punto lasciai la presa e, dopo una riflessione, riportai al primo posto la mia incolumità nella scala dei valori da perseguire.

Questo sistema, che garantisce a quasi tutti ogni comfort, cibo abbondante, riparo sicuro, cura dalle malattie, richiede in cambio di rinunciare alla nostra libertà e di accettare con abnegazione le sue leggi di funzionamento. E guai a superare i suoi confini, perché la punizione, severa, è dietro l’angolo. E’ così, ad esempio, per i ciclisti urbani che decidono di cessare di essere automobilisti sempre in lotta gli uni con gli altri e, dopo essere balzati in sella, sfidano i pericoli mortali a cui sono esposti, in nome di una maggiore libertà d’azione, della tutela dell’ambiente e del piacere di stare all’aria aperta. E per me era, ed è, lo stesso, anche se adesso sono meno urbano di una volta…

Il mio primo tentativo di “evasione” dal “si fa così, lo fanno tutti, non ti lamentare”, concretizzatosi nella rinuncia all’automobile a favore della bicicletta quale mezzo per recarmi al lavoro, era dunque fallito per cause esterne. Misi da parte ogni velleità fino al 2012, anno in cui, secondo il calendario Maya, un evento apocalittico avrebbe dovuto decretare la fine dell’umanità oppure una sua evoluzione spirituale. Per quanto mi riguarda, fu l’azienda per cui lavoravo a passarsela male e, posso assicurare, nessuno, lì dentro, come era prevedibile, morì oppure beneficiò di una qualche evoluzione spirituale, e non ne sentì neppure la necessità (anche se avrebbe dovuto, parere mio). La conseguenza dei primi scossoni finanziari si tradusse in un numero eccessivo di chiacchiere, proclami e rassicurazioni, preludio ad un primo trasferimento in una nuova locazione che avrebbe successivamente condotto al collasso definitivo. Questa volta non eravamo più circondati da boschi e prati, ma dai grandi condomini di una importante strada di comunicazione cittadina, la frequentatissima Via Nizza. Il panorama, come prevedibile, era deludente e l’edificio derivava da un capannone industriale rinnovato profondamente negli anni Settanta, quando era stato letteralmente ricoperto di vetri scuri riflettenti che gli regalavano un aspetto sufficientemente moderno e “cool”.

Nonostante la distanza da casa non fosse diminuita, la zona risultava ben servita dal trasporto pubblico: l’unica linea di metropolitana di Torino passa da lì, a cui si aggiungono le altre tipologie di mezzi “di superficie”e, addirittura, il fiume Po: o meglio, le sue sponde, perché l’idea di navigarlo per tornare a casa dal lavoro purtroppo non illuminò la mia mente. I primi mesi mi accontentai di utilizzare il servizio pubblico: per coprire i quindici chilometri a viaggio dovevo cambiare due pullman e percorrere l’ultimo tratto in metropolitana. Ogni tanto, sovrappensiero, salivo sul convoglio che andava nella direzione sbagliata e questo accadeva quando, per spezzare la monotonìa, mi recavo in una stazione sotterranea diversa. Poi, d’un tratto, la mia insofferenza iniziò a manifestarsi con rinnovato vigore. Non sopportavo più la ressa, nè la vista di tutte quelle persone apatiche con la testa china sullo schermino da quattro pollicini dello smartphone, prese a digitare compulsivamente per comunicare le solite cazzate. Leggevo, approfittando di quell’ora e mezza giornaliera non retribuita ma sacrificata lo stesso all’altare del lavoro, in modo che non risultasse tempo del tutto sprecato, e anche per non dover vedere gli zombie e le loro teste vuote.

Distrarsi con la lettura non fu sufficiente e, come spesso accade, un primo cambiamento si manifestò spontaneamente. Non l’avevo previsto nè programmato. Accadde che alla sera, appena uscito dall’ufficio, invece di scomparire nei sotterranei della città, quasi come un supereroe dei fumetti, per salire sulla metropolitanina di Torino, decisi di percorrere un pezzo di strada a piedi. Cinque chilometri la prima volta, che divennnero anche dieci successivamente. Due ore di tempo spese così. A volte camminavo per l’intero tragitto di quindici chilometri, arrivando a casa tardi. Una svolta grazie alla quale mi resi conto di un mucchio di cose che avvenivano attorno a me. Osservavo l’interno dei negozi lungo il percorso e non più solo l’insegna o la vetrina: erano diventati tridimensionali e dentro c’erano delle persone! Incrociavo con lo sguardo la gente a piedi, sempre pensierosa ma reale, e potevo accorgermi del mutare delle stagioni, avvertendo sulla pelle la differenza di temperatura, umidità, l’odore e la consistenza dell’aria che respiravo. Conservo un ricordo nitido della fine dell’inverno del 2013. Era l’ultima decade di febbraio, mi trovavo in strada dopo essermi lasciato alle spalle l’ampio portone di vetro. Nonostante fossero passate da poco le 18, notai che quella sera il buio era in ritardo ed un ultimo raggio di sole illuminava le finestre di un bel palazzo ottocentesco, mentre l’aria limpida ripulita dalle raffiche di favonio rendeva i colori vivaci ed il cielo di un azzurro intenso e promettente. Pur consapevole della mia condizione di schiavo salariato, sussultai per la primavera incombente e conservai quelle impressioni preziose nella mia memoria

Al mattino quindi mi recavo al lavoro con i mezzi pubblici, al pomeriggio tornavo a piedi per quasi tutto il percorso. Gli ultimi tre o quattro chilometri li “scroccavo” al primo bus in transito che incontravo. Tuttavia così impiegavo davvero troppo tempo. Decisi allora di rispolverare la bicicletta.Avevo progettato un percorso che comprendeva gli argini della Dora e del Po, attraversando il bel parco del Valentino, che divenne anche meta di alcune piacevoli soste serali, e limitando al massimo il contatto con il traffico sempre più feroce e pericoloso. Ero anche in forma e, al mattino, entravo in ufficio rilassato, carico di energia positiva e con un sano appetito. Un giorno, però, un cane mi attraversò la strada improvvisamente e caddi rovinosamente per evitarlo, procurandomi un’altra ingessatura applicata più che altro per cautela, dato che dalle lastre il dottore non riuscì a capire se c’era davvero una frattura. Dopo qualche giorno di prurito insopportabile raccolsi un paio di forbici e la tagliai liberando l’arto, che recuperò fortunatamente senza problemi. Rinunciai, però, nuovamente alla bicicletta sempre per la mia incolumità.

Non mi piegai però ed elaborai un altro sistema per sfuggire alla routine del traffico e dei mezzi pubblici. Al mattino avrei fatto come sempre: primo bus, secondo bus, metropolitana ma, alla sera, sarei tornato a casa facendo jogging. Mi dotai di uno zaino in cui riposi il cambio di vestiti e le scarpe per la corsa che, durante il viaggio di ritorno, sarebbe stato occupato dagli abiti da “civile”. E fu così che, per ogni giorno degli ultimi quattro mesi del 2013, alle 18 mi cambiavo in bagno, come Superman nella cabina telefonica, ed uscivo dal lavoro in pantaloncini corti, con sulle spalle uno zaino che, con l’avanzare della stagione , diveniva sempre più voluminoso e pesante all’aumentare del freddo. Poi, con la conclusione dell’anno, l’azienda per la quale lavoravo entrò in coma profondo e terminò anche la mia collaborazione.

Gli anni successivi sono stati molto più compatibili con l’utilizzo della bicicletta. Il nuovo luogo di lavoro era a cinque chilometri da casa e riuscivo, pertanto, anche a tornare per la pausa pranzo, sempre pedalando. La mia insofferenza per la routine e per la prostituzione lavorativa, però, non ha mai cessato di mandarmi segnali e così, il 28 aprile 2017, ho abbandonato il lavoro di ufficio. Questa, però, è un’altra storia.

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Splendido Monferrato

Sabato 11 agosto 2018

Delle tre entità territoriali, il Monferrato è quella che mi affascina di più. Le Langhe difettano in varietà, a causa della coltura estensiva della vite che ha reso il paesaggio collinare un po’ troppo uniforme ed assolato. All’opposto il Roero si contraddistingue per la presenza delle imponenti rocche, che hanno conferito all’ambiente una morfologia particolare ed interessante,  ma dispone di un’estensione ridotta ed è quindi poco più di una nicchia, per quanto preziosa. Il Monferrato, invece, su una scala ben maggiore offre un paesaggio incredibilmente intatto e caratterizzato da una apprezzabile varietà, pur confermando la vocazione vitivinicola che possiede in comune con le altre due aree. La partenza della ciclogita odierna avviene proprio nel punto in cui i tre distretti si toccano e si mescolano, schierando le proprie peculiarità e allo stesso tempo sfumandole, su una delle basse colline comprese fra Alba ed Asti; un luogo ufficialmente compreso, anche se solo per pochi metri, nella provincia di Cuneo e nel Roero.

La lunga e affusolata sagoma del campanile di Antignano che svetta sul piccolo nucleo abitato ricorda l’albero maestro di una imbarcazione a vela e da queste parti si può considerare una sorta di stella polare terrestre perché, con qualsiasi condizione meteorologica o quasi, si individua anche da lontano, facilitando l’orientamento specialmente a chi non ha dimestichezza con la zona. La “inseguo” per quasi otto chilometri fino a quando non mi trovo al cospetto della bella facciata neogotica appartenente alla chiesa principale del paese, innalzata un secolo fa ed impreziosita da fini decorazioni chiare che ricordano dei ricami. Un paio di tornanti pronunciati inaugurano l’avvio della lunga discesa che termina in Val Tanaro, delimitata verso nord dai colli che ho appena lasciato; da quel momento è un lento susseguirsi di lievi ondulazioni che si concludono con l’ingresso in Asti.

Il capoluogo di provincia è una cittadina controversa. Alla viabilità caotica, rumorosa e del tutto sproporzionata che affligge e satura la sgraziata periferia post bellica, imbruttita uteriormente da ponti e sopraelevate mal progettate, si contrappone un bel centro storico turrito ricco di antichi palazzi gentilizi e dalle evidenti origini mediovali, che tocca il proprio apice nell’area circostante la maestosa Cattedrale. Nonostante l’aulicità e la bellezza espresse dalla costruzione religiosa e dagli edifici più prossimi, fra i quali quelli che si affacciano sulla Piazza Fratelli Cairoli, sovrastata da un monumentale platano piantato nel 1849 per commemorare i cento anni dalla nascita del poeta Vittorio Alfieri, il luogo è molto silenzioso, snobbato dalla popolazione che preferisce naturalmente concentrarsi lungo l’antico decumano romano, il centrale Corso Vittorio su cui si affacciano numerosi i negozi.

Nella mia visita mi premuro di stare alla larga dalla calca, anche per non dover incontrare lui, il Grezzo d’Asti DOP: non un alimento nè una bevanda, quanto piuttosto un tipo umano degenerato che, come le erbe infestanti, si diffonde rapidamente senza incontrare ostacoli sul fertile terreno italiano povero dei necessari anticorpi culturali. Dato che si tratta generalmente di un incapace, è più probabile incontrarlo nelle città, attratto dalle innumerevoli comodità offerte, che fuori, dove non riuscirebbe a sopravvivere e riprodursi; ad Asti sembra essersi radicato un ceppo molto aggressivo che prolifica con facilità, proprio come un virus. L’attacco sferrato alla popolazione da parte della formidabile armata virale avanza inarrestabile, stringendo come in una morsa micidiale la gente per bene che, assediata lungo ogni fronte, è destinata prima o poi a soccombere. Nonostante le precauzioni, entro purtroppo in contatto con un solitario esemplare di Grezzo d’Asti: accade lungo Corso Luigi Einaudi, che ricalca il perimetro della Piazza Campo del Palio. La strada è organizzata in questo modo: delle due corsie che compongono la carreggiata, la più esterna permette di imboccare le traverse laterali ed è pertanto transitabile solo da chi svolta, mentre la più interna serve esclusivamente a proseguire. Semplice. Mi immetto dunque sull’anello interno mantenendomi sulla destra, in attesa di spostarmi su quello esterno non appena avrò oltrepassato l’uscita più vicina, che non devo prendere. Pedalo quindi in mezzo alla strada, ma per un motivo ben preciso: se mi trovassi presso il margine destro dovrei per forza svoltare, mentre io intendo proseguire fino all’incrocio successivo. Purtroppo la Lancia Y scassata degli anni ’90 che mi tallona è guidata da un Grezzo d’Asti DOP. Avverto il povero motore salire di giri e produrre un inquietante lamento metallico, segno funesto che il quarantenne voluminoso e barbuto al volante si è già spazientito mostrando segni evidenti di delirio. Dopo avermi sorpassato, si sporge dal finestrino definendomi con facile sarcasmo un “campione”, come a dire un imbecille (lo ringrazio per la delicatezza nella scelta del termine, comunque), per  essermi fatto sorprendere al centro della carreggiata, che evidentemente egli reclama interamente per sè: in risposta gli urlo che non ha capito niente e che io, a differenza sua, non devo svoltare a destra alla prossima uscita e quindi sto bene dove sto. La mia memoria sfortunatamente non ha ancora completamente rimosso l’immagine vivida del suo arto superiore sinistro, peloso e grassoccio, mentre sporge dalla portiera parzialmente ammaccata in una posa indecifrabile e scomposta, prima di ritirarsi come un tentacolo dentro l’abitacolo e scomparire definitivamente dal mio campo visivo.

La regionale 10, poi provinciale 457, è un lungo rettifilo orientato verso nord in direzione di Calliano. Spingo sui pedali per lasciarmi alle spalle il più in fretta possibile la “civiltà” con i suoi virus minacciosi, contro i quali l’unico vaccino funzionante consiste nel leggere ogni tanto qualcosa di diverso e magari più impegnativo dal Tuttosport, un’abitudine troppo rivoluzionaria per molti che preferiscono evidentemente soccombere. Il profumo della campagna torna ad affluire inebriante nei polmoni, assieme alla vista delle eleganti ville ottocentesche costruite sulla sommità dei rilievi dal profilo arrotondato che fiancheggiano lo stretto falsopiano su cui mi muovo. I segni del “progresso”, tuttavia, non sono ancora del tutto superati: l’area, essendo pianeggiante, è risultata idonea all’insediamento di innumerevoli capannoni prefabbricati, affastellati l’uno di fianco all’altro con le facciate anonime rivolte verso il traffico automobilistico di passaggio. Io, che vado piano, posso osservarli con calma uno per uno, godendomi, si fa per dire, la loro infinita monotonia. Ce n’è per tutti i gusti (basta che questi siano sempre gli stessi…) e non manca il centro commerciale cinese che suscita, se possibile, ancora più tristezza degli altri: è uno “All in one shop”, come recita la scritta anglofona di gusto molto global e paraculed posizionata sotto l’insegna su cui è riportato il nome dell’attività. Fortunatamente, l’emporio globalizzato del dragone pone definitivamente termine alla periferia del capoluogo.

Nel giro di pochissimo cambia tutto. La striscia d’asfalto accenna lievi contorsioni, poi lo fa in maniera più marcata e allo stesso tempo si innalza sulle alture inseguendone il profilo via via più movimentato. La pendenza, non eccessiva e tuttavia consistente, impone un rallentamento obbligandomi a scalare alcune marce, mentre il traffico motorizzato si è ridimensionato nel numero e nella spavalderia. Sfioro, superandolo, il semplice agglomerato di Calliano e, dopo pochi chilometri di curve e dislivelli, varco l’ingresso della sorprendente Moncalvo, antica capitale storica del Monferrato. Nel punto più alto del paese ci sono ancora i possenti torrioni ed un tratto di mura che un tempo fecero parte del Castello dei Marchesi del Monferrato, demolito purtroppo nell’Ottocento. Una delle torri sopravvissute venne restaturata con l’aggiunta di un bel loggiato; è possibile ammirarla affacciandosi dalla lunga balconata che delimita l’estesa piazza principale (rigorosamente adibita a parcheggio auto), dalla quale godere anche della vista sul paesaggio tipicamente collinare con la sua rarefatta bellezza. Lo sguardo, libero di spaziare senza incontrare ostacoli, abbraccia in un colpo solo il blu intenso del cielo ed il verde brillante di boschi, prati e vigne; nuvole irregolari diffuse e dal moderato sviluppo verticale proiettano le proprie ombre sui declivi, generando una scacchiera di chiari e di scuri che raddoppia in pratica lo spettro cromatico visibile. Una leggera brezza intermittente e rinfrescante rimescola l’aria continuamente, migliorando la percezione generale di nitidezza.

Più mi addentro e più il panorama si rende interessante. I paesi, ad eccezione di Moncalvo, sono praticamente deserti ma si presentano bene, molto ordinati e in buone condizioni di conservazione. Poiché non incontro davvero nessuno, Grazzano Badoglio potrebbe definirsi una località fantasma prodotta dalla mia mente, tutta raccolta attorno alla massiccia torre a pianta quadrata della chiesa, che associo più spontaneamente ad una fortificazione piuttosto che ad un campanile, ma Ottiglio suggerisce con forza maggiore l’idea essere stato catapultato in una dimensione priva di tempo, dove tutto è immobile, fisso: circondata da bassi colli baciati dal sole e occupati da piccoli vigneti, avvolta da una spessa coltre di silenzio, sorge con le proprie abitazioni mute lungo un pendio in modo che le facciate sembrino collocate in verticale l’una sull’altra. Mi arrampico su una delle alture lungo una stretta striscia d’asfalto rabberciato, circondata da una vegetazione spontanea lasciata libera di crescere. Senza saperlo ho oltrepassato il confine della provincia di Alessandria. Dopo 60 chilometri dalla partenza varco la soglia di Moleto, un pugno di case paragonabile ad uno degli innumerevoli e minuscoli, oltre che deliziosi, borghi toscani dispersi sull’Appennino, dimenticati in favore di altri ben più gettonati, ma mete ancora apprezzate da un tipo di turismo discreto, curioso e che si contraddistingue per l’impronta ambientale leggera.

Continua a soprendermi la solitudine di questo territorio. Le costruzioni sono molto meno frequenti che in ogni altro luogo a bassa quota del Piemonte e non è impossibile incontrare delle località “intatte”, in cui spicca l’assenza di moderni condomini. Qui l’armonia del paesaggio è preservata, grazie probabilmente alla bassa densità abitativa, così come l’equilibrio fra l’elemento naturale e quello di origine antropica: credo che queste terre siano state interessate più che altrove da un esodo massiccio di abitanti verso le grandi città, negli anni del boom economico, e che da allora siano cambiate pochissimo. Affianco Frassinello Monferrato pedalando fra le grosse zolle dei campi appena arati e fra ampie distese di girasoli, poi avvisto la torre merlata di Viarigi che emerge solitaria e rassegnata dal bosco, fino a quando, al termine di una salita che mi sfila senza indugio le ultime energie, incontro il bel castello di Montemagno, circondato dai filari ordinati delle vigne illuminate dalla luce rossastra del tramonto. Ancora una trentina di chilometri, i più duri, e sono nuovamente a casa, dopo averne totalizzati 114.

 

 

 

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Hazelnut rain

 

Toc. Un piccolo tonfo ovattato, un colpetto secco e deciso, un’onda sonora ben definita ma di pochi decibel: richiede un certo silenzio ambientale per essere apprezzato. E poi, a distanza di alcuni minuti, un altro. Le fronde stormiscono per la brezza, provvidenziale, che lentamente erode questa spessa e immobile coperta d’afa. Altri toc, brevi voli verticali, piccoli schianti nel sottobosco. Ha cominciato a piovere, ma quel che cade non sono gocce d’acqua, sono nocciole.

E’ il primo anno in cui mi occupo del mio noccioleto e sono in puntuale ritardo. Le aspettavo per fine mese, ma da ieri hanno iniziato ad accumularsi al suolo. Sono ancora poche, ma devo rimuovere tutto quel fogliame che si è ammucchiato dallo scorso autunno e giace in lenta decomposizione e che potrebbe rendere la raccolta troppo difficoltosa, lunga e faticosa. Esco solerte di casa, compio un giro nel fienile, con leggera apprensione mi dedico alla selezione dell’attrezzo giusto: alla fine lo individuo, inutilizzato da chissà quanto tempo, un rastrello con un bel manico di solido legno ed il pettine di plastica, sufficientemente flessibile per potersi adattare alle irregolarità del terreno senza “grattarlo”. Lo prendo, lo appoggio sulla carriola, assieme a due secchi, in uno dei quali c’è il tablet che emette musica. Preferisco godermi il silenzio del sottobosco quando non ho nulla da fare, credo.

Tre ore ieri sera, cinque oggi pomeriggio. Il caldo infernale sta scemando, fortunatamente, ma le zanzare sono ancora eccitatissime. Mi ronzano attorno per alcuni minuti, fischiandomi fameliche nelle orecchie; poi, d’un tratto, sembrano sparire, lasciandomi lavorare in pace per lunghi momenti. Raccolgo in un secchio di fortuna i piccoli frutti colorati di un bel marrone ramato di verde, aprendone qualcuno con i denti per capire qual è la soglia minima di peso al di sotto della quale il guscio è vuoto, ma soprattutto rimuovo foglie in grande quantità, accumulandole in attesa di una destinazione. Osservo il terreno una volta ancora, fatto che mi è accaduto spesso nelle ultime settimane: ho l’ennesima conferma che sia troppo compatto, caratterizzato da una tonalità tra il grigio ed il verde che indica la presenza di muffe ed una scarsa ossigenazione. Un suolo così, oltre che asfittico, è vulnerabile nei confronti del fenomeno dell’erosione da parte della pioggia, accentuato dalla pendenza. Gli evidenti solchi scavati dall’acqua meteorica indicano che le capacità di assorbimento del prezioso liquido non sono ottimali.

In aggiunta ad un possibile inerbimento, devo fare prima qualcosa per rallentare la velocità di scorrimento dell’acqua su quella superficie troppo liscia per un sottobosco; trovo così un impiego per i mucchi di foglie: andranno a costituire delle barriere alte una ventina di centimetri, disposte in senso longitudinale a  formare delle micro dighe. Mentre sono impegnato nell’opera di costruzione, il sole che filtra illumina ad intermittenza il mio piano di lavoro, come se volesse guidarmi mostrandomi le mosse successive, fino a quando non centra il grosso cumulo di soffice terra e materiale organico decomposto che giace nel cuore del noccioleto da tempo immemore. Armato di pala e carriola, ne riduco un po’ alla volta la massa usando il materiale compresso e ancora umido per erigere la barriera più lunga che fotografo con soddisfazione, perché considero questo il mio primo, per quanto modesto, intervento permaculturale sulla proprietà. Bello agire ed osservare gli effetti delle proprie azioni; immaginare, progettare e mettere in pratica, modellare l’esistente, osservarlo e comprenderlo per migliorarlo, con vantaggio per tutti: un lavoro adatto all’essere umano.

 

 

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Lavori nel noccioleto

Ramo spezzato dalle intemperie e da me ripulito prima di essere suddiviso in parti più piccole

Ancora lavori nel noccioleto, dopo la rimozione delle erbacce e degli arbusti affrontata la settimana scorsa: recupero in tutta l’area i rami spezzati e li preparo per essere tagliati con la motosega, ripulendoli dalle foglie e dalle diramazioni più piccole e conservando solo le parti con il diametro maggiore. Nel silenzio del boschetto tira un venticello assai gradevole che, insieme all’ombra, attutisce la calura pomeridiana. Un lavoro abbastanza faticoso ma che si rivela, svolto in simili condizioni, molto piacevole e rilassante fino a quando non cominciano a ronzarmi attorno gli aeroplani della Luftwaffe, le zanzare. Resisto portando a termine il compito che mi sono dato e finalmente accendo la motosega nuova (la prima che possiedo e uso), ma scopro che la catena non avanza, anche se il motore da 38cc canta salendo allegramente di giri ogni volta che sfioro con il dito la leva dell’acceleratore: non riesco infatti a sbloccare il freno di sicurezza anche se apparentemente è disinserito. Dovrò smontarla e forse portarla in assistenza, in caso non riuscissi a risolvere da solo. Peccato, avevo proprio voglia di affettare quei tronchetti preparati con cura sotto i bombardieri della Luftwaffe.
Ho ancora tempo per bagnare i giovani alberi da frutto, alcuni dei quali sembra che abbiano inserito il turbo nella crescita, e sto per recarmi dal piccolo noce spontaneo quando mi accorgo del “crollo”. Il noce è nato in un angolo che frequento poco, una strettoia fra la mia proprietà e quella del vicino ed è riuscito a svilupparsi su un accumulo di ciottoli di fiume accatastati in quel punto dai precedenti proprietari, all’ombra di un poderoso fico dalla chioma foltissima. Considero questa nascita una sorta di miracolo date le condizioni di partenza ostili: infatti il piccolo fusto del noce ha un andamento, nella parte inferiore, a zigzag. Il crollo di cui ho accennato è relativo alla caduta di due grossi rami del fico proprio in prossimità della giovanissima pianta. Quando me ne accorgo temo il peggio. Con grande fatica, allora, trascino via da lì i due rami, pieni di foglie ancora verdi e di piccoli frutti; sono davvero pesanti e tuttavia li colloco in un punto più in alto del campo, dove potrò sottoporli alla successiva fase di “pulizia”. Poi, preoccupato, mi avvicino alla zona interessata dal “sisma”: grosse foglie sparse ovunque e rametti spezzati, ma lui è ancora lì, piegato come un arco ma non rotto. Lo aiuto a raddrizzarsi allontanando le pietre a cui basterebbe un piccolo spostamento per schiacciarlo e gli dò una bella innaffiata, in attesa dell’autunno, quando cambierò la sua collocazione. Avrei voluto fotografarlo, ma la stanchezza improvvisamente sopraggiunta mi ha distolto dal proposito.

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